The Sword Identity

The Sword Identity

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Xu estirpa dal corpus narrativo del proprio film qualsiasi scoria epica o melodrammatica: The Sword Identity possiede semmai germi di un’ironia sagace, perfino facile in alcuni frangenti, eppure in grado di tenersi sempre a debita distanza dal demenziale. Quel che ne viene fuori è un’opera inclassificabile, in cui il duello si trasforma quasi in un passo di danza, rituale estetico prima ancora che funzionale a dirimere delle dispute.

La new wave del wuxia

È l’epoca della dinastia Ming. I pirati giapponesi sono stati eliminati da tempo. Ci sono quattro importanti famiglie di arti marziali nella città di Guancheng. Chiunque voglia stabilire la propria setta nel mondo delle arti marziali deve provare il proprio valore battendosi con queste. Tuttavia, quando lo sfidante è Liang Henlu, non solo la sua domanda di sfida viene rifiutata, ma viene pure cacciato dalla città. L’unico motivo è che la sua arma sembra una spada giapponese e i maestri di arti marziali cinesi non permettono l’uso di armi straniere. Per cacciarlo dalla città, le quattro famiglie lo rincorrono come fosse un pirata giapponese. Qiu Dongyue era stato il migliore maestro di arti marziali in città. Aveva lasciato la sua famiglia per vivere da eremita in montagna dopo aver scoperto l’infedeltà della sua giovane sposa. Ritorna in città alla notizia dell’attacco di un pirata giapponese… [sinossi]

Il wuxiapian, vale a dire il cinema interessato a raccontare le storie di spadaccini erranti – più o meno accostabile ai nostri cappa e spada – attraversa come un filo rosso l’intera storia della settima arte in Cina: nelle sue continue palingenesi è possibile rintracciare evoluzioni, retroguardie e strategie produttive tanto della Cina continentale quanto di Hong Kong e Taiwan (dove si trasferì uno dei maestri conclamati del genere, King Hu, dirigendovi tra l’altro due dei suoi massimi capolavori, La fanciulla cavaliere errante e Pioggia opportuna sulla montagna vuota). Genere identificativo della cinematografia cinese delle origini, dovette emigrare a Hong Kong in seguito alla nascita della Repubblica Popolare di Mao: nella città-stato trovò rinnovato vigore sotto la cura del già citato King Hu e di Zhang Che, e successivamente grazie ad autori simbolo della new wave come Tsui Hark, Wong Kar-wai o Patrick Tam. Dopo l’hangover del 1997 la Cina si è nuovamente interessata alla produzione di wuxia, sperando di sfruttarne il potenziale epico per un’esaltazione del sentimento patrio e della cultura cinese: a partire dal successo planetario de La tigre e il dragone di Ang Lee è stato dunque possibile imbattersi in un buon numero di prodotti mainstream, curati anche nel più piccolo dettaglio ma decisamente meno in grado di proporre intuizioni rivoluzionarie. Anche per via di questo appiattimento del genere su dinamiche produttive tese allo sfavillio e allo sfarzo è risultato dunque a dir poco inaspettato imbattersi alla sessantottesima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia in The Sword Identity (il titolo originale è Wokou de zongji), esordio alla regia cinematografica di un autore letterario piuttosto noto in Cina, Xu Haofeng. Romanziere e saggista, oltre che autore teatrale, Xu aveva già dimostrato una naturale dimestichezza ad approcciarsi alle storie di arti marziali, arrivando addirittura a collaborare con Wong Kar-wai nel suo ultimo attesissimo progetto The Grandmaster, incentrato sulla mitica figura di Ip Man, il maestro di Bruce Lee.

Nell’approcciarsi alla sua prima regia per il grande schermo, Xu ha scelto di affrontare il wuxia da una prospettiva assai originale: la storia di Liang Henlu, che vede la propria richiesta di poter creare una propria scuola di arti marziali osteggiata per via della sua spada, troppo simile a quella dei pirati giapponesi combattuti anni addietro, possedeva tutti gli elementi necessari per portare a termine un’operazione in linea con la tradizione. Invece Xu estirpa dal corpus narrativo del proprio film qualsiasi scoria epica o melodrammatica: The Sword Identity possiede semmai germi di un’ironia sagace, perfino facile in alcuni frangenti, eppure in grado di tenersi sempre a debita distanza dal demenziale. Quel che ne viene fuori è un’opera inclassificabile, in cui il duello si trasforma quasi in un passo di danza, rituale estetico prima ancora che funzionale a dirimere delle dispute: Xu sposa fino in fondo questa scelta, epurando il film della magniloquenza con cui il genere era stato trattato in Cina nell’ultimo decennio. La sua è piuttosto una regia scarna, essenziale, rigorosa ma pronta a prediligere i piani sequenza e le inquadrature fisse rispetto al profluvio di angolazioni della camera e movimenti di macchina cui avevano abituato, ad esempio, i film di Zhang Yimou.

In questo modo Xu opera addirittura una scelta politica, donando a The Sword Identity una semplicità espressiva sorprendente, scelta “purista” in confronto all’edonismo dilagante nel genere. Un piccolo grande film che dona una nuova prospettiva al wuxia, mescolandolo in qualche modo a tendenze nipponiche (il film a tratti può apparire come un chanbara) e rinnovandolo nelle fondamenta. Alla Mostra questo rimarchevole esordio è quasi passato sotto silenzio, ma se Xu Haofeng sceglierà di proseguire sulla via della regia è molto probabile che faccia parlare di sé ancora in futuro.

Info
Il trailer di The Sword Identity.

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