Le Lac

Nuova opera di Fabrice Aragno, che è stato stretto collaboratore di Jean-Luc Godard nei suoi ultimi anni, Le Lac è una sinfonia di immagini e una parabola di vita per una coppia che attraversa in barca a vela le acque di un grande lago. Un viaggio universale, una deriva, un approdo incerto: è la condizione umana. Nel Concorso Internazionale del Locarno Film Festival 2025.

Il naufragar m’è dolce in questo lago

Una coppia si butta anima e corpo in una gara di barca a vela che va avanti giorno e notte tra le acque di un grande lago. [sinossi]

Riassumibile in due righe la sinossi di Le Lac, nel Concorso Internazionale di Locarno 78, opera di Fabrice Aragno, rimasto orfano di Godard di cui è stato direttore della fotografia e stretto collaboratore negli ultimi vent’anni. Finora era stato autore, da regista, di pochi corti e qualche documentario. Tra questi Suite lacustre, del 2019, presentato a Rotterdam, un primo studio, ma con varianti di Le Lac. E Atelier Rolle, un voyage, all’ultimo FidMarseille, firmato con Jean-Paul Battaggia, una visita postuma nello studio creativo di JLG, a sfogliare un suo libro d’immagini, come fosse l’atelier di un pittore. L’impostazione pittorica di Aragno torna molto forte anche in questo film. Regista in solitaria, Aragno segue la parabola di una traversata di un grande lago in barca a vela, guidata da una coppia. Pochissimi dialoghi, e mai significativi, una narrazione per immagini per un percorso universale, esistenziale, una traiettoria di viaggio e navigazione nella immensa distesa azzurra delle acque di un grande lago. Non viene data una collocazione geografica, pur essendo evidente che si tratta del lago Lemàno, o lago di Ginevra. Anche i nomi della coppia di velisti rimangono nell’indefinitezza, pur avendo lei il volto riconoscibile dell’attrice Clotilde Courau. Le Lac è un meccanismo, un viaggio, una traiettoria, messo a nudo, depurato da qualsiasi velleità didascalica. È il viaggio universale di una coppia nella vita coniugale, nell’esistenza. Due cose però sono chiare. Da un lato c’è questo contrasto tra l’abitacolo della barca, uno spazio chiuso, angusto, claustrofobico – come fosse ripreso con un grandangolo – e l’immensità dello spazio esterno, del blu, delle acque più o meno increspate, del cielo, delle nuvole, delle colline attorno. Come una navicella spaziale che solca lo spazio profondo in un film di fantascienza. L’altra è la mancanza di un approdo: la navigazione sembra lunga, anche dopo aver staccato ed essersi isolati dagli altri natanti in quella che sembrava una regata. La partenza è una riva, in un ammasso di barche pronte a salpare. Ma la partenza per Fabrice Aragno è anche quella del lago dove viveva il mentore Godard, il luogo tranquillo da lui scelto per lavorare. Per cui si tratta di un salpare programmatico per lui, ora orfano del padre artistico, ma proiettato a nuove navigazioni cinematografiche.

Le Lac funziona con una ricerca visiva continua, come un libro per immagini. A partire da quel pulviscolo subacqueo iniziale, dove la silhouette di una mano accenna a un gioco di ombre cinesi. Per arrivare ai disegni astratti creati dai fili della corrente, e quelli generati dalla superficie più o meno increspata, su cui si riflette la luna o le luci notturne dei centri abitati sulle sponde. Si arriva a paesaggi lacustri pittorici, dalla consistenza di acquarello. E poi quegli interni dei ricordi giocati su porte che disegnano sagome di recadrage concentrici e simmetrici, dove in due inquadrature successive i due personaggi si scambiano di posizione. Il viaggio vede tante digressioni, alcune nella memoria. Ci sono i ricordi di una vita felice, distesi su un prato. C’è poi una tensione centrifuga a protendersi da quella navicella / barca a vela. Lei che sale sull’albero maestro e contempla le formazioni montuose circostanti, rese come un paesaggio romantico alla Friedrich. Lui che si immerge in acqua. Il film lambisce anche le rive, i bagnanti sulla spiaggia, le famigliole oppure balli e girotondi davanti a falò notturni. Si è detto che la navigazione a un certo punto sembra perdere la sua connotazione da regata. Non si vedono più le altre barche (ritornavano alla fine di Suite lacustre ma non qui): solo i due protagonisti navigano tra giorno e notte, tra albe e tramonti, cieli stellati e la luna. La situazione si fa drammatica quando la barca sembra sfiorare la collisione con un battello più grande, pieno di passeggeri. Le immagini si sfrangiano, vanno al ralenti, arriva la bufera, un momento catartico di “Sturm und Drang”. Qualcosa è perduto, l’armonia, di vita, di coppia non c’è più. C’è una separazione? Si rimane in questo mare magnum, l’altra sponda, l’approdo, sembra preclusa. Il tempo non ha sponde, come veniva detto in Suite lacustre. L’orizzonte è infinito, la navigazione è una sospensione in un mondo fluttuante.

Info
Le lac, la scheda sul sito di Locarno.

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