Intervista a Diao Yinan

Intervista a Diao Yinan

Dopo l’Orso d’Oro alla Berlinale 2014, Fuochi d’artificio in pieno giorno di Diao Yinan è stato presentato in anteprima italiana al Far East. Abbiamo intervistato il regista per parlare del suo film ma anche dello stato delle cose nel sistema cinematografico cinese.

Un film come Fuochi d’artificio in pieno giorno – vincitore dell’Orso d’Oro alla Berlinale e presentato in anteprima italiana al Far East – apre il campo a nuovi possibili scenari per il cinema d’autore cinese: di fronte al mercato locale che è in rapidissima espansione e a breve diventerà il maggiore al mondo, è probabilmente necessario rinnovarsi senza sosta, prendendo magari spunto da alcuni modelli cinematografici non autoctoni. Lo ha capito lo stesso Jia Zhangke che con Il tocco del peccato ha realizzato il film più eversivo e spiazzante della sua carriera rifacendosi in modo esplicito a Takeshi Kitano. Ma Jia ha probabilmente esagerato nei toni e nei modi, provando vanamente a forzare le maglie ancora molto strette della censura; il suo film infatti ancora non ha avuto distribuzione in patria. Meglio è andata a Diao Yinan e al suo Fuochi d’artificio in pieno giorno che, pur lavorando sullo stesso tema de Il tocco del peccato – vale a dire l’estremo livello di violenza nei rapporti sociali della Cina odierna –, è giocato su un equilibrio sottilissimo tra il genere e l’autorialità, laddove la critica al presente passa attraverso l’ellissi, l’evocazione e improvvisi slanci visionari. Nella vicenda del poliziotto Zhang Zili – interpretato da Fan Liao, vincitore a sua volta, sempre a Berlino 2014, dell’Orso d’Argento come miglior attore – che indaga su un caso di omicidio le cui tracce portano alla lavanderia gestita da una sorta di femme fatale, Diao riesce infatti a elaborare sia alcune meccaniche classiche del noir occidentale sia un punto di vista tragicamente sarcastico su quanto sta avvenendo nel suo paese, evitando così il j’accuse diretto nei confronti delle istituzioni e appassionando allo stesso tempo il pubblico intorno a una dinamica da detection story.
Non ci siamo perciò fatti sfuggire l’occasione di intervistare Diao Yinan, venuto al Far East di Udine a presentare il suo film, e con lui abbiamo parlato sia ovviamente di Fuochi d’artificio in pieno giorno che dello stato delle cose nel cinema cinese.

Nel tuo film convivono elementi del genere noir con quelli del cinema d’autore. Da cosa sei partito, dalla volontà di realizzare un poliziesco?

Diao Yinan: No, quando nel 2005 ho cominciato a scrivere questo copione non pensavo di fare un poliziesco, anche se amo questo genere sin da quando ero bambino. Volevo fare un film d’autore, come è stato Night Train nel 2007 [il suo secondo film da regista, n.d.r.]. Ma è difficile trovare degli investitori per produrre dei film d’autore. Quindi Vivian Qu, che è la mia produttrice, mi ha suggerito di rendere il film un po’ più commerciale. Allora ho pensato che, mantenendo uno stile personale, potevo aggiungere il thriller e il film noir per renderlo più appetibile per il pubblico, conservando allo stesso tempo le caratteristiche di quel che volevo dire. In Cina è molto facile fare un film poliziesco secondo me, almeno in questo preciso momento storico. Negli ultimi anni infatti la Cina è cambiata molto, le persone cominciano a diventare più esigenti a proposito di quel che vogliono vedere sullo schermo. È aumentato il benessere, ma è aumentato anche l’isolamento delle persone. E poi ci sono molti casi criminali, sono all’ordine del giorno. Avvengono con sempre maggior frequenza degli omicidi particolari come quello che ho raccontato io. Anzi, addirittura, il giorno in cui non succede nulla, quasi ci si sorprende, sembra quasi impossibile. Credo che la situazione sociale della Cina attuale possa essere paragonata a quella europea dopo la fine della seconda guerra mondiale, quando per l’appunto è nato il film noir.

Alcuni critici statunitensi, vedendo Fuochi d’artificio in pieno giorno, hanno parlato di rilettura del noir americano. Pensi che sia condivisibile oppure vi è una tradizione cinese a cui hai guardato?

Diao Yinan: Il copione che ho scritto è esattamente da film noir, ma nella regia ho voluto lavorare su uno stile differente. Per esempio nei noir ci sono molti primi piani e molti effetti. Io invece ho usato poco i primi piani e ho fatto delle riprese abbastanza lunghe. Ho voluto costruire il mio stile di regia sulla semplicità d’azione, l’ho girato nella maniera più semplice ed elementare possibile. L’idea per l’appunto era quella di riprendere un’azione complessa in modo semplice, come succede in diversi film d’autore.

A quali autori pensi in particolare?

Diao Yinan: A Michelangelo Antonioni, a Michael Haneke, Tsai Ming-liang… Loro fanno così: scrivono delle scene complesse e poi le girano in modo semplice, scegliendo magari di fare un’unica inquadratura.

Hai citato Vivian Qu, di cui abbiamo visto a Venezia il suo esordio, Trap Street. E tra questo e il tuo film ci pare che ci sia qualche punto di contatto, sia per la contiguità con il noir, sia per il rapporto tra il protagonista maschile e quello femminile, con quest’ultimo avvolto in un alone di mistero, quasi da femme fatale. E in entrambi ci è sembrato di cogliere qualche aspetto del cinema di Antonioni.

Diao Yinan: Collaboro con Vivian dal 2005 e, dei miei film, lei ha prodotto sia Night Train che Fuochi d’artificio in pieno giorno. Lei è una ragazza estremamente capace. È cresciuta in America e, pur mantenendo una mentalità cinese, ha visto e conosce tante cose di cui io non ho idea. Mi sa sempre dare degli importanti suggerimenti, sia in fase di scrittura che di regia. Tra l’altro Trap Street ha appena vinto il Gran Premio della Giuria all’Independent Film Festival di Boston, l’ho appena saputo e sono molto contento per lei. Per quello che riguarda Antonioni, diciamo che la cosa che mi affascina di più è il modo in cui costruisce le sue atmosfere attraverso il silenzio dei personaggi, che sono capaci di parlare senza usare le parole. Ma devo aggiungere che questo fatto del silenzio è parte integrante anche dello stile cinese, non è che noi parliamo molto. Io stesso di natura sono abbastanza introverso, non amo parlare con le persone che non conosco. E i miei personaggi mi assomigliano un po’. E poi i personaggi dei film di Antonioni hanno molta classe e sono molto soli. Mi immedesimo molto con i suoi film, il suo cinema riesce a svelarti una serie di bellezze nascoste che in genere non siamo in grado di cogliere.

Perché pensi che attraverso il noir si possano svelare meglio le contraddizioni della società?

Diao Yinan: Di fatto il film noir per me è questo: una fusione di neorealismo italiano e di espressionismo tedesco. I film del neorealismo guardano in modo critico la realtà, è inevitabile. Attraverso il noir la critica del neorealismo viene avvolta e messa dentro a un pacchetto di espressionismo tedesco, per cui è un po’ nascosta, non si vede in prima battuta. Hai un’idea che vuoi realizzare e la puoi fare così.

Quali sono gli aspetti della società che volevi criticare?

Diao Yinan: Innanzitutto il dislivello sempre maggiore tra ricchi e poveri. Tutto quello che succede nel film, succede in fin dei conti per un vestito rubato. E poi la violenza assoluta, crudele, la crudeltà che è nascosta nella vita delle persone, una violenza quotidiana. Non te ne accorgi ma c’è in ogni famiglia.

C’è anche il protagonista che in effetti è molto violento nei confronti delle donne.

Diao Yinan: Non è che lui è violento verso le donne, lui è devastato dentro. A Berlino mi domandavo se il pubblico non potesse pensare che quest’uomo fosse troppo violento con le donne. Ma la risposta del presidente della giuria, James Schamus, che è tra le altre cose il produttore di Ang Lee, è stata: no, assolutamente, abbiamo visto il dolore di quest’uomo che non sapeva come fare per esprimersi.

Come sei riuscito a far accettare Fuochi d’artificio in pieno giorno alla commissione di censura? E avete scelto voi la data d’uscita in sala? Perché abbiamo letto che spesso è stabilita dal governo.

Diao Yinan: Per la censura, è andata come tutte le volte. Si deve andare all’istituto di cinematografia e discutere con loro. Hanno chiesto di fare delle modifiche che loro ritenevano necessarie e noi abbiamo pensato che potessero essere fatte perché non erano influenti. Quindi è andata abbastanza bene. La data d’uscita invece l’abbiamo scelta noi. Del resto, co-produttore del film e anche distributore era la China Film Group [la più importante società statale impegnata nel settore, che si occupa di distribuire anche film stranieri all’interno dei confini cinesi, n.d.r.], quindi anche loro ci tenevano a guadagnarci. In realtà la data di uscita era stata stabilita più avanti, ma abbiamo potuto anticiparla, perché abbiamo approfittato della vittoria al festival di Berlino per farlo vedere subito al pubblico cinese. Poi il box office è andato benissimo, abbiamo superato i 100 milioni di yuan.

Al cinema hai esordito come sceneggiatore per Zhang Yang in due suoi film, Spicy Love Soup e Shower. Come è andata? Come vi siete conosciuti?

Diao Yinan: In modo molto semplice, in realtà. Mi sono diplomato in letteratura e scrivevo sceneggiature, è stato quello il mio campo d’interesse iniziale. Con Zhang Yang poi eravamo compagni all’università e vecchi amici e quindi è stata una cosa abbastanza naturale lavorare insieme. Però il film è il film dei registi e noi sceneggiatori siamo al servizio dei registi. Se io come sceneggiatore ritengo che un’idea sia buona e debba essere usata, ma il regista non la vuole mettere, non posso farci niente. Bisogna dare ragione al regista. Si litiga ma poi basta, decide lui. È normale così.

In Italia è in corso un dibattito sul passaggio dalla pellicola al digitale e si attende per metà del 2014 la digitalizzazione completa di tutte le sale. Come vanno le cose in Cina?

Diao Yinan: Personalmente ho sempre usato il digitale, non ti senti pressato ed è più economico. [Ci guarda con sorpresa] Ma perché, in Italia, le sale non sono ancora tutte quante in digitale?

No, ancora no.

Diao Yinan: Ah, invece, in Cina ormai tutti hanno il digitale. Le pizze di pellicola costano tantissimo e assolutamente non conviene. Comunque sono d’accordo che la pellicola ha ancora adesso una resa migliore.

Il titolo internazionale del tuo film è Black Coal, Thin Ice, mentre quello cinese ha come traduzione letterale proprio Fuochi d’artificio in pieno giorno. Come mai tutta questa differenza tra i due titoli? 

Diao Yinan: Mentre in cinese funziona, sarebbe stato brutto sentire quel titolo in inglese, per questo ho cambiato. Il mio traduttore americano è uno che traduce romanzi dal cinese all’inglese e secondo lui Black Coal, Thin Ice è una traduzione molto cool. Poi mi sono ricordato che esiste anche un modo di dire cinese relativo al fatto che bisogna fare attenzione quando il ghiaccio è troppo sottile perché ci si può cadere dentro. Quindi è un titolo che riesce a trasmettere un’idea di suspense, di paura.

Senza raccontare come va a finire la storia del film, ti volevamo chiedere come mai hai scelto di chiudere visivamente in modo brusco, con un taglio netto su un’inquadratura in movimento.

Diao Yinan: Ho pensato a Truffaut che diceva: un film non si deve chiudere con il classico the end, ma come se fosse un inizio e quindi va chiuso nel movimento. Io non voglio dare agli spettatori una conclusione perché nemmeno nella vita di tutti i giorni l’abbiamo. È tutto un prosieguo, un discorso in fieri. Un finale di questo tipo costringe gli spettatori a continuare a pensare al film. Su cento spettatori ci possono essere centocinquanta soluzioni per il finale. Cento spettatori sono come cento poliziotti che vanno a vedere chi è che sta lanciando i fuochi d’artificio.

È vero che in Cina adesso si investe nel cinema come fino a qualche tempo fa si investiva nel mercato immobiliare?

Diao Yinan: Non è che tutti i film sono remunerativi. Questo mercato, quello del cinema, comunque è estremamente vivo. Ci sono ventimila sale e un giorno di box office in Cina equivale a quindici giorni di box office in Italia. Se un film commerciale italiano riuscisse a entrare nel mercato cinese per i produttori significherebbe trovare le galline dalle uova d’oro.

E non ci sono film italiani che escono in Cina?

Diao Yinan: No, non ce ne sono. In Cina adesso tutti hanno la possibilità di spendere soldi per divertirsi, soprattutto i ragazzi. Il cinema è sì un momento culturale molto importante, ma viene visto soprattutto come un divertimento, uno svago, perché le sale adesso sono belle, i biglietti non costano tanto e quindi i ragazzi le frequentano. Il numero di sale poi aumenta progressivamente: se ne aprono in media più di dieci al giorno. E perciò in un mercato così grande e così sviluppato è necessario mettere dei contenuti, servono dei film da distribuire nelle sala. Gli americani l’hanno capito e infatti stanno entrando in questo mercato.

I film stranieri che vengono distribuiti in Cina sono solamente americani?

Diao Yinan: No, ne abbiamo anche di altri paesi. Per ora il mercato non è del tutto libero, può essere distribuito solo un numero limitato di film stranieri, ma a partire dal 2017 non vi saranno più limitazioni. E io sono sicuro che per allora il nostro mercato sarà più grande di quello americano e tutti cercheranno di approfittare di quel momento per potervi entrare con i loro film.

Info
La foto di Diao Yinan è stata scattata da Ricky Modena.
La pagina di Diao Yinan sul Chinese Movie Database.
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