The Florida Project

The Florida Project

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Tra disneyficazione del paesaggio e nuova povertà, The Florida Project di Sean Baker riesce a bilanciare perfettamente spirito anarchico e dramma sociale. Alla Quinzaine des Réalisateurs di Cannes 2017.

Nel regno incantato

L’estate della piccola Moonie e dei suoi vivaci amici che abitano in un motel della Florida è piena di meraviglia infantile, di un’energia e di un senso per l’avventura che gli adulti non riescono più a emulare. [sinossi]

Nell’ormai lontano 2002 John Sayles in La costa del sole (The Sunshine State) immaginava che la Storia, attraverso l’affiorare di un ritrovamento archeologico, mettesse a rischio l’edificazione in Florida di una struttura turistico-commerciale con annessi hotel e parchi divertimenti. Le cose nella realtà non devono essere andate proprio così, forse perché la Storia in America ha un valore non paragonabile agli introiti delle speculazioni edilizie, o anche perché, come diceva Jean Baudrillard, negli USA tutto è già da subito icona storicizzata e dunque la Florida è disneyficata da tempo: è già un vasto parco dei divertimenti a cielo aperto.

Indaga proprio sulle conseguenze di questa politica edilizio-commerciale il nuovo film di Sean Baker The Florida Project, presentato alla Quinzaine des Réalisateurs di Cannes 2017. Già autore dell’interessante Tangerine, visto dalle nostre parti al Torino Film Festival, Baker ambienta il suo nuovo lavoro nei dintorni di Orlando, ovvero alle porte di Disney World. È proprio qui che tra motel-condomini dai colori confetto e a forma di castelletti fiabeschi, hanno luogo le vivaci scorribande estive della piccola Moonee (Brooklynn Prince) e dei suoi sodali Scooty (Christopher Rivera) e Jancey (Valeria Cotto). A gestire il caseggiato-motel c’è poi Bobby (Willem Dafoe), paziente custode e tuttofare che deve districarsi tra le marachelle dei bambini e quelle dei genitori (che non sono da meno), ridipingere il castelletto per mantenerne vivaci i colori, gestire con invidiabile fermezza sia il topless di una matura signora nella piscina condominiale che l’incursione in zona di un pedofilo.

E così, in questo paesaggio iperreale, tra Via dei 7 nani e il motel Futureland, villette ancora in costruzione abbandonate, gelatai a forma di gelato e venditori di arance a forma di arance, l’ineludibile vitalità dei ragazzini resta l’unica forma di residua di autenticità, l’ultima ribellione possibile a un regno di simulacri. Ed è proprio questo spirito anarchico dell’infanzia che Barker mira a trasmettere, grazie alla freschezza di un ben ritrovato cinéma vérité, che ben restituisce quel flusso energetico dirompente che tutto travolge.
Girato completamente ad altezza e velocità di bambino, The Florida Project è anche un film politico, che va a indagare quel socialismo innato nell’infanzia – qui obbligatoriamente adottato anche dai genitori per ragioni di indigenza – che raggiunge tratti quasi commuoventi (si veda la tecnica di acquisto e condivisione del gelato) e galvanizza lo spettatore tramite un costante attacco contro le figure del potere (il povero Bobby) e del benessere (i turisti), irraggiungibile per i personaggi del film.
The Florida Project rievoca dunque lo spirito dicapolavori sull’infanzia come Zero in condotta di Jean Vigo e I 400 colpi di Truffaut, mentre riflette su un territorio e i suoi nonluoghi (il motel-condominio, il parco divertimenti), emblemi di un’America che ha sostituito la “terra delle opportunità” con “un regno incantato” e dove gli ultimi indigeni sono relegati in “riserve” adiacenti l’attrazione principale e che ne evocano l’aspetto, ma solo per meglio certificare la loro emarginazione.

Info
La scheda di The Florida Project sul sito della Quinzaine.

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