Al di là delle montagne

Al di là delle montagne

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Jia Zhangke fa esplodere il suo cinema in un ritratto della Cina recente e futura che è allo stesso tempo una riflessione abbacinante sulla storia dell’immagine digitale: Al di là delle montagne, tra i migliori film della 68esima edizione del Festival di Cannes e ora in sala.

Non torno a casa stasera

Cina, fine 1999. Tao, una giovane ragazza di Fenyang è corteggiata da due suoi amici d’infanzia, Zang e Liangzi. Il primo, proprietario di una stazione di servizio, è destinato a un promettente avvenire, mentre il secondo lavora in una miniera di carbone. La scelta di Tao provocherà una serie di conseguenze imprevedibili, in cui i rapporti finiranno per essere regolati dal denaro, a partire da quello con suo figlio Dollar. [sinossi]

Il tocco del peccato aveva segnato una rottura precisa nel cinema di Jia Zhangke, le cui conseguenze erano difficili da immaginare al momento. Ora che, a distanza di due anni, il cineasta cinese torna alla Croisette con un nuovo film, Al di là delle montagne, le cose cominciano a farsi più chiare. Il segno della violenza che serviva da impostazione nel suo lavoro precedente (e che, a tratti, vagheggiava l’autocompiacimento kitaniano) si trasforma qui, infatti, in una precisa metafora estetica e discorsiva: l’esplosione.
Fuochi d’artificio, aerei che cadono, bombe con cui si vorrebbe uccidere il migliore amico, ma anche – e soprattutto – improvvisi stacchi sonori, musica assordante a tutto volume, immagini che si “squartano” fino a lambire l’astrattismo e la videoarte in modo simile al Godard di Film socialisme: Jia Zhangke con Al di là delle montagne dimostra come i temi classici del suo cinema (la memoria del passato, la perdita dei rapporti umani, la globalizzazione che sta distruggendo – e ha già distrutto – millenni di storia mandarina) possano avere declinazioni sempre nuove, spiazzanti, assordanti, fino a immaginare un futuro prossimo in cui si è definitivamente perso il senso ultimo dell’esistere, vale a dire le proprie radici.

Diviso in tre episodi, un primo ambientato alla fine del 1999, un secondo nel 2014 e un terzo in un ipotetico quanto spaventosamente realistico 2025, Al di là delle montagne ripercorre per gradi non solo il presente, il passato e il futuro della Cina, ma anche la storia che se ne è fatta attraverso l’immagine digitale.
Non è un caso che l’idea del film – prima ancora che da un triangolo amoroso il cui retroterra è facilmente riconoscibile in film quali Platform – nasca dalla stessa materia visiva. Quattro anni fa, infatti, è capitato che Jia mettesse a confronto delle riprese girate nel 2001 (quando, insieme al suo storico direttore della fotografia Yu Likwai, usava per la prima volta una macchina digitale) con quelle registrate molto tempo dopo con una nuova camera, tecnologicamente più avanzata. Ed è da quel confronto, in cui tra le une e le altre c’era una distanza abissale (sia come definizione, sia per il contesto che quelle immagini documentavano), che prende forma – come in un film d’avanguardia – Al di là delle montagne.

Il percorso che va dunque dalla Fenyang di fine millennio (la piccola città natale di Jia Zhangke) del primo episodio ed arriva fino a un’Australia del futuro – popolata solamente da cinesi che parlano inglese e hanno dimenticato ogni legame con la terra madre – si accompagna a un passaggio di grado visivo che viene sottolineato ed esplicitato in ogni momento. Un camion che trasporta carbone, ripreso all’epoca, viene inserito allora nel film a testimoniare come tutto sia stato rimosso (da una fase materica e sporca di industrializzazione si è già passati ad una immateriale che è quella degli Iphone, degli Ipad trasparenti e di Google translate) e come, allo stesso tempo, quella stessa immagine sia destinata presto a scomparire, granulosa e poco definita, fantasmatica e visionaria (quasi come i sogni di Bruno S. in L’enigma di Kaspar Hauser).

Ma, proprio perché il concetto di fondo è riservato al tema dell’esplosione, Al di là delle montagne ribalta continuamente i punti di vista, fa degli scarti improvvisi e dei radicali cambi di tono, contenendo in sé tutti gli stilemi dei precedenti film di Jia (dai paesaggi lunatici e plastificati di The World, al tema della sparizione dell’uomo e degli oggetti di Still Life, passando per il ritratto storico in cui l’ellissi ha il compito di far sparire man mano qualsiasi riferimento spaziale e temporale come in Platform) e arrivando fino alla fantascienza. Il dialogo nel terzo episodio tra il padre e il figlio Dollar è possibile, ad esempio, solo attraverso la mediazione di un interprete che possa tradurre dal cinese all’inglese.
Tutto procede perciò per blocchi contrapposti, per contraddizioni irrisolvibili, per conflitti, per ottimismi irrazionali (era stato il padre stesso a voler chiamare il figlio Dollar, perché all’epoca ancora credeva nelle virtù dell’arricchimento a tutti i costi) e per sopraggiunte disperazioni. E anche gli oggetti, proprio come in Still Life, ricoprono un ruolo residuo di legame tra gli uomini e gli affetti: qui, in particolare l’invito a un matrimonio e, soprattutto, le chiavi di casa abbandonate, ritrovate e poi usate come testimonianza di un eden perduto.
E con Al di là delle montagne Jia Zhangke ha scritto forse anche il suo film più complesso, in cui le ellissi temporali e narrative sono tenute insieme non solo dal riapparire di feticci, anche culinari (i ravioli che vengono preparati e mangiati in tutti e tre gli episodi), non solo da un discorso estetico di rara raffinatezza e profondità (si passa dal formato 1:33 del primo episodio all’1:85 del secondo, al cinemascope con obiettivi anamorfici del terzo), ma anche da una colonna sonora che sembra giocata su una sorta di eterno ritorno nietzschiano, a partire da Go West dei Pet Shop Boy, cantata, ballata e ri-declinata in varie forme e sensi.

Se abbiamo la forte impressione che Jia Zhangke sia riuscito a trovare la formula per tornare ai livelli di Still Life, va detto comunque che l’innesco di Il tocco del peccato è stato decisivo. È, infatti, solo grazie al suo film del 2013 che oggi, con Al di là delle montagne, possiamo assistere a una forma di cinema che scavalca a piè pari il legame con un certo tipo di autorialità, a tratti dimessa a tratti introversa, che aveva connotato il cinema di Jia del passato. Ora siamo di fronte a un cineasta che sa osare spudoratamente, che sperimenta con l’immagine come solo pochissimi al mondo sono in grado di fare, che si attesta definitivamente nell’alveo dei più grandi.

Info
Al di là delle montagne sul sito del Festival di Cannes

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