Matango il mostro

Matango il mostro

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Tra le opere più celebri di Ishiro Honda, Matango il mostro è un viaggio psichedelico che riflette sulla mostruosità insita nella natura umana, e nella società. Al Far East 2016.

Una spora nel buio

I sette componenti dell’equipaggio di una barca a vela naufragano su un’isola in seguito ad una tempesta. Sono il capitano Naoyuki Sakuta aiutato dal marinaio Senzō Koyama, il professor Kenji Murai e la sua ragazza Akiko Sōma, l’uomo d’affari Masafumi Kasai con la cantante Mami Sekiguchi nonché sua fidanzata e lo scrittore Etsurō Yoshida. Alla ricerca di cibo scoprono il relitto di una nave appartenuta ad una spedizione scientifica venuta sull’isola per indagare su dei funghi velenosi giganti chiamati Matango. [sinossi]

Nonostante i kaijū eiga (che all’epoca nessuno chiamava così) fossero la moda del momento, e l’horror e il fantastico giapponese arrivassero nelle sale tanto negli Stati Uniti quanto in Europa creando un piccolo culto tra i giovani e gli appassionati – un effetto non molto diverso da quello prodotto dagli exploitation movie italiani del periodo, a ben vedere – Matango ebbe una vita piuttosto travagliata fuori dai confini nazionali. Negli Stati Uniti non venne distribuito in sala, eccezion fatta per quei piccoli cinema a Los Angeles e San Francisco dove venivano proiettati i film per la comunità giapponese in lingua originale senza sottotitoli, e arrivò direttamente in televisione (con il titolo Attack of the Mushroom People e una durata leggermente inferiore) nel 1965; in Gran Bretagna ebbe una distribuzione-lampo, e in Italia arrivò addirittura solo nel 1973. Un destino ben diverso, dunque, da quello degli altri film di Ishirō Honda a partire da Godzilla [1], che avevano invece ottenuto un grande favore di pubblico, aprendo di fatto le vie del cinema popolare giapponese all’occidente. Per cercare di comprendere i motivi che spinsero le case di distribuzione a guardare con sospetto Matango il mostro (questo il titolo italiano, che cerca di stuzzicare il pubblico con la promessa di un “mostro” in scena, stravolgendo di fatto parte del senso del film) è indispensabile togliersi dalla mente che si tratti di un puro e semplice “film di mostri giganti”.
Passato giustamente alla storia come il “papà di Godzilla”, Ishirō Honda è in realtà figura assai più sfaccettata e strutturata: grande amico di Akira Kurosawa, che leggerà l’elogio funebre alla sua morte nel 1993, Honda è una delle figure di riferimento della sinistra giapponese. Non è certo un mistero che dietro la creazione del dinosauro atomico più famoso della storia del cinema si celi una riflessione – molto amara – sui rischi del nucleare, e sulla follia dell’uomo. Pacifista, si è sempre circondato all’interno del suo team di persone che venissero dall’ambiente intellettuale o sindacale, come ad esempio Takeshi Kimura, membro del Partito Comunista Giapponese al quale si devono buona parte delle interpretazioni politiche dei kaijū eiga [2]. Proprio Kimura lavora allo script di Matango

Per quanto l’aspetto strettamente orrorifico della storia non venga mai meno, e si muova sottopelle nello spettatore allo stesso modo delle spore che trasformano i sette protagonisti in mostri, Matango non mette in scena davvero una minaccia esterna pronta a ghermire l’uomo moderno. Anzi, semmai è vero il contrario. Dei sette protagonisti del film costretti a trovare riparo su un isolotto dopo il naufragio della barca a vela su cui viaggiavano, sei sono i rappresentanti dell’elite del “nuovo Giappone”, quello democratico costruito dalle truppe occupanti statunitensi sulle macerie atomiche di Hiroshima e Nagasaki: solo uno di loro, al contrario, è un proletario (un po’ come il contadino Kikuchiyo che si aggrega ai sei rōnin ne I sette samurai di Akira Kurosawa), il che non gli basta per rimanere escluso in qualche modo dal gioco al massacro borghese che prenderà corpo dopo l’assunsione dei funghi.
Non è un film sulle sostanze psicotrope, Matango, per quanto in molti si siano fermati a questa lettura superficiale – e oziosa: è invece un horror fortemente politico, in cui la scoperta di una mostruosità “naturale” non fa altro che rendere ancora più evidente la deformazione di una società-mostro, che ingloba e uniforma, e si sviluppa solo per accumulo di materiali. Il Giappone capitalista è nemico dell’uomo, perché attraverso l’illusione dell’agio lo soggioga, riportandolo a uno stato larvale e bestiale, in cui solo la sopraffazione del simile può trovare un reale senso alla vita.

Honda contrasta l’immagine luccicante del Giappone del boom economico con una visionarietà sorprendente e stordente, sovvertendo l’impianto dialettico architettato per la prima parte del film con una regia allucinata che trasforma la seconda parte di Matango in una scatenata discesa agli inferi, dalla quale non è previsto ritorno. Forse… Opera tra le più mature dell’intera filmografia di Honda, Matango è stato riscoperto e apprezzato solo con il passare degli anni in occidente. Meglio tardi che mai.

NOTE
1. La filmografia di Honda fino a Matango comprende tra gli altri anche Jūjin yuki Otoko (mai distribuito in Italia e noto con il titolo inglese Half-Human), Rodan, I misteriani, Uomini H, Daikaijū Baran (vale a dire Varan the Unbelievable), Inferno nella stratosfera, Gasu Ningen dai Ichi-gō (The Human Vapor), Mothra, Gorath, e Il trionfo di King Kong, conosciuto anche come King Kong vs. Godzilla.
2. All’interno del genere si può leggere una sostanziale differenza tra le sceneggiature di Kimura, più attente al contesto sociale e alle implicazioni politiche dei “mostri” in scena, e quelle di Shin’ichi Sekizawa, a sua volta al soldo della Tōhō, più interessato invece all’aspetto ludico dei film.

Info
Il trailer di Matango il mostro.

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