Interchange

Interchange

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Presentato al Festival del Film Locarno, tra le proiezioni in Piazza Grande, Interchange è un ambizioso thriller sovrannaturale malese che cita Hitchcock in continuazione. Le belle idee dell’inizio si perdono ben presto in un film pasticciato che arriva a sfiorare il ridicolo.

Gli uccelli nel cortile

Adam, fotografo della polizia scientifica, si ritira in casa dove scatta fotografie ai vicini fino a che non viene trascinato in un’altra indagine dal suo amico, il detective Man, che vuole risolvere il caso di una serie di macabri omicidi a sfondo rituale. Adam inizia a spiare Iva, una giovane donna originaria del Borneo. Affascinato da lei, si ritrova invischiato in un groviglio di misteri e assassinii. Mentre Adam affonda sempre più nel mondo tribale di Iva e Man approfondisce le sue indagini, la città svela il suo vero volto, un coacervo di sciamani ed esseri soprannaturali. [sinossi]

Si comincia molto bene, l’inizio del film depone a favore di un thriller di ottima fattura. Il ritrovamento di un cadavere, ‘artisticamente’ deturpato, una narrazione iniziale che procede con foga, ellittica, ansiogena. Si accenna anche a un discorso sociale, sui regolari e gli immigrati ma non verrà piu ripreso. Interchange espone subito le sue carte da gioco hitchcockiane a cominciare da La finestra sul cortile, ma poi arriverà anche Gli uccelli e cosi via. Adam è il nuovo James Stewart voyeur che scatta foto con il teleobiettivo alle finestre del palazzone di fronte. Spia i dirimpettai da una finestra sul cortile declinata ai giorni nostri, con un edificio dall’architettura modernista, con una macchina digitale. Adam stampa le foto, e le appende in fila su una parte. A volte le ingrandisce, o le scannerizza, e qui siamo dalle parti di Blow Up. E proprio dalla giustapposizione e dalle sovrapposizioni di queste immagini e dal loro confronto, tra loro e con quelle nella parete di fianco delle autopsie, che procede la detection del film e che si fanno importanti scoperte. E il ruolo della fotografia è fondamentale nella struttura narrativa del film, e nella stessa architettura del fantastico, vedi anche il negativo che torna e permette di fare altri collegamenti. Le immagini fotografiche sono un qualcosa di più di quello che sembrano, con la possibilità di immagazzinare e imprigionare il reale.
Un qualcosa di tribale e ancestrale sta avvenendo nella megalopoli malese, qualcosa di magico e sovrannaturale si annida tra i grattacieli luccicanti. Qualcosa che riemerge da un lontano passato. L’autopsia del cadavere rivela nuovi dettagli macabri, il sangue che è stato risucchiato, che rimandano a un campionario da cinema horror e a un’etnografia raccapricciante.

Tutte le buone premesse si perdono. Il film diventa fin troppo pretenzioso, già dagli stessi nomi dei suoi protagonisti, Adam, Iva, Man. E a un certo punto comincia a inanellare una serie di momenti uno più trash dell’altro, da quello che cattura gli spiriti fino agli uccelli, o gli uomini-uccello, realizzata con una computergrafica d’accatto. E il film si rivela sempre più confuso, pasticciato, ambizioso.

Info
La pagina dedicata a Interchange sul sito del Festival di Locarno

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