Festival di Cannes 2015 – Bilancio

Festival di Cannes 2015 – Bilancio

Qualche considerazione sulla sessantottesima edizione del Festival di Cannes, consacrata fin dalle prime battute al cinema transalpino. Più dei vincitori e dei vinti, ci interessa il panorama della kermesse, lo sguardo sulle cinematografie nazionali, sui generi, sui nuovi autori. Insomma, quell’idea di cinema, apparsa ripiegata su se stessa, che aleggia tra le sale del Palais…

Scricchiola la Cannes post-Jacob, costretta a fare i conti con una pattuglia a stelle e strisce scarna, con una grandeur che è complicato tenere a bada e con un ricambio generazionale che appare forzato. Non sono infatti la Palma a Dheepan di Jacques Audiard, buono ma non tra i migliori, o il generoso premio a Emmanuelle Bercot per Mon roi di Maïwen, a preoccuparci: le scelte di una giuria, una delle tante possibili, vanno rispettate o alla peggio cristallizzate nell’albo d’oro e poi dimenticate in fretta. Certo, è lecito rammaricarsi per l’esclusione di Mountains May Depart di Jia Zhangke o per la sopravvalutazione dello sterile Yorgos Lanthimos (The Lobster) o di Michel Franco (Chronic), ma sono giochini da post-premiazione, divertenti se fatti a caldo, magari davanti a una birra.

Ben più preoccupante è la strada imboccata da Pierre Lescure e da Thierry Frémaux, scudieri di una normalizzazione e banalizzazione della kermesse, spudoratamente ligia al proprio dovere di vetrina dell’industria cinematografica francese. Apertura francese (La tête haute di Emmanuelle Bercot), cinque pellicole francesi in concorso (Dheepan di Jacques Audiard, Mon roi di Maïwenn, La loi du marché di Stéphane Brizé, Marguerite et Julien di Valérie Donzelli, Valley of Love di Guillaume Nicloux), chiusura francese (La glace et le ciel di Luc Jacquet). Insomma, vive la France! Impossibile, in questo senso, non notare l’afflato fastidiosamente nazionalistico del mediocre La tête haute, accompagnato in chiusura dalla celebrazione più casta del glaciologo transalpino Claude Lorius (La glace et le ciel). Questa prova muscolare dei padroni di casa trova un singolare contraltare nella Quinzaine des Réalisateurs, ancora una volta luogo altro rispetto al Palais: è il programma della Quinzaine a regalarci le due migliori opere francesi, L’ombre des femmes di Philippe Garrel e lo splendido Trois souvenirs de ma jeunesse di Arnaud Desplechin (ed eccola qui una possibile Palma!), a dare spazio al fluviale e prezioso As mil e uma noites di Miguel Gomes, a puntare sul mai banale Jaco van Dormael (Le tout nouveau testament), a ospitare la follia di Yakuza Apocalypse di Takashi Miike, con tanto di video-messaggio di Miike in versione geisha, presentazione acrobatica del piccolo grande Yayan Ruhian e comparsata finale del ranocchio gigante.

La Quinzaine si conferma un rifugio per i cineasti colpevolmente snobbati da Lescure & Frémaux e per quelle opere che meriterebbero non solo il concorso ma anche i premi. Concorso negato, tra gli altri, a Corneliu Porumboiu (The Treasure, ovvero il cinema fatto con pochi soldi e idee precise) e Apichatpong Weerasethakul (Cemetery of Splendour, da recuperare il prima possibile), ospitati nella sezione Un Certain Regard, e a Mad Max: Fury Road di George Miller e Inside Out di Pete Docter e Ronaldo Del Carmen, infilati nel calderone Hors Compétition. Già, proprio Mad Max e Inside Out, blockbuster che hanno infiammato il Palais e che sopravanzano per messa in scena e qualità narrativa molto cinema autoriale preconfezionato, ripetitivo e sfiancante.
Ma nella normalizzazione di Cannes, con Frémaux in versione slalomista con Weerasethakul (come è difficile tradurre il termine dittatura…), i rischi del Concorso sono ridotti a zero e l’unico esordiente è Làszló Nemes con Son of Saul. Forse più che mai, Cannes sembra un album di figurine. O il Real Madrid…

L’afflato nazionalista permea anche buona parte della stampa italiana, scatenata nel sostenere i tre italiani, nel gridare allo scandalo, al complotto, al sacrilegio in caso di mancato premio. E così è andata a Cannes 2015, con Moretti (Mia madre), Garrone (Il racconto dei racconti) e Sorrentino (Youth) fuori dai giochi. Giusto? Sbagliato? In verità, sono questioni che ci appassionano poco. Ci sembra più rilevante analizzare le loro opere, le traiettorie autoriali, le eventuali mancanze e sottolineare, semmai, l’interesse internazionale nei confronti del cinema italiano e le possibilità di una distribuzione oltre i confini di questi e di altri titoli, in primis Louisiana (The Other Side) di Roberto Minervini.

Archiviamo la sessantottesima edizione del Festival di Cannes e guardiamo già al futuro, a Locarno, a Venezia, alla nuova stagione festivaliera, alla prossima Cannes. Molti festival di secondo e terzo giro saranno figli delle scelte e delle non-scelte di Lescure e Frémaux, troppo concentrati sul glamour, sulla grandeur, sulle prime pagine delle testate internazionali, sulle mille luci e i colori kitsch della Croisette. Cannes è e resta il centro gravitazionale di buona parte del mondo festivaliero, della critica, dell’informazione, del mercato cinematografico. Tra Festival e Mercato si decidono i destini di pellicole, registi, produttori, distributori. Una posizione costruita e conquistata nel corso degli anni e dei decenni. Però, il post-Jacob un po’ scricchiola…

Info
Il sito del Festival di Cannes.
Il sito della Quinzaine des Réalisateurs.
Il sito della Semaine de la Critique.
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