Sing Street

Sing Street

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Musical proletario sugli anni ’80, Sing Street di John Carney rivela una sensibilità, soprattutto musicale, che va oltre la sua confezione impeccabile. Alla Festa del Cinema di Roma.

Innamorati e VHS

Nella Dublino degli anni ’80, il sedicenne Conor evade dalla sua complicata situazione familiare formando una band, per far colpo sulla ragazza che gli piace. [sinossi]

La fascinazione per i ludici e cotonati anni ’80 sta pervadendo una discreta parte del cinema (e non solo) contemporaneo. E non c’è molto da stupirsi, d’altronde si sta facendo largo tutta una nuova generazione di autori che in quegli anni è cresciuta e dunque non può esimersi dal comunicare e condividere la propria nostalgia vintage, con chi c’era e con chi invece quella decade se l’è persa. E così accanto al J.J. Abrahams spielberghiano di Super 8, al successo di una serie come Stranger Things ecco arrivare ora Sing Street di John Carney, che per far leva su un immaginario comune a una vasta fetta di spettatori, nostalgici o meno degli eighties, sceglie il punto di vista più esaltante: quello della musica.
Erano quelli gli anni di nuovi romantici e new wavers, dove i sintetizzatori rubavano la scena agli assoli di chitarra, le maniche a sbuffo adornavano esili creature androgine, il make up era unisex, le merendine Mars un diritto inalienabile, il succo di frutta Billy una bevanda ritenuta sana e Nino D’Angelo agitava il suo caschetto biondo inneggiando ai jeans e alla maglietta del suo amore estivo. Ok, magari in Italia, almeno questi due ultimi dettagli, ma nella Dublino del 1985 le cose non erano poi tanto diverse, gli adolescenti sopportavano le medesime tediose giornate scolastiche sognando di trasferirsi a Londra e magari sposare Simon le Bon, o essere Simon Le Bon.
È più di questo secondo avviso, il sedicenne dublinese Conor (Ferdia Walsh-Peelo) che, con una difficile situazione familiare a casa (i genitori non si amano più, ma non possono divorziare perché in Irlanda non esiste ancora una legge sul divorzio) e una nuova scuola cattolica piuttosto rigida da frequentare (tra compagni che lanciano topi morti e docenti tonacati maneschi), decide di creare una band “futurista”, con il nobile scopo di far colpo su una ragazza. Quanto alla fanciulla, che porta il nome di Raphina (Lucy Boynton), anche il suo sogno suona molto anni ’80: vuole fare la modella. Per lei, Conor inizierà anche a girare dei videoclip con il pratico supporto di una videocamera VHS.

Inizia così un’avventura urbana e di crescita, in grado di restituire un’immagine sorprendentemente veritiera della Dublino proletaria, di esplorare complesse relazioni familiari e scolastiche, ritrarre quando necessario anche la violenza che vi è sottesa, inclusa quella dei preti maneschi di cui sopra. Certo, Sing Street rispetta tutte le regole del teen-movie, ha la sua love story da portare avanti seguendo gli snodi ben oliati del genere, ma il suo meccanismo non è mai nudo, viene al contrario costantemente rivestito con trovate ora originali, ora apertamente sorprendenti.
John Carney tratteggia i suoi personaggi con sincera affezione, concentrandosi in particolare sul fratello maggiore del protagonista, suo mentore musicale e di vita, disilluso e ironico quanto basta per non far scadere il film in facili sentimentalismi (si veda tra l’altro, la maniera per nulla banale in cui è raccontato il rapporto tra i due ragazzi e la madre). C’è spazio nel complesso per una vasta galleria di personaggi in Sing Street – dopotutto è anche un film su una band – che il regista non tralascia di abbozzare anche quando apertamente secondari, siano essi i genitori dei membri del gruppo o il bullo della scuola.

E poi naturalmente c’è la musica, vera protagonista del film. Dopo il successo ottenuto con l’acclamato musical pauperistico con ballate romantiche Once (premio Oscar alla migliore canzone originale nel 2008), Carney questa volta si cimenta in un’elaborazione musicale assai più ricca e complessa, mescolando numerose suggestioni da pezzi classici del pop anni ’80 e facendo di ciascun brano (è lo stesso Carney a firmare le canzoni, insieme a Gary Clark) una sorta di compendio delle sonorità in voga all’epoca. Ecco che Conor guarda in tv un videoclip dei Duran Duran e il giorno dopo compone un brano in quello stile, oltre ad agghindarsi da new romantic; quando il fratello gli sottopone l’ascolto di In Between Days dei Cure, ne ritroviamo poi le tracce nella sua nuova canzone e naturalmente nella sua nuova acconciatura.
Accanto a dei momenti più convenzionali, in cui la storia d’amore o le vicende familiari e scolastiche devono in qualche modo progredire, Carney inserisce inoltre un paio di sequenze nelle quali Conor e il suo chitarrista vengono colti nell’atto quasi intimo della creazione musicale, mentre mescolano parole e accordi, disquisendo sulla durata di questi ultimi e sulla direzione da far prendere alla melodia.
Sì, perché Sing Street è un musical sugli anni ’80 che riesce a dimostrare continuamente una sensibilità, soprattutto musicale, che va oltre la sua confezione impeccabile, sa blandire lo spettatore senza dimostrarsi troppo apertamente ruffiano, perché è il frutto non di una nostalgia di superficie, quanto piuttosto di un manierismo sonoro colto e sincero. Andante pop con brio, e schietto sentimento.

Info
La pagina Facebook ufficiale di Sing Street.
la pagina dedicata al film sul sito della Bim Distribuzione.
Il sito della Festa del Cinema di Roma.
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