La memoria dell’acqua

La memoria dell’acqua

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Orso d’Argento alla Berlinale per la miglior sceneggiatura e vincitore dell’undicesima edizione del Biografilm, La memoria dell’acqua è il nuovo film del cileno Patricio Guzmán, che ancora una volta sprofonda il suo cinema tra Allende e Pinochet, anche nel contesto di un documentario sull’acqua.

Storie scritte nell’acqua

L’oceano contiene la storia dell’umanità. Il mare porta con sé tutte le voci della terra e quelle che vengono dallo spazio. L’acqua riceve l’impulso dalle stelle e lo trasmette alle creature viventi. Il mare – che rappresenta il più lungo confine per il Cile – porta anche il segreto di due misteriosi bottoni di perla trovati sul fondale oceanico. Il Cile, con i suoi 4300 chilometri di costa e con il suo arcipelago che è il più esteso del mondo, presenta un paesaggio soprannaturale. Ci sono vulcani, montagne e ghiacciai. Ci sono le voci degli indigeni della Patagonia, dei primi marinai inglesi e dei prigionieri politici. Si dice che l’acqua abbia una memoria. Questo film dimostra che ha anche una voce. [sinossi]

La natura imponente e maestosa del Cile, con i suoi paesaggi affascinanti, con le sue lunghe coste. Un paese dalla geografia unica, che si estende su un lungo e stretto lembo di terra che attraversa da nord a sud il continente sudamericano. Il paese più lungo del mondo con una natura che si fonda sul conflitto tra mare e montagne tra Oceano Pacifico e Cordigliera Andina. Una natura impetuosa e impervia, violenta, un territorio sismico, una natura che prosegue il suo corso secondo ritmi geologici, indifferente spettatrice, in una storia che equivale a un battito di ciglio, delle tragedie umane che avvengono al suo interno. L’acqua del mare non può che essere l’elemento primario della geografia di questo paese che estende la sua sovranità a territori insulari che si arrivano alla Polinesia. L’acqua elemento primordiale, materia fondante della vita – degli organismi viventi e dell’intero pianeta azzurro e alla base del fiorire di tutte le grandi civiltà – della sua origine e del suo mantenimento che può, nella martoriata storia di questo paese anche ospitare la morte, accogliere e diluire ecatombi, eccidi, genocidi.

Patricio Guzmán parte da una dimensione materica, primigenia, da sentimento panico della natura, per arrivare alla storia, alle tragedie del suo paese, per tornare a parlare di Allende e Pinochet, per tornare a denunciare i crimini del secondo, idealizzando il primo. Per tracciare una storia di una terra e di un popolo martoriato e stuprato, terra di conquista, i paesaggi estremi che sono stati teatro continuo di violenza, dai nativi sterminati dai conquistadores, ai desaparecidos. Guzmán riesce nell’improbabile compito di far coesistere e convivere il cinema di un Piavoli e quello di un Rithy Panh, la geofisica con i diritti umani, la natura delle cose e quella delle miserie del genere umano, la leggerezza di un elemento senza forma e colore e la pesantezza della Storia. Sulla controversa teoria della memoria dell’acqua si fonda il principio delle cure omeopatiche. L’acqua non offre nessuna possibilità di cura in realtà per Guzmán, rimane un gigantesco ventre molle che ingloba, scioglie e cancella tutto. La memoria si può perpetuare solo preservando quei pochi indizi residui, come i bottoni di perla, o i venti indigeni sopravvissuti, unici depositari di una cultura ancestrale che non contemplava la parola Dio nel suo vocabolario. La memoria storica va pervicacemente tenuta viva – combattendo la tendenza naturale all’entropia del suo dissolvimento – come si ostina a fare Patricio Guzmán in ogni sua opera. Chi dimentica il passato è condannato a riviverlo.

INFO
La memoria dell’acqua sul sito della Berlinale.
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