Zeder

Zeder

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Il meglio della sua filmografia Pupi Avati l’ha dato nella messa in scena del deforme e dell’horror. Prova ne è Zeder, che immerge Lovecraft nella bassa padana…

Terreno K

Siamo nel 1956. In una villa di Chartres in Francia, succede un fatto spaventoso: fra scosse di terremoto, un mostro affiora dal sottosuolo e azzanna la gamba di una ragazzina. Un gruppo di scienziati francesi viene incaricato dal governo di far ricerche sui morti e sull’aldilà. Un certo Paolo Zeder ha formulato la teoria che esistano dei “terreni K” nei quali i cadaveri vivono un non-tempo, una non-crescita, fenomeno non solo limitato al terreno di Chartres, ma del terreno della vasta necropoli di Spina, ove si sono trasferiti gli scienziati francesi, piazzando le telecamere nel feretro di un prete spretato. A questo punto interviene un giovane scrittore bolognese, Stefano, il quale ha avuto in regalo dalla giovane moglie, Alessandra, una macchina da scrivere. [sinossi]

Zeder è un teorico, uno scienziato, ma il suo terreno di studi sprofonda in un cavità spazio-temporale tutta contadina, figlia di una cultura della ricrescita che mal si coniuga alla persistente tensione verso l’immortale della cristianità. Dietro Paolo Zeder c’è in tutto e per tutto Pupi Avati (le cui iniziali sono P e A, in qualche bizzarro modo il rovescio di quelle, P e Z, del teorico), la sua estrazione culturale, la sua crescita in un’Emilia bagnata dal sangue della guerra, che ha ucciso ma dalla quale il popolo è resuscitato a nuova vita. Sono trascorsi sette anni dall’uscita nelle sale de La casa dalle finestre che ridono, primo punto di contatto tra Avati e il genere duro e puro – il grottesco e il deforme invece hanno sempre galleggiato nella poetica del regista bolognese, che nei primi anni di vita sembra quasi un Tod Browning della bassa padana – e Zeder segna in qualche modo un nuovo approdo: non più il giallo, la detection che apre l’occhio dello spettatore sulla morbosità del vicino, del più prossimo a lui, ma l’orrore che trascende il reale per sposarsi con il sovrannaturale. I morti non possono tornare in vita. E se lo fanno, non è vita, ma una grottesca imitazione della stessa, rivista in chiave mostruosamente venatoria. Lo ha insegnato al mondo cinefilo George Romero, e il cinema italiano è stato tra i primi a coglierne l’urgenza, forse proprio per quel retaggio cattolico che legge nel “Lazzaro, alzati e cammina!” la potenza del divino. Il superamento della morte. Ma la cultura contadina quel punto di contatto tra vita e morte lo legge con lo stupore e lo spavento che merita, e lo concepisce più che altro come ghiribizzo malefico.
La scienza può forse provare a imitare il divino, ma non lo comprenderà. Può teorizzarlo, ma senza soluzione. Ma la religione, a sua volta, è solo un palliativo, altrettanto grottesco e malevolo: lo dimostra una volta di più il personaggio di un prete, come ne La casa dalle finestre che ridono portatore di una falsa speranza destinata a perdersi nel magma del terrore. Don Luigi Costa è il revenant, colui che è morto senza morire, l’esperimento nel corpo (una volta) vivo. È sua la tomba vuota, è suo il primo piano che costringe lo spettatore a coprirsi gli occhi con le mani, tradendo comunque la volontà di vedere fino a che punto oserà spingersi Avati.

Nella tensione immateriale, che è propria in realtà anche dell’Avati “drammatico” e che tornerà preponderante tanto ne L’arcano incantatore e Hideout – Il nascondiglio quanto nel televisivo Voci notturne (un Twin Peaks nostrano che il regista idea e scrive per affidare poi la messa in scena a Fabrizio Laurenti), e nella pervicace volontà di svincolarsi dal moderno metropolitano per rinchiudersi nell’infinito piano orizzontale della Padania, con i suoi dialetti e le sue credenze, si respira la potenza lovecraftiana del racconto. Senza mai mettere in scena il pantheon mostruoso del romanziere di Providence, e senza mai neanche provare a scomodare americanismi più o meno efficaci – quelli che rintraccerà invece Lucio Fulci nell’altrettanto seminale …E tu vivrai nel terrore! L’aldilà, uscito un paio di anni prima – Avati celebra la messa di requiem del mondo emiliano-romagnolo, facendo partire l’inchiesta di Stefano (Gabriele Lavia, già educato alla scuola di Dario Argento per Profondo rosso e Inferno) nella placida Bologna e spingendolo sempre un passo più in là, indietro nel tempo – la necropoli etrusca – e anche nello spazio, senza che lui se ne renda conto. È un viaggio a ritroso, mai avanti, quello che compie il protagonista, l’esatto opposto di ciò che dovrebbe avvenire in una detection: ogni scoperta è in realtà una falsa pista, destinata però a svolgere un ruolo determinante nel venire a capo della terribile matassa. Non esiste luogo più efficace, per rappresentare il senso di un film come Zeder, della Colonia Varese a Milano Marittima, dove Stefano scoprirà la “verità”, sempre che essa possa essere conosciuta dall’umano senza farlo sprofondare nella pazzia. Il razionalismo fascista si scontra con la piana quasi desertica; una cattedrale morta che pretende ancora il suo credito verso una vita che non le è mai appartenuta, esattamente come coloro che ritornano dalla terra e dai vermi nei Terreni K. La vita si scontra con l’abiura della stessa, lo scherzo che si tramuta in errore/orrore. La scienza osserva, ma in realtà non domina mai.

Zeder non ha bisogno di una sceneggiatura di ferro, e se ne fa continuamente beffe (personaggi che entrano nella trama senza troppe motivazioni, e magari ne escono in fretta, ellissi che non meritano, agli occhi degli Avati e Maurizio Costanzo, co-autori dello script, successive spiegazioni), ma penetra sottopelle come un goccia fredda, inavvertita in un primo momento ma poi fastidiosa, dolorosa, insopportabile. Il banale si trasforma in incomprensibile manifestazione del fantastico, dal quale non esiste scampo neanche negli affetti più intimi. Il Male, come sempre in Avati, è ovunque. Lo è sempre stato, ma bisogna avere l’occasione di aprire gli occhi davvero per rendersene conto. Strano esempio di film dell’orrore che per mettere in scena ciò che è al di là e al di sopra del naturale ricorre al terraceo e alla materia, Zeder è la conferma del talento cristallino di Avati nel ragionare sulla cesura solo a tratti visibile tra reale e irreale, tra vero e incubo. Un film che non ha avuto molti tentativi di imitazione, la maggior parte dei quali destinati comunque a fallire, ma che scava in profondità nell’immaginario dello spettatore, fino a riportare in vita qualcosa che sopiva, e sembrava morto.

Info
Zeder, il trailer.
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