È l’ultima battuta?

È l’ultima battuta?

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In È l’ultima battuta? Bradley Cooper riduce la scala rispetto ad A Star Is Born e Maestro per osservare una crisi domestica più sommessa, fatta d’imbarazzi, abitudini finite, cure sopravvissute e parole arrivate tardi. La stand-up diventa il luogo in cui Alex prova a dare un ritmo al proprio fallimento, scoprendo che una battuta può far ridere una sala e tornare poi in famiglia con un peso doloroso. Will Arnett trova una misura sorprendente, lasciando affiorare sotto i tempi della risata la goffaggine e la fragilità di un uomo incapace di capire fino in fondo il costo delle proprie parole. Laura Dern sottrae Tess allo stereotipo dell’ex moglie antagonista e le dà invece una presenza precisa, asciutta, ancora attraversata dalla cura. Cooper firma così un film raccolto e vulnerabile, dove l’umorismo lascia rientrare il dolore della separazione nella vita concreta dei personaggi.

Dopo l’applauso

Mentre il matrimonio con Tess va silenziosamente in pezzi, Alex Novak, interpretato da Will Arnett, attraversa la mezza età, un divorzio imminente e la fatica di riconoscersi in una vita ormai divisa tra un appartamento da separato, due figli da proteggere e una quotidianità familiare che ha perduto il proprio centro. Quasi per caso, durante un open mic al Comedy Cellar, scopre nella stand-up comedy un luogo inatteso in cui trasformare disagio, fallimento e senso di colpa in battute. Intanto Tess, interpretata da Laura Dern, fa i conti con i sacrifici compiuti per la famiglia e con ciò che resta dell’amore quando il matrimonio ha cambiato forma. Tra genitorialità condivisa, identità da ricostruire e sentimenti ancora difficili da nominare, Alex e Tess cercano un modo diverso di appartenere alla stessa storia. [sinossi]

Alex Novak arriva al Comedy Cellar con la fretta opaca di chi sta cercando una scappatoia. Si iscrive all’open mic per tenersi in tasca i quindici dollari d’ingresso e si ritrova davanti a un microfono, in uno di quei momenti minori che cambiano peso mentre accadono. Alle spalle ha un matrimonio di ventisei anni con Tess, due figli, un appartamento nuovo nel quale si muove come un mobile fuori posto. Dice di stare bene con la disciplina educata di chi ripete la formula imparata; il corpo, intanto, racconta altro. C’è nella sua postura una goffaggine da uomo appena separato, ancora incapace di capire dove appoggiare, alla sera, la vergogna, l’ironia, la stanchezza. Quando comincia a parlare davanti al pubblico, il divorzio diventa battuta per caso, quasi per difesa, poi per ritmo. La sala ride, e Alex sembra scoprire che una frase detta nel modo giusto può dare per qualche minuto una forma sopportabile a ciò che in casa, con Tess, con i figli, continua a restare storto. Con È l’ultima battuta?, Bradley Cooper torna a osservare il punto in cui un’esistenza passa attraverso una performance. Dopo il musicista consumato di A Star Is Born e il direttore d’orchestra Leonard Bernstein, divorato dalla propria grandezza in Maestro, la misura si restringe attorno a una vicenda più ordinaria, quasi dimessa. Una separazione, una casa divisa, due bambini da proteggere dal rancore degli adulti, un palco basso dove l’ironia prende il posto delle frasi rimaste a metà nella vita domestica. Alex sale in scena per un motivo ridicolo e comincia, poco alla volta, a trasformare la propria vita in materiale. Il film trova lì il suo nervo più delicato, perché ogni battuta sembra concedergli un sollievo e insieme accumulare un debito con le persone coinvolte in quella stessa storia.

Ed è dentro questo territorio inatteso che Will Arnett muove Alex, facendo scorrere la memoria della sua vena brillante come una corrente sotterranea. Lo spettatore può ricordare Gob Bluth, le prove vocali, la lunga familiarità dell’attore con i ritmi del palcoscenico, e proprio per questo avverte meglio lo scarto. Arnett lavora su un uomo che possiede l’istinto della battuta e insieme una fragilità ordinaria, quasi sgraziata. Nei primi momenti al microfono cerca l’attacco, misura la pausa, ascolta il silenzio della sala, capisce con un leggero ritardo dove può nascere una risata. Cooper filma questo apprendistato con pudore, lasciando che la stand-up rimanga un esercizio incerto, una pratica di sopravvivenza più che una vocazione. Alex migliora sul palco perché impara a dare forma breve alla propria sconfitta; nella vita, intanto, fatica ancora a capire quanto costi agli altri quella stessa forma. Il matrimonio con Tess si consuma lontano dalla scena madre. La separazione arriva come il risultato di un logoramento ordinario, fatto di gesti rimasti a metà, cordialità fuori tempo, abitudini che hanno perso calore. Alex e Tess hanno scelto insieme il divorzio e cercano di attraversarlo con una civiltà quasi ostinata. Frequentano ancora gli amici comuni, partecipano agli eventi scolastici dei figli, mantengono davanti agli altri una superficie di buona educazione. Cooper guarda ciò che accade dopo la decisione, quando due persone hanno chiuso la vita di coppia e continuano tuttavia ad appartenere alla stessa biografia domestica. Una parola gentile arriva tardi, una premura conserva memoria, una visita inattesa riapre per pochi minuti la consuetudine di una vita condivisa. Laura Dern dà a Tess una precisione essenziale. Il personaggio poteva ridursi alla funzione della moglie che osserva, giudica, frena o contraddice il protagonista. Tess conosce Alex da troppo tempo per ridurlo alla somma dei suoi errori e conosce se stessa abbastanza da intuire che la cura sopravvissuta al matrimonio coincide ormai con un sentimento diverso. Quando entra nel suo appartamento per aiutarlo con un problema di pidocchi, il gesto ha una qualità insieme grottesca e dolorosa. Appartiene alla vita pratica, alle piccole emergenze dei figli, alla manualità domestica che continua anche dopo la fine dell’amore coniugale. In quel gesto c’è più storia che nostalgia. Anche il rapporto segreto con la madre di Alex aggiunge una nota preziosa, perché mostra come il divorzio separi i coniugi molto più facilmente di quanto riesca a sciogliere i legami nati attorno a loro.

La scena dei figli che trovano la cartella con le battute sulla famiglia concentra il problema morale del film. Fino a quel momento Alex ha potuto trattare il palco come un luogo separato, una sala dove convertire frustrazione, paura e inadeguatezza in racconto. Lo sguardo dei ragazzi rompe quella separazione. Quel repertorio rientra in casa, perde la protezione della risata e mostra il proprio costo. Per Alex quelle battute erano prove, appunti, tentativi, forse perfino una forma di respiro. Per i figli diventano il segno di un’esposizione subita. Cooper coglie qui una crudeltà sottile dello humour autobiografico. Una frase può aiutare chi la pronuncia a superare una giornata e, nello stesso istante, colpire chi vi riconosce la propria vita consegnata a una platea. Il Comedy Cellar funziona soprattutto come sala di prova, di errore, d’imbarazzo. Alex riceve dalla sala qualcosa di modesto e rischioso, una platea quando in famiglia ogni frase arriva storta; un microfono quando la conversazione domestica si è fatta povera; una risata quando il fallimento sembra avere perso qualunque eleganza. La stand-up gli offre ordine per qualche minuto. Poi la serata finisce, il locale si svuota, il pubblico scompare, e restano Tess, i figli, l’appartamento, la madre perplessa davanti a questa nuova occupazione. La vita riprende il proprio peso appena il numero smette di proteggerlo.

Intorno alla crisi di Alex, Cooper dispone figure laterali che impediscono al film di rinchiudersi nel lamento. Christine e Balls, interpretati da Andra Day e dallo stesso Cooper, introducono un umorismo sghembo, fatto di consigli maldestri, vanità improvvise, entusiasmi fuori misura. Balls, orgoglioso del proprio ruolo di sostituto in una pièce biblica e convinto di essere riconosciuto per strada, attraversa il film con una leggerezza quasi infantile. Christine Ebersole e Ciarán Hinds, nei panni dei genitori di Alex, portano invece una tenerezza più antica. La loro presenza suggerisce un’altra durata possibile, un modo in cui un legame può invecchiare, deformarsi, conservare ancora una forma di calore.

Il confronto con Storia di un matrimonio nasce naturalmente, per il divorzio, per Laura Dern, per l’attenzione alla vita concreta di una separazione. Noah Baumbach cercava il punto di rottura, la frase che esplode dopo anni di accumulo, la violenza verbale con cui due persone amate si scoprono capaci di farsi male. Cooper sceglie l’usura al posto dello strappo. Guarda la goffaggine più della crudeltà, il tentativo di comportarsi bene mentre qualcosa, nella casa comune, ha già smesso di rispondere. La sceneggiatura firmata da Cooper, Arnett e Mark Chappell segue le conseguenze quotidiane della separazione, i piccoli fallimenti di tono, la fatica di restare genitori quando la coppia ha perduto il luogo in cui riconoscersi. Sul piano visivo, Cooper lavora con una sobrietà più mobile di quanto il soggetto lasci immaginare. La fotografia di Matthew Libatique accompagna il film senza gonfiarne la misura. Gli interni domestici, il locale, il backstage, le camere da letto e gli spazi provvisori della nuova vita di Alex sembrano comunicare attraverso passaggi quasi mentali. In alcuni movimenti di macchina, il protagonista scivola da una situazione all’altra con la stessa impreparazione con cui affronta il divorzio. La battuta nasce in casa, viene provata davanti agli sconosciuti, torna in famiglia con un peso diverso. La regia tiene insieme questi luoghi in una continuità inquieta, perché per Alex il palco e la vita privata cominciano presto a respirare nella stessa aria. Il film trova la sua parte migliore in questa circolazione imperfetta tra palcoscenico e vita domestica. Cooper segue Alex mentre sbaglia, migliora davanti al pubblico, inciampa di nuovo nei rapporti, capisce qualcosa e subito dopo la smarrisce. La risata gli concede un controllo provvisorio sul fallimento, una piccola autorità sul racconto della propria disfatta. Appena davanti a lui compaiono Tess e i figli, quell’autorità vacilla. Il pubblico ride di un materiale che in famiglia ha ancora nome, volto, conseguenze.

È l’ultima battuta? rimane così un’opera più piccola rispetto ai precedenti film di Cooper, meno appariscente, più raccolta, vulnerabile nella sua stessa misura. Questa dimensione intima le permette di stringersi attorno all’ordinaria difficoltà di un matrimonio che si dissolve lontano dalla leggenda privata. È qui che un padre, esorcizzando il proprio fallimento attraverso la risata, si accorge troppo tardi che la vita degli altri gli era stata soltanto affidata, mai concessa come repertorio. Il riparo del palcoscenico è provvisorio, e una volta giù le persone amate aspettano ancora una parola che sia diversa dalla battuta. Cooper lascia Alex nel punto in cui il potere della risata esaurisce la sua utilità e inizia il compito più arduo di guardare l’altro con la serietà imperfetta di chi ha finalmente terminato il numero.

Info
Il trailer di È l’ultima battuta?.

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