I Wish I Knew

I Wish I Knew

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I Wish I Knew di Jia Zhangke, in cui il regista cinese rielabora e perfeziona il discorso estetico-narrativo del precedente 24 City. In Un certain regard al Festival di Cannes 2010.

Ricordarsi di Shanghai

Il film si concentra sull’architettura, la cultura e la vita di Shanghai. Un gruppo di ex compagni di classe si riunisce per parlare delle loro vite e offre uno spaccato delle emozioni e dei desideri di una generazione di giovani di oggi cresciuti nell’ambiente cittadino… [sinossi]

Con I Wish I Knew, presentato a Cannes 63 nella sezione Un certain regard, Jia Zhangke per certi versi rielabora e perfeziona il discorso estetico-narrativo di 24 City (2008, presentato allora nel concorso principale di Cannes), per altri però lavora pericolosamente su certe ambiguità che erano già emerse in Wu Yong (Useless, 2007), e cioè la commistione tra la sua personale ottica di cineasta e il sentore dell’opera su commissione: in questo caso, visto che si parla di Shanghai, la commissione che aleggia per quasi tutto il film è quella dell’organizzazione dell’Expo 2010.

Ma il nuovo lungometraggio del regista cinese è soprattutto il film più ambizioso di questo autore, considerato che vi si vogliono raccontare ottanta anni della storia di una città come Shanghai, che nel Novecento è stata il fulcro delle vicende mandarine forse ancor più di Pechino.
Shanghai all’inizio del secolo scorso è stata prima un porto franco (e dunque il primo e più diretto contatto in epoca moderna tra Cina e Occidente), poi il luogo in cui nel ’21 venne fondato il Partito Comunista Cinese, quindi con gli anni ’30 il centro indiscusso del cinema nazionale e in particolare di quello di sinistra (quel cinema che doveva preparare gli spettatori alla Rivoluzione) e infine, per volere di Deng Xiaoping, nel ’78 quella di Shanghai è stata la prima macro-area ad adottare l’economia di mercato. Sono questi solo alcuni degli snodi della recente storia cinese che Jia prova a raccontare partendo dalle testimonianze di diciotto persone che, in un modo o nell’altro, sono legate indissolubilmente alla città in cui è in corso l’Expo 2010. E il tema della memoria si conferma centrale nell’analisi del cinema di Jia Zhangke; ma se in un film come Still Life (Leone d’Oro a Venezia nel 2006) la memoria andava salvaguardata nell’oggettistica perché ormai sparita dal corpo e dalla mente dei personaggi, qui i diciotto protagonisti ricordano con precisione il passato eppure non hanno la possibilità di riscontrarlo nel presente: Shanghai infatti viene vista da Jia come una superficie enigmatica e quasi morta, immobile e non attraversabile.

È la città sur-moderna fatta di rovine accostate a grattacieli enormi, entrambi d’aspetto tetragono, sfingi davanti a cui Jia lascia vagare la sua attrice feticcio Zhao Tao. Tocca agli storici del domani mettere a confronto I Wish I Knew con quelle che un tempo erano le “sinfonie” di città, quei ritratti urbani che all’epoca del muto ritraevano la vita metropolitana come un tumulto futurista e positivista di macchine e uomini. Oggi – almeno secondo Jia – non rimane altro che una sensazione di vaghezza e di estraneità: l’umano è stato definitivamente estromesso dal contesto cittadino e probabilmente con esso è scomparsa la natura stessa del “citizen”. Resta un vago ruggito che è quello delle statue sotto forma di leoni che si vedono all’inizio; ma è il ruggito sotterraneo e informe di una città ormai inespressiva e inconoscibile.

I Wish I Knew è però anche un racconto del cinema cinese, fatto a partire dai mitici studios di Shanghai fino ad arrivare a Hong Kong o Taiwan dove diverse centrali figure di quel cinema, il Fei Mu di Springtime in a Smalltown (1948) in primis, furono costrette a riparare in seguito alla fondazione della Repubblica Popolare nel 1949 (tra i testimoni, oltre alla figlia di Fei Mu, c’è anche Hou Hsiao Hsien che nel ’98 con Flowers of Shanghai ha ricostruito una sua città immaginaria).
Ma, pur di fronte a un filo narrativo magistrale che per l’appunto perfeziona i meccanismi di 24 City (le diciotto testimonianze si legano fra di loro senza necessità cronologiche, ma per via di intimi ed evocativi rimandi interni), si resta un po’ perplessi di fronte al gioco tra la linea documentaria e quella fiction. Quest’ultima, se ha la sua urgenza e necessità quando si tratta dello sperso vagabondare di Zhao Tao, suona invece vagamente didascalica quando si vede sempre Zhao Tao sparire come un fantasma al cospetto di un’inconsapevole figura umana concentrata a osservare una foto. Qui il ricordo e lo svanire della memoria vengono visualizzati in modo un po’ meccanico e inoltre fanno sì che si insinui il sospetto che Jia abbia insistito a tratti con la “poeticità” del suo discorso per non spingere troppo sulla “politicità” dello stesso. Ne emerge un sentore complessivo di ambiguità che, se da un lato aumenta il fascino del film, dall’altro lascia a metà strada lo sguardo critico sulla Cina contemporanea, caratteristica che finora aveva attraversato tutto il cinema di Jia Zhangke. Per dirla diversamente, Shanghai è sì un gigantesco vetro opaco, luminescente e infrangibile, ma è anche la possibilità per Jia di lasciarsi trasportare (e rinchiudere) – a tratti – dall’estetizzazione. E non vorremmo che il cineasta capofila delle nuove generazione del Paese di Mezzo rischi di perdere quella necessità del racconto e della messa in scena in favore di un compiacimento visivo. In I Wish I Knew per l’appunto si ha l’impressione di percepire, per la prima volta e con una certa evidenza, questo rischio.

Info
Il trailer di I Wish I Knew.
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