I fantasmi di San Berillo

I fantasmi di San Berillo

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La sezione Italiana.doc del Torino Film Festival si conferma, già con le primissime visioni di questa 31esima edizione della rassegna, come il laboratorio più vivo e intransigente di quel che agita le acque – non più tanto placide dalla vittoria veneziana di Sacro GRA – del nostro cinema documentario. Basti vedere un lavoro come I fantasmi di San Berillo – solo apparentemente costruito su dei canoni del cinema del reale – per rendersene conto. Esordio alla regia del montatore Edoardo Morabito, il film è una ricognizione – vista a partire da diverse prospettive – di quanto resta del popolare quartiere di San Berillo a Catania, sventrato in pieno boom economico perché ritenuto poco “degno” di una metropoli moderna. Ritrovo di prostitute, papponi e tipi strani (come recita la canzone di De André dedicata a Genova, La città vecchia, che infatti viene giustamente proposta sui titoli di coda), le autorità decisero all’epoca che non era più il caso – vista anche la legge Merln sulla prostituzione – che quello che era il centro storico di Catania fosse un focolaio di tante attività illegali e marginali. Stranamente, però, non tutto il quartiere venne demolito e qualche vicolo ha continuato nei decenni a ospitare le attività più variegate, a partire proprio dalla presenza di prostitute affacciate sull’uscio di casa. Una varia umanità che, nonostante la retata da regime legalitario avvenuta nel 2000, ancora resiste abbarbicata nei suoi bassi, almeno fino alla prossima speculazione edilizia.

Tutto questo, Morabito lo racconta con leggerezza e acume, seguendo alcuni di questi personaggi, ma senza affidare a nessuno di loro il ruolo di protagonista, muovendosi piuttosto secondo una linea da racconto corale. E non poteva essere altrimenti, visto che al centro della scena c’è l’immagine quasi-mancate di San Berillo, dei fantasmi che ancora oggi lo popolano. Passando da riprese di filmati RAI degli anni ’50, che mostrano il quartiere nel pieno della sua vita, a scene di film porno d’epoca, affidando saltuariamente e con buona verve evocativa a Donatella Finocchiaro il compito di leggere in voice over suggestioni su città (in)invisibili da Calvino e da testi della scrittrice catanese Goliarda Sapienza, Morabito costruisce con I fantasmi di San Berillo un’indispensabile riflessione sulla vita popolare e di quartiere, sulla sua veracità e sulla sua umanità, povera e furba – se vogliamo – ma mai degradata e grigia. Vediamo in scena, ovviamente, una storia che si ripete e si è ripetuta in tutte le città italiane nel corso del Novecento, a partire dalla Spina di Borgo a Roma, e che è stata raccontata più volte, da Pasolini in poi. Ciò non significa però che si debba esser sazi di tali racconti, tutt’altro: lo stesso quartiere di San Berillo ci viene raccontato come un rimosso per il cittadino catanese che, spesso, ne ha dimenticato persino l’esistenza.

Il ricostruire il filo con il nostro passato è un compito necessario e indispensabile che Morabito svolge alla perfezione, lavorando con grande efficacia proprio nel campo che più gli appartiene, quello del montaggio, e trovando una serie di personaggi che restano senz’altro nella memoria. Su tutti, rimane impressa la passeggiata di un vecchio abitante del quartiere che, con piglio da attore e da esploratore, prima illustra il tempo passato ricercandone residui e odori, poi si avventura tra rovine e calcinacci andando a recuperare degli oggetti e del materiale che componeva gli appartamenti dell’epoca. Un percorso fisico e materico che ci fa capire perfettamente come Morabito abbia saputo attraversare il quartiere, passando dall’elemento bruto (l’odore del piscio ai bordi di un vicolo) alla riflessione quasi metafisica (la voice over della Finocchiaro). Son film come questi che, senza cercare a tutti i costi il pindarismo autoriale, ma affidandosi piuttosto il compito di raccontare una storia precisa e limitata, fanno tornare un barlume di speranza per le sorti del nostro cinema.

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