Strade violente
di Michael Mann
Opera prima per il cinema venuta dopo esperienze televisive, Strade violente di Michael Mann introduce un intero immaginario filmico pertinente a un preciso sguardo autoriale. Noir, crimine, metropoli, ambientazioni perlopiù notturne. Il ladro Frank è un gigantesco archetipo di criminale solitario inscritto all’interno di cupe atmosfere estetizzanti. Al Festival del Cinema Ritrovato 2025 di Bologna per la sezione Ritrovati e restaurati.
L’ultimo colpo
Chicago. Ladro di gioielli che utilizza altre attività come copertura borghese e che opera fieramente in solitaria, Frank progetta di abbandonare il crimine per ritirarsi a vita privata. Tale desiderio riceve ulteriore impulso dall’incontro con Jessie, bionda cassiera con la quale Frank desidera costruire una famiglia. Contattato da un’importante organizzazione criminale, sulle prime Frank è riluttante a rinunciare al proprio orgoglioso individualismo. In un secondo momento, però, accetta di partecipare a un furto in complicità con l’organizzazione, progettando di compiere un ultimo grande colpo e ritirarsi poi definitivamente dall’attività. Le cose, ovviamente, prendono una piega diversa… [sinossi]
Strade violente (Michael Mann, 1981) è la nascita di un metodo. Opera prima per il cinema venuta dopo varie esperienze televisive, il film definisce con immediata evidenza modelli e linee estetiche che nel cinema di Mann saranno ampiamente riconfermate nelle sue opere successive. È un autore di rara coerenza estetica, Michael Mann. La sua filmografia annovera anche opere fuori dai confini del noir propriamente detto (L’ultimo dei Mohicani, 1992; Insider – Dietro la verità, 1999; Alì, 2001; Ferrari, 2023), ma sicuramente il suo cinema è strettamente apparentato al film di crimini e azione collocati nella grande metropoli americana. Potremmo definirlo il cantore della metropoli, dei suoi avveniristici intrecci di luci e autostrade in ambiente prevalentemente notturno, dei protagonisti arresi a una sorta di Fato urbano. Strade violente (bislacco titolo italiano in luogo dell’essenziale e perfetto Thief) è l’introduzione a una precisa individualità artistica, alla specificità del suo stile, a umori e ispirazioni del tutto personali. La secchezza del tratto e l’impassibilità degli antieroici criminali manniani sembrano avere qualche risonanza nella filmografia di Jean-Pierre Melville. Ne è prova il profilo laconico del protagonista di Strade violente, Frank, un ladro di rodata professionalità che mette a segno i suoi colpi a Chicago in totale solitudine, al quale presta il suo volto l’ottimo James Caan con straordinaria aderenza al ruolo. Frank è dunque un battitore libero che non cerca il sostegno di nessuno, individualista fino allo spasimo, sorretto soltanto a una buona rete di contatti utili per le sue malefatte. È l’uscita da tale guscio egotistico che si delinea per lui come l’errore primario. Alla fine il miraggio di una tranquilla vita borghese finisce per travolgerlo. Un miraggio che per lo più ha il bel sorriso di Jessie, bionda e affascinante cassiera impersonata da Tuesday Weld, di lì a qualche anno coinvolta da Sergio Leone in C’era una volta in America (1984) nell’importante ruolo di Carol. Perché i criminali di Michael Mann mettono a segno colpi colossali, ma poi si lasciano ammaliare anche da prospettive di basso profilo e di quieta borghesia – dividere la propria felicità con una donna amata, ritirarsi a vita privata, un po’ come accade al Neil McCauley di Robert De Niro nel capolavoro Heat – La sfida (1995). Amano la ricchezza, ma aspirano tutto sommato a una vita pacata e appartata, verso la quale rivolgono uno sguardo colmo di nostalgia e desiderio.
In tal senso Strade violente articola il proprio racconto intorno ad assoluti narrativi inerenti a una lunga tradizione noir e action: l’amore per la donna, l’ultimo colpo, il bottino finale prima di ritirarsi dall’attività e mettersi a riposo con l’agognata famiglia. Strade violente aggiunge un ulteriore elemento mélo abbastanza inedito, il desiderio di paternità che passa attraverso le difficoltà dell’adozione – Jessie non può avere figli. Da un lato, tale aspirazione rinforza ancor più in Frank l’idea del buen retiro nel nucleo familiare. Dall’altro, Michael Mann costeggia anche venature di complicato reinserimento sociale. Chi è stato in prigione non può adottare. Chi ha vissuto troppo a lungo nella violenza non può essere un buon padre. Strade violente adotta un passo narrativo che ben conosciamo nel cinema di Michael Mann. Il film è introdotto da una lunga sequenza priva di dialoghi, in cui si dà conto delle meticolose operazioni compiute da Frank durante uno dei suoi colpi. A commentare l’azione in scena interviene soltanto la musica elettronica dei Tangerine Dream, che s’incolla alle immagini in un dialogo espressivo pressoché perfetto. Crimine, metropoli e musica elettronica finiscono per tramutarsi in sineddoche di un’intera epoca e temperie culturale. L’America anni Ottanta, l’individualismo edonistico, l’estetizzazione dell’immagine. Il Frank di Strade violente si colloca in realtà al crocevia fra anarchismo anni Settanta e individualismo anni Ottanta. Le sue azioni sono condotte in totale noncuranza di leggi e regole, ma per il soddisfacimento di un piacere del tutto privato e personale. Non vi è più la minima traccia di una contestazione che sia in qualche modo anche socio-culturale. Compiere furti finisce dalle parti dell’atto gratuito, del narcisismo egoistico, dell’esibizione di sé. È un orizzonte che ben si attaglia pure al cinema di Michael Mann. Il film e il suo protagonista finiscono in tal senso per assomigliarsi. Strade violente mostra infatti tutti i suoi muscoli estetizzanti, seguendo le linee di una messinscena che è al contempo sommessa ed enfatica, essenziale ed espansa.
Si dilatano i tempi narrativi, gli spazi che accolgono le azioni, la meticolosità delle azioni raccontate. Agli ampi spazi panoramici sulla metropoli si alternano lunghe sequenze tutte giocate su campo/controcampo stretti sui volti dei protagonisti. Alla dilatazione stilistica si aggiunge l’uso frequente del ralenti, mentre Frank cerca di divincolarsi dalle maglie del suo destino. Che è un destino anche prettamente cinematografico, derivato da decenni di cinema pregresso e di convenzioni narrative. È un cinema virile, quello di Mann, che fra i valori più di frequente evocati annovera la fedeltà dell’amicizia fra maschi, qui riconfermata dal rapporto fra Frank e Okla. Come sempre, la regia di Michael Mann è magistrale. Basti pensare alle minuziose coreografie visive dei furti messi a segno da Frank. Il peccato mortale si rivela essere l’infrazione dell’individualismo. Una volta allargato il raggio della sua azione criminale al coinvolgimento di altri complici, Frank è destinato a perdersi. Il pallido sogno di una felicità privata si dissolve. Certo, Frank esce vincitore da una lotta uno-contro-tutti che nel finale costeggia accenti da western metropolitano. Ma a conti fatti è più solo di prima, e il futuro è un grande punto interrogativo. La riflessione esistenziale sottesa al racconto è tutta al negativo. Se i criminali sono spietati e appartengono anche a oscure organizzazioni di enormi e ramificate dimensioni, d’altro canto la polizia è corrotta e cerca a sua volta di farsi coinvolgere nell’attività di Frank per trarne qualche vantaggio. In mezzo, non resta che l’illusione di una vita a due lontano da tutti, pure con il figlio adottivo che si è riusciti a ottenere con mezzi decisamente poco puliti. Come noir vuole, l’universo evocato è però un antro oscuro privo di qualsiasi speranza. Fra le coreografie visive spicca la serie di esplosioni finali, che nel loro vigore espressivo fanno pensare alle deflagrazioni conclusive di Zabriskie Point (Michelangelo Antonioni, 1970). Il parallelo è interessante proprio per misurare il peso espressivo di due opere collocate esattamente a inizio e fine del decennio dei Settanta. Se nel film di Antonioni le esplosioni rimandavano a una concettuale deflagrazione di un intero sistema produttivo, in Strade violente di contro il cinema racconta nient’altro che se stesso. Le esplosioni sono nient’altro che esplosioni, esibizione prodigiosa delle meravigliose potenzialità espressive e attrazionali di un’arte tanto suggestiva e affabulatoria come il cinema. Arte per l’arte. Cinema per il cinema. Per buona parte del cinema di Michael Mann potremmo parlare di noir per il noir.
Info
Strade violente sul sito del Cinema Ritrovato di Bologna.
- Genere: noir
- Titolo originale: Thief
- Paese/Anno: USA | 1981
- Regia: Michael Mann
- Sceneggiatura: Michael Mann
- Fotografia: Donald Thorin
- Montaggio: Dov Hoenig
- Interpreti: Dennis Farina, James Caan, Jim Belushi, Nick Nickeas, Robert Prosky, Tom Signorelli, Tuesday Weld, Willie Nelson
- Colonna sonora: Tangerine Dream
- Produzione: Mann/Caan Productions
- Durata: 125'





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