Los perros

Los perros

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Serrato e disturbante, Los perros di Marcela Said è un affondo nella società cilena contemporanea, incapace di fare i conti con le colpe dei padri. Alla Semaine de la critique al Festival di Cannes 2017.

Uomini e cani

Mariana ha 42 anni e fa parte di una borghesia cilena che sa bene come proteggere i suoi privilegi. Disprezzata dal padre e dal marito, prova una strana attrazione per il suo insegnante di equitazione, Juan, un sessantenne ex colonnello sospettato di abusi durante la dittatura. Il legame tra i due scuoterà le pareti invisibili che proteggono la famiglia di Mariana dal suo stesso passato. [sinossi]

I festival internazionali sono l’occasione migliore per giudicare lo stato di salute di una cinematografia. Ma non è tanto dal quantitativo di nomi di autori blasonati nei concorsi principali che questo si può davvero testare, quanto piuttosto dalle opere prime e seconde dei giovani autori, posizionate sovente nelle sezioni collaterali. E così, accanto a maestri riconosciuti come Sebastian Lelio o Pablo Larrain, ecco che alla Semaine de la Critique del Festival di Cannes 2017 emerge ora una nuova autrice del cinema cileno contemporaneo: Marcela Said. Los perros, opera seconda della Said (il precedente El verano de los peces voladores era alla Quinzaine nel 2013), punta dritto e senza esitazioni a scandalizzare la borghesia, cilena e non solo.

L’incipit è in tal senso piuttosto eloquente: quasi in una sorta di performance di arte contemporanea, vediamo dei volti ricoperti da maschere di carne, le cui porzioni cucite insieme ben simboleggiano il problema di un’identità nazionale ancora incerta e ricucitasi alla bell’e meglio sulla pelle delle vittime della dittatura. Il portato metaforico di Los perros è dunque messo in chiaro fin dalle prime, potenti immagini, ma quello che si vedrà in seguito non è di certo meno perturbante. Protagonista del film è Mariana (Antonia Zegers), quarantenne rampolla di una ricca famiglia di imprenditori. Capricciosa, volubile e fermamente persuasa di poter ottenere dalle persone tutto ciò che vuole, Mariana non riesce ad avere figli dal poco premuroso marito e per questo si sottopone quotidianamente a una cura ormonale che forse acuisce l’instabilità del suo umore. O forse no, lei è sempre stata così: prepotente, sfacciata, sessualmente disinibita. Da qualche tempo poi frequenta un maneggio locale, dove prende lezioni di equitazione dal severo Juan (il volto simbolo del cinema cileno, Alfredo Castro), per il quale inizia a provare un’attrazione sadomasochistica che si amplificherà ulteriormente quando verrà a sapere che l’uomo è un ex colonnello, indagato dalla polizia per crimini contro l’umanità, commessi durante gli anni della dittatura. Crimini ai quali non è estraneo anche il padre della donna.

Ritratto lucido e spietato della borghesia cilena contemporanea, Los perros non è certo il primo film a porre in luce il retaggio della dittatura di Pinochet, pensiamo ad esempio ai capolavori di Larrain Tony Manero, Post Mortem, No e al più recente Il club dove tra l’altro, proprio come nel film della Said, un cane fungeva da capro espiatorio di una violenza di natura storico-sociale mai sopita. Quel che colpisce però in Los perros è la maturità narrativa di una sceneggiatura che sa passare dal particolare all’universale, senza didascalismi o sottolineature ammiccanti.
Il tema della violenza soggiacente, di una classe sociale che non sa e non vuole fare i conti con il proprio retaggio, è infatti accuratamente declinato in una serie di dettagli incisivi, che vanno dalla sterilità di Mariana (facilmente allargabile all’intera società) alla noncuranza di un neo-capitalismo incarnato qui dalla figura paterna: un magnate in grado di entusiasmarsi solo quando riceve in dono una mina antiuomo proveniente da Kabul. Interessante è anche l’utilizzo delle canzoni melodiche (nel dettaglio una ballata romantica di Camilo Sesto) del bel tempo che fu, l’unica forma di rimembranza del passato che Mariana rivendica a squarciagola, c’è poi una piscina torbida in giardino nella quale non basterà spandere il cloro per depurarla e infine c’è il mondo animale che, tra cani ed equini, risulta anch’esso legato e imbrigliato da una società che non fa sconti a nessuno. Una società il cui sadomasochismo è provato dagli anni in cui ha sopportato la dittatura, una società che, come viene detto nel film, si divide in due tipologie di essere umano: i complici passivi e coloro che provano un forte risentimento sociale.

È un film ricco e complesso Los perros, che costringe lo spettatore a identificarsi con una protagonista a tratti sgradevole, comunque sempre ambigua, la cui imprevedibilità è sovvenziona da un sottotesto da thriller psicologico che rende ogni sequenza ricca di tensione. Pare a tratti di ritrovare nel film quell’abilità nella scrittura che caratterizza il migliore cinema di John Sayles, dove il (melo)dramma umano non è mai scisso da una tragedia sociale e questa riecheggia in ogni minimo dettaglio. Los perros ha ben chiara la sua disturbante forza propulsiva e mira a scuotere lo spettatore, cileno o meno che sia, promulgando un’etica civile che deve partire da uno sguardo che sia anche morale sulla storia e sull’uomo. Gli errori del passato devono tormentare, altrimenti sono destinati a ripetersi.

Info
La pagina dedicata a Los perros sul sito della Semaine de la critique.
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