Il segreto

Il segreto

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Gli street artist partenopei cyop&kaf raccontano la propria città attraverso la reiterazione di un rito in cui i protagonisti assoluti sono bambini. In Italiana.doc al TFF.

Il falò

Perché un gruppo di bambini dei Quartieri spagnoli si aggira per Napoli, alla fine delle festività natalizie, cercando alberi di Natale da trascinare in un nascondiglio? E perché deve proteggere questi alberi dalle incursioni di bande di coetanei dei quartieri vicini? [sinossi]

Un gruppo di ragazzini, tra i sei e i dieci anni, si aggira per le vie di Napoli. Quando può, o gli viene gentilmente concesso, si impossessa di alberi di Natale abbandonati e li trascina a fatica, tra la curiosità di alcuni passanti e sotto la minaccia di coetanei che vorrebbero a loro volta impadronirsene. La meta di questo faticoso peregrinare è un vecchio stabile in smantellamento nei Quartieri spagnoli, dove gli alberi – alcuni ancora verdeggianti, altri oramai ridotti a vere e proprie carcasse – vengono accatastati gli uni accanto agli altri, e vegliati con amore e preoccupazione dai bambini.
Ha così inizio Il segreto, documentario che gli artisti cyop&kaf – da anni al lavoro proprio nei Quartieri spagnoli, trasformati nel corso del tempo in una galleria a cielo aperto – hanno presentato nel concorso di Italiana.doc alla trentunesima edizione del Torino Film Festival, con una folta presenza dei minorenni protagonisti in sala. Con una scelta che sembra quanto mai appropriata, cyop&kaf non si prendono la briga di spiegare i retroscena delle azioni dei bambini, lasciando lo spettatore ignaro di fronte a un fenomeno che acquista ben presto contorni misterici, trascinando l’intero impianto narrativo in una dimensione quasi onirica, ipnotica. La reiterazione del gesto – per buona parte dell’opera non si fa altro che assistere alla ricerca spossante di nuovi alberi, e alla lotta per la loro difesa – diventa nelle mani di cyop&kaf il grimaldello indispensabile per scardinare i contorni spaziali e temporali del documentario “classico”.

Anche quando finalmente si fa luce sulle motivazioni dei ragazzini, legate al rito del cippo di Sant’Antonio (il 17 gennaio si organizzano grandi falò con la legna degli alberi di Natale oramai inutilizzati, e per un paio di mesi i bambini dei vari quartieri si adoperano per trovare fusti da ardere in giro per la città), il discorso non muta minimamente. Perché Il segreto non è, come forse potrebbe apparire a prima vista, l’analisi antropologica di una tradizione che si perpetua al di là del proprio stesso significato, ma bensì il fermo immagine, partecipato e sentito, sulla riappropriazione di uno spazio fisico che è anche, inevitabilmente spazio politico. Nell’atto di utilizzare un vecchio stabile diroccato come nascondiglio in cui proteggere i propri arbusti/tesori, è insito anche lo stimolo a vivere il proprio quartiere, a inserirsi in modo mai subordinato all’interno delle dinamiche della propria città.
Il fatto che per mettere in scena tutto ciò si soffermi l’occhio su un microcosmo puramente infantile – gli adulti sono inseriti nel racconto solo come elemento di contrasto, mai conciliabile con l’universo dei ragazzini – acquista un valore ulteriore che comporta, in maniera inevitabile, anche scelte estetiche forti: la compenetrazione con la banda di Checco Lecco da parte di cyop&kaf è tale che la videocamera sembra agire a sua volta come un membro della ghenga, come dimostrano le soggettive impossibili sul motorino.

Scelte che possono forse far sorgere dei dubbi e(ste)tici, ma che allo stesso tempo sottolineano lo spirito partecipato di una ripresa del reale che non si pone mai nell’ottica di uno sguardo dall’alto, giudicante, ma si muove tra le vie tentacolari della città con i suoi protagonisti, altro atto che da cinematografico diventa sull’istante politico. Un ruolo svolto in piena consapevolezza, come dimostrano le immagini amatoriali di repertorio sui titoli di coda, che idealmente prolungano all’infinito lo spazio-tempo di un documentario piccolo ma prezioso, arma dell’immaginario che pur non ricostruendo nulla riesce a non piegarsi alla pura e semplice dittatura del “reale”, inteso nel senso più deteriore del termine.

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