The Agronomist
di Jonathan Demme
Jonathan Demme con The Agronomist firma un documento di rara forza ideologica e visiva, racchiudendo nel racconto della vita di un uomo il senso stesso della storia e dell’esistenza di un intero popolo. Presentato alla Mostra del Cinema di Venezia 2003.
Buongiorno, Jean
The Agronomist è un documentario sulla vita di Jean Leopold Dominique, speaker di Radio Haiti-Inter, la prima stazione indipendente di Haiti. Jonathan Demme sviluppa il documentario mescolando materiale d’archivio e interviste. Il risultato è un racconto approfondito di Haiti durante i numerosi regimi a cui è stata sottoposta la nazione… [sinossi]
La cinematografia statunitense ha da sempre, lontano dalla plastica e dal kitsch hollywoodiani, dimostrato un notevole interesse per il cosiddetto “documentario d’impegno”. Basterebbe pensare ad Harlan County U.S.A. di Barbara Kopple imperniato sugli scioperi dei minatori del Kentucky e sulla loro lotta contro i crumiri e i padroni o, per restare nella contemporaneità, a Michael Moore e al suo oramai celeberrimo Bowling for Columbine. Jonathan Demme, che a Hollywood ha lavorato e dall’industria è stato incensato per Il silenzio degli innocenti e Philadelphia, non si muove certo da neofita nel mondo del documentario. Quando ancora era un autore indipendente a tutto tondo regalò Stop Making Sense, che aveva per oggetto la band new wave dei Talking Heads e Swimming to Cambodia, che partendo dalla riflessioni di Spalding Gray arrivava a descrivere le problematiche sociali nel sud-est asiatico. Dopo aver raggiunto il successo internazionale, rifuggì dalle luci dell’industria per tracciare un delicato ritratto familiare in Mio cugino, il reverendo Bobby e per produrre e girare diversi documentari sul processo di democratizzazione di Haiti. E proprio nell’isola caraibica Demme torna in questo The Agronomist, vero e proprio monumento cinematografico alla figura di Jean Dominique, giornalista radiofonico, regista cinematografico, agronomo (da qui il titolo), libero pensatore e attivista haitiano, ucciso nel 2000 – a dimostrazione ulteriore di una situazione tuttora drammatica e lontana da un reale assestamento politico. Il protagonista dell’opera di Demme non è Jean Dominique come icona, ma l’uomo alle spalle della statura mitica: il montaggio si concentra sulle smorfie del suo volto, sul gesticolare convulso, sulla ferma lucidità delle sue parole.
Donare volto e carnalità a un uomo che ha vissuto la sua vita affidando il suo rapporto con l’esterno esclusivamente all’uso della voce è di per sé un’intuizione sconvolgente, carica di significato, pregna di valori etici. Attraverso lo sguardo sornione di Dominique viene ricostruita un’intera epoca storica, dominata dalle privazioni dovute alla dittatura spietata dei Duvalier, il cui potere esecutivo era nelle mani dei famigerati Ton-Ton Macoute, braccio armato spietato che più volte rivolse la mira proprio verso la Radio gestita da Dominique e da sua moglie – l’altra protagonista del documentario, memoria storica dell’uomo su cui ci si sofferma, proprio laddove esso acquista la statura di memoria storica di un popolo e di un ideale –; con i dettagli dei colpi di fucile sparati contro il muro che annullano, di fatto, la sensazione di assistere “a posteriori” alle vicende narrate. La trama ordita da Demme ha la capacità rara di essere al tempo stesso documento storico e antropologico (la vita dei contadini, la cerimonia funebre), ma di riuscire a vivere di pura essenza cinematografica; la sequenza del ritorno nel 1986 dall’esilio di Dominique e famiglia è una delle più strazianti costruzioni drammatiche che il cinema contemporaneo ha potuto regalarci.
Ma anche quando Demme alza il tiro, passando dal privato dell’uomo all’universale della storia contemporanea la lucidità non viene mai meno: le accuse, per niente velate, rivolte alla presidenza Bush sr. (ovviamente favorevole alla permanenza dei Duvalier) e Clinton (apparentemente a favore della democratizzazione dell’isola, ma in realtà ancora interessata alla sua gestione da parte degli Stati Uniti) sono dirette con una mirabile acutezza e con un’onesta intellettuale ammirevole. Così acquistano ancora più forza i riferimenti all’inconscia sudditanza occidentale nei confronti degli USA, che conduce a citare Haiti, Cuba, Santo Domingo e compagnia come isole “caraibiche”, ovvero dando al termine spagnolo “caribe” la pronuncia anglosassone, e acquista rilevanza la scelta che fu di Dominique di dare come lingua alla sua radio il creolo, invece del francese colonialista che il potere dei Duvalier acriticamente continuava a utilizzare.
A queste dispute puramente verbali si sommano i documenti filmati, la messa alla berlina non solo di un esempio di dittatura, ma di un intero processo mentale che arriva a produrre uno stile di vita; la società delle libertà nella quale si rifugia Dominique durante il primo esilio (ne subirà due durante la sua vita) è poi così dissimile dalla mostra delle atrocità dalla quale fuggiva?
Un documentario sobrio, perfettamente lucido in ogni sua chiave di lettura. Un documentario che, dopo la morte di Dominique, si chiude sulla speranza: la moglie, rimasta a capo della radio, saluta il suo auditorio con la frase “Buongiorno Haiti, buongiorno Jean. Vi è stato detto che Jean è morto, ma non è vero…”.
Speranza utopica? Realtà? Fiducia nell’intelligenza di chi ascolta? Forse un po’ di tutto questo. La moglie di Dominique, alla presentazione nel corso di Venezia 2003, a fine proiezione si è alzata in piedi tra gli applausi e ha fatto il segno della vittoria.
Sì, forse è veramente un po’ di tutto questo.
Info
The Agronomist, il trailer.
- Genere: documentario
- Titolo originale: The Agronomist
- Paese/Anno: USA | 2003
- Regia: Jonathan Demme
- Sceneggiatura: Jonathan Demme
- Fotografia: Aboudja, Bevin McNamara, Jonathan Demme, Peter Saraf
- Montaggio: Bevin McNamara, Lizzie Gelber
- Colonna sonora: Wyclef Jean
- Produzione: Clinica Estetico, HBO Documentary Films
- Distribuzione: Bim Distribuzione
- Durata: 90'



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