Qualcosa di travolgente

Qualcosa di travolgente

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A otto mesi dalla sua prematura scomparsa è doveroso omaggiare Jonathan Demme, tra i pochi registi in grado di mantenere intatta la propria identità nel passaggio dal panorama indipendente al mainstream hollywoodiano. Qualcosa di travolgente si muove ancora nel mondo indie, giocando con i meccanismi automatici del cinema statunitense e ribaltandone di continuo la prospettiva. Con Jeff Daniels, Melanie Griffith e un luciferino Ray Liotta.

You make everything groovy

Charles, agente di cambio di New York, incontra per caso una ragazza, Lulù, dalla quale viene letteralmente rapito e coinvolto in un’avventura folle. Benché dichiari di avere moglie e figli, e di dover tornare al lavoro, Charles viene prima portato in un motel e “quasi” violentato, poi è coinvolto in una rapina e, infine, presentato da Lulù alla madre come suo nuovo marito. Charles, superato lo smarrimento iniziale, è convinto di trovarsi coinvolto in una specie di gioco; e quando Lulù lo trascina a una festa dei suoi ex compagni di liceo, continua a stare al gioco di lei. Ma alla festa… [sinossi]

Qualcosa di travolgente accadrà il 30 marzo del 1992 al Dorothy Chandler Pavilion di Los Angeles, quando Il silenzio degli innocenti sbancherà la notte degli Oscar accaparrandosi le statuette dorate per i migliori film, regia, attore e attrice protagonista e sceneggiatura non originale – resteranno a bocca asciutta solo montaggio e sonoro. In quella giornata di gloria Jonathan Demme svestirà seppur parzialmente gli abiti del regista indie di stanza a New York e prenderà possesso dello scranno più alto nel gotha di Hollywood: un passaggio rapido ma per niente indolore o superficiale, visto che arriveranno poi prima il dramma sbanca classifiche Philadelphia e quindi l’incompreso Beloved, l’incrocio tra Tirate sul pianista e Sciarada racchiuso in The Truth About Charlie e, nel 2004, The Manchurian Candidate, che in qualche modo metterà fine alla carriera mainstream di Demme, che con i successivi Rachel Getting Married, Fear of Falling e Dove eravamo rimasti troverà rifugio nell’indipendenza, quel luogo-non-luogo a lui così congeniale, spazio tutto da delimitare nel quale muoversi liberamente, cercando traiettorie inusitate e sorprendenti, giocando senza mai essere insincero con le aspettative del pubblico.

Sono trascorsi otto mesi da quando Jonathan Demme se n’è andato, e forse con troppa leggerezza si è vissuto il lutto, uno dei tanti, troppi lutti che segnano queste annate cinematografiche. Non perché si debba stilare una top ten della morte, ci mancherebbe altro, e neanche per contrapporre il decesso di Demme a quello di altri artisti altrettanto fondamentali, centrali, vivi e vitali. No. Però forse non ci si è resi conto realmente di quello a cui conduce la perdita di Demme. Non solo la scomparsa di un artista eccellente, in grado di segnare in maniera indelebile la storia della settima arte in più di un’occasione, e neanche solo la scomparsa di un autore che ha sempre fatto del suo pensiero civile e delle sue battaglie politiche un tutt’uno con le storie di finzione, di totale ri-creazione, che portava sullo schermo. Con Jonathan Demme, con il regista che nacque sotto l’egida cormaniana e arrivò a trionfare all’Oscar per la prima volta con un thriller dalle tinte così fosche da sposarsi con l’horror, è evaporato un intero mondo. Se n’è andata la New York del sogno multiculturale degli anni Ottanta, quella che metteva alla berlina la spinta yuppie propagata dall’onda lunga di Ronald Reagan. Se n’è andata quella New York che si metteva in macchina con Lulù per saltare la giornata di lavoro; la New York che cercava lavoro dalla parrucchiera afro entrata clandestinamente nel paese; la New York del post-punk che canta sulle note vagamente nevrasteniche di David Byrne; la New York della controcultura, la New York che si sente europea ma non disdegna McDonald’s, la New York pulsante e forse maleodorante, ma straripante vita, umori, sensualità. Proprio come la Lulù che rimorchia l’agente di cambio Charles nella prima sequenza di Qualcosa di travolgente, dopo che lui si è allontanato da un locale senza pagare il conto.

Il riflusso della New Hollywood diede una spinta non indifferente al proliferare, tra la seconda metà degli anni Settanta e per tutto il decennio successivo, di una produzione indipendente, orgogliosamente off-Hollywood, di cui Demme fu uno dei numi tutelari. Se ne accorse anche Cannes, ed è interessante notare come la presenza fuori concorso di Qualcosa di travolgente sulla Croisette nel maggio del 1987 coincise con l’arrivo in Francia anche di Barfly – Moscone da bar di Barbet Schroeder (prodotto da Francis Ford Coppola), Radio Days di Woody Allen, Le balene d’agosto di Lindsay Anderson, Arizona Junior dei fratelli Coen, I duri non ballano che Norman Mailer aveva ottenuto di dirigere come parziale compensazione del pessimo rapporto avuto con Jean-Luc Godard sul set di Re Lear. A Cannes c’erano perfino uno dei Malle “americani”, …E la ricerca della felicità, Qualcuno da amare di Henry Jaglom con Orson Welles che fa se stesso, Heaven di Diane Keaton, il litigioso Made in U.S.A. di Ken Friedman – che era in totale rotta con la casa di produzione, che presentò una propria versione del film un paio di anni più tardi – e, sopra ogni altra cosa, Matewan di John Sayles, altro eroe senza macchia e senza paura dell’indie statunitense, e Home of the Brave di Laurie Anderson, che insieme a John Cale firma proprio la colonna sonora di Qualcosa di travolgente. Un’altra America arrivava a Cannes e pretendeva attenzioni e trattamenti di riguardo.

Qualcosa di travolgente sembra di primo acchito materializzare il sogno inconfessato di tutti i grigi incravattati che si aggirano per Manhattan per far muovere l’economia del Paese o, molto più prosaicamente, la propria (il 1987 è anche l’anno di Wall Street di Oliver Stone): il topo d’ufficio, abituato a muoversi tra numeri e percenutali, viene abbordato da una bella ragazza, che lo trascina in una sarabanda di sesso, rock’n’roll, e un po’ di sano teppismo, come la rapina in una drogheria. Lo schema è molto semplice, o meglio lo sarebbe in mano alla stragrande maggioranza dei registi: lui pronto a cedere alle lusinghe dell’avvenenza di Lulù ma poi ancor più lesto a tirare indietro la mano per tornare nella sua bella casa borghese, con la sua bella moglie borghese e i suoi splendidi figli borghesi. Ma la borghesia è esplosa, e Charles non ha più una famiglia, per quanto finga sfacciatamente di non essere stato abbandonato dalla consorte nove mesi prima. Primo campanello d’allarme per lo spettatore: Lulù sarà anche, come la protagonista del film di Pabst, un demone tentatore, ma il pedigree di Charles è tutt’altro che intonso. Mente, e lo fa con una sfrontatezza incredibile, al punto da ricevere i complimenti della stessa Lulù, che però a sua volta avrà oramai tolto la maschera, mostrato i suoi biondi capelli e ammesso il suo vero nome, Audrey… Perché se Charles cerca di negare il suo fallimento borghese, lo stesso è costretta a fare Audrey, che ha sposato uno spostato, il più ambito compagno di liceo che si è rivelato un criminale e ha scontato cinque anni di prigione in una cella messa a disposizione dallo Stato. Di fronte a una coppia che si è protetta negando all’altro il diritto alla verità Ray – questo il nome dell’ex galeotto – appare privo di filtri. La sua sincerità sarebbe quasi commovente, non fosse trasportata in scena solo attraverso una continua e reiterata serie di violenze. L’America fugge dalla cappa newyorchese e fugge anche, ancor prima e ancor di più, dai legami, dalle strutture affettive e istituzionali allo stesso tempo, dalla propria conformazione borghese.

Iniziato come una versione post-punk di Bonnie and Clyde, deprivata però dell’aspetto sanguinario della vicenda, Qualcosa di travolgente si camuffa da commedia romantica quando i due protagonisti si ritrovano nella casa della madre di lei, a fingersi innamorati e sposati, e poi di corsa alla festa per commemorare l’anno di diploma del liceo. Qui, sempre perché Demme non svicola mai dalla sua formazione culturale, sul palco si esibiscono – per trascinare nelle danze fuori tempo gli ex diplomandi – i The Feelies, la band di Hoboken capitanata da Bill Million e Glenn Mercer che proprio nel 1986 tornò in auge grazie all’uscita del disco The Good Earth, il primo a distanza di sei anni dal debutto. La loro presenza in scena fa il paio con quella di un gran numero di amici e di sodali di Demme, dal già citato John Sayles a John Waters.
Ma la sinuosa struttura architettata da Demme partendo dalla sceneggiatura di E. Max Frye non ha timore di cambiare di registro con la stessa velocità con cui si può cambiare una stazione radio, magari per sintonizzarsi su quella che manda a tutto volume il 45 giri di Wild Thing dei Troggs, cantata a squarciagola in macchina da Lulù/Audrey e Charles: ecco dunque che alla rom-com segue l’approdo in scena di Ray, con il film che si muove in direzione del noir, Charles che si ritrova prima con il naso rotto e quindi, per reazione, a prendere per la prima volta per mano la situazione, “rapendo” Audrey e fuggendo alla volta di New York. Il mondo fuori è troppo wild, forse, e anche il livido skyline ben fotografato da Tak Fujimoto può apparire come il più caldo dei focolari. Nell’appartamento di Charles il dramma si trasforma poi in un vero e proprio thriller, con Ray che prende d’assalto la magione e la luce che si trasforma nel buio della notte, e nel rosso del sangue. Ma c’è modo di ricominciare, ripartendo da un conto (non) pagato e da un incontro in un locale.

Nessuno, nello scenario ben meno libero di quanto si possa pensare dell’indie newyorchese, ha tentato la riscrittura del cinema americano quanto il Jonathan Demme degli anni Ottanta: lo stesso discorso portato avanti per Qualcosa di travolgente lo si potrebbe fare per Una volta ho incontrato un miliardario, Swing Shift, la performance di Spalding Gray Swimming to Cambodia, e ovviamente Married to the Mob, vale a dire Una vedova allegra… Ma non troppo, che con Qualcosa di travolgente forma a suo modo un dittico su New York e sulla volontà di ripartire da sé per cambiarsi e cambiare in qualche modo, anche il più superficiale, una società livida e violenta, che ha rispetto solo per il più forte e guarda con ammirazione chi sa salire la scala economica, non importa a quale prezzo o con quali mezzi – i mafosi di Una vedova allegra… Ma non troppo abitano nelle classiche villette a schiera della buona borghesia statunitense, che il cinema hollywoodiano ha propagandato per decenni come unico vero sogno americano.
Nella costruzione di due solitudini prive di speranza, eppure così abilmente nascoste nella giungla d’asfalto della città, Demme racconta un’America ben lontana dall’ideale reaganiano, fallita e disillusa, marchiata da affetti “sbagliati”. In quel ballo del liceo fuori tempo massimo, in quella ricostruzione artefatta di un’epoca che non è mai stata davvero significativa, Qualcosa di travolgente ruggisce il suo grido di ribellione all’idea preconcetta, della vita come del cinema. Per questo il genere può, anzi deve, essere deturpato, smentito, continuamente sabotato dall’interno. Per questo, e non solo per questo, la morte di Jonathan Demme è uno dei lutti più intollerabili del 2017.

Info
Il trailer di Qualcosa di travolgente.
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