St. Trinian’s

St. Trinian’s

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Nel riprendere il lavoro di Searle, trasportando ai nostri giorni le disavventure nell’anarchico e proto-femminista (nelle origini) college femminile, Thompson e Parker imbastardiscono al massimo i differenti approcci cinematografici nel tentativo di modernizzare l’insieme, rendendo St. Trinian’s appetibile per le nuove generazioni.

Femminismo, questo sconosciuto

Il St. Trinian’s, è un esclusivo college inglese per giovani ragazze aristocratiche. Purtroppo l’istituto non sta attraversando un buon momento, anzi é finanziariamente sull’orlo del fallimento. Sarà un eterogeneo gruppo di alunne, dallo stile di vita anarchico, a prendere in mano la situazione e grazie ad una lodevole e geniale intuizione, riusciranno a cambiare le sorti della scuola… [sinossi]

Partiamo da alcuni dati di fatto, che possono essere senza dubbio d’aiuto nel comprendere un’operazione cinematografica come St. Trinian’s: il film nasce dal lavoro di cartoonist di Ronald Searle, nel 1941, già fonte d’ispirazione per quattro lungometraggi nel corso degli anni cinquanta e sessanta (The Belles of St. Trinian’s, Blue Murder at St. Trinian’s, The Pure Hell of St. Trinian’s, The Great St. Trinian’s in the Robbery) e per un ritorno di fiamma del 1980 (The Wildcats of St. Trinian’s), tutti film scritti e diretti da quel Frank Launder al quale si deve la sceneggiatura di The Lady Vanishes di Alfred Hitchcock. In cabina di regia siedono, come avrete già notato, Oliver Parker e Barnaby Thompson: il primo conosciuto più che altro per le regie dei non indimenticabili Othello e L’importanza di chiamarsi Ernest, e il secondo neofita della messa in scena ma produttore di una serie pressoché infinita di successi al botteghino, da Fusi di testa al recente Easy Virtue di Stephen Elliott passando per quel feticcio del trash che risponde al nome di Spice Girls – Il film.

Insomma, la versione 2007 – e sì, perché parliamo di un film vecchio di due anni, ennesima dimostrazione della fragilità della distribuzione estiva nel nostro paese – di St. Trinian’s chiarisce le idee sul suo perché fin dai titoli di testa, è proprio il caso di dirlo: nel riprendere il lavoro di Searle, trasportando ai nostri giorni le disavventure nell’anarchico e proto-femminista (nelle origini) college femminile, Thompson e Parker imbastardiscono al massimo i differenti approcci cinematografici nel tentativo di modernizzare l’insieme, rendendolo appetibile per le nuove generazioni. Si assiste così a uno sposalizio a suo modo mostruoso tra la classicità anglosassone e le nuove derive dell’estetica televisiva britannica: il risultato? Confusionario a dir poco. Incapaci di prendere una decisione ferrea per quel che concerne la messa in scena e la stessa architettura visiva della pellicola, i due registi finiscono per lavorare di accumulo, in un crescendo beota e ben poco divertente, in fin dei conti. La valvola di sfogo del tutto diventa dunque il cast organizzato per la bisogna: nomi come Rupert Everett, Colin Firth e Stephen Fry non hanno davvero bisogno di alcuna presentazione. Ovvio che puntando l’accento sulla recitazione, ci sia ben poco da appuntare a un prodotto come St. Trinian’s: e non nascondiamo che, nonostante la pochezza dell’opera in sé, la sola presenza dei tre nomi sopracitati ci abbia reso più digeribile la visione.

Perché ciò che realmente manca a St. Trinian’s, al di là di una sceneggiatura che preferisce progredire in maniera episodica, altalenante e priva di qualsiasi coesione, è l’urgenza anarcoide che citavamo in precedenza. Laddove le strisce di Searle prima, e le stesse pellicole nel corso degli anni riuscivano comunque a scuotere l’establishment, mettendo alla berlina l’ordine costituito e trovando vie di fuga anche eversive rispetto alla realtà circostante, il lavoro portato a termine dall’inedita coppia Parker/Thompson ci è sembrata fin da subito dotata al massimo di furbizia. Non c’è, in questa commedia per ragazzine cresciute a pane e Mtv, la radicalità che contraddistingueva l’originale lavoro di Searle: tutt’altro, si assiste a una vera e propria regressione, un ritorno alla normalità e all’omologazione che francamente non ci saremmo aspettati. E non basta piazzare una macchina da presa di fronte a un Everett impegnato in un doppio ruolo e in un doppio sesso – idea tra l’altro che faceva parte anche del quartetto di film girati tra il 1954 e il 1966 – per dimostrare chissà quale insubordinazione alle regole. Certo, rimangono i siparietti a loro modo cinefili – proprio perché storicizzati – tra Everett e Firth, e permane l’idea di divertissement senza troppe pretese, ma ci chiediamo quale necessità ultima ci sia alle spalle di un progetto come St. Trinian’s, e ci viene in mente solo il vil denaro.

Quello è arrivato, anche in dosi massicce – ma dubitiamo che nel nostro paese possa ripetersi il miracolo – tanto che i due registi/produttori hanno già annunciato la realizzazione di un seguito, St. Trinian’s: the Legend of Fritton’s Gold, dal quale non sappiamo davvero cosa aspettarci. Certo è che se le ragazze di oggi trovano soddisfazione, per la loro emancipazione, in un prodotto simile, temiamo che vivremo in tempi ancor più cupi.

Info
Il trailer di St. Trinian’s.

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