Il racconto dei racconti – Tale of Tales

Il racconto dei racconti – Tale of Tales

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Matteo Garrone si avvicina al fantasy traendo ispirazione dalla raccolta di fiabe Lo cunto de li cunti di Giambattista Basile. Il racconto dei racconti, in concorso al Festival di Cannes 2015 e nelle sale italiane.

Il drago, la vecchia e la pulce

Il film è composto da tre diversi episodi liberamente tratti dalla raccolta di fiabe Lo cunto de li cunti di Giambattista Basile: La cerva fatata, Lo polece e La vecchia scortecata. [sinossi]
Lo re de Roccaforte se ’nnammora de la voce de na
vecchia, e, gabbato da no dito rezocato, la fa dormire
cod isso. Ma, addonatose de le rechieppe, la fa iettare pe
na fenestra e, restanno appesa a n’arvolo, è fatata da sette fate
e, deventata na bellissema giovana, lo re se la piglia pe mogliere.
Ma l’autra sore, ’nmediosa de la fortuna soia,
pe farese bella se fa scortecare e more.
Giovan Battista Basile, La vecchia scortecata.

Paesaggi dell’Italia meridionale rimasti cristallizzati nel tempo; draghi che dormono nel letto del fiume, mostruosi rapaci pronti a ghermire giovani feriti, pulci grandi come un pastore tedesco; e poi orchi, sorgenti di sangue che sgorgano dalle radici di un albero, neonati che vengono concepiti e nascono nel corso di una notte.
Alle spalle di un’operazione come Il racconto dei racconti – Tale of Tales, dietro l’abbagliante sfarzo di una messa in scena elaborata e di una fotografia sontuosa (opera di Peter Suschitzky: è la prima volta che Matteo Garrone torna dietro la macchina da presa dopo la prematura morte di Marco Onorato), si cela in realtà un coraggio quasi sfrontato, che sarebbe ingiusto non sottolineare con forza. Non si tratta solo della volontà di Garrone di abbandonare l’habitat in cui finora si era mosso il suo sguardo, e di farlo sconfinando nel campo del cinema fantastico, tra tutti i generi quello con ogni probabilità meno usuale nella produzione italiana, anche durante l’âge d’or del nostro cinema; Garrone prende infatti spunto e ispirazione da Lo cunto de li cunti, summa poetica ed estetica dell’opera di Giovan Battista (o Giambattista) Basile, e prima seria riflessione sulla fabula come elemento ascrivibile al “popolare”. Nel 1967 fu Francesco Rosi a tentare un’opera simile nell’oramai dimenticato C’era una volta.
Il primo dettaglio che in maniera inevitabile provoca uno scollamento sensibile tra il lavoro di Basile e quello di Garrone riguarda dunque la lingua: impensabile, in un progetto economicamente dispendioso come Il racconto dei racconti, tentare di mantenere il napoletano utilizzato da Basile, sostituito così in fase di sceneggiatura dall’inglese, veicolo commerciale ben più rassicurante.

Evirato con un colpo netto il riferimento linguistico, che è anche arcaico legame a una cultura stratificata e secolare come quella partenopea, Il racconto dei racconti torna dunque a essere un puro e semplice fantasy, ricco però di sottotesti e riflessioni su tematiche che molto poco hanno a che fare con la fola per bambini cui si è solitamente abituati.
Sotto questo aspetto il lavoro di Garrone appare consapevole e rispettoso delle idee e delle motivazioni che spinsero alla scrittura Basile: sullo schermo le tre storie che si intrecciano (Lo polece, La vecchia scortecata e La cerva fatata, ribattezzate rispettivamente La pulce, Le due vecchie e La regina) mantengono i punti cardine del pensiero di Basile, quello di un potere che acceca l’uomo, trascinandolo verso la turpitudine. Bramano senza requie, i personaggi che animano Il racconto dei racconti: bramano corpi, domini, possedimenti. Il possesso è sempre prima dell’uomo sull’uomo, e solo in un secondo momento quello di un bene materiale. Non c’è amore, ma solo invidia, superbia, paura. L’animo descritto da Basile e Garrone è quello di un’umanità reietta, in cui il popolo è schiacciato per il solo esercizio della dimostrazione di potere, senz’altro significato.

Pur annacquandolo per seguire la fascinazione di un’immagine che è meraviglia a sé, fuori dal tempo e dallo spazio, Garrone non delimita il côté politico dei racconti che sta trasportando in scena, ed è forse qui che si nasconde il principale valore de Il racconto dei racconti. Per il resto, la narrazione tripartita lavora per accumulo, visto che i racconti sono intrecciati – pur rimanendo sempre perfettamente distinti, se si eccettuano la prima e l’ultima sequenza –: questa scelta si dimostra fonte di un caos incontrollato e gestito in maniera non sempre adeguata.
Nel lasciarsi guidare la mano da un mondo fatato in cui “tutto” è possibile, Garrone eccede in una magniloquenza della costruzione visionaria che finisce per intaccare il puro e semplice gusto del racconto: nella prima metà, quando le tre storie (una regina desidera così ardentemente un figlio da mandare suo marito a uccidere un drago per estrarne il cuore e mangiarlo; un re si disinteressa dell’unica figlia per accudire una pulce che è cresciuta a dismisura e alla quale è affezionato neanche si trattasse di un cane o di un gatto; un sovrano è attratto dalla splendida voce di una povera, ma ignora che si tratti di una vecchia) sono ancora ferme nella fase descrittiva, il film rallenta quasi fino a fermarsi, costretto a una serie di incipit in sequenza. Non sempre, d’altro canto, Garrone sembra a proprio agio con il fantastico, mancando sia dell’eleganza comunque essenziale di un Mario Bava sia di un reale immaginario visionario originale.
Fatte salve tutte queste perplessità resta l’impressione di un progetto coraggioso, da applaudire nonostante tutto perché osa riportare la fiaba al centro di un film (in parte) italiano e perché sradica il regista da un universo di riferimento a cui sembrava legato in maniera indissolubile. Un azzardo, forse, ma da difendere. Merce rara, di questi tempi.

Info
Il racconto dei racconti, trailer.
Lu cunto de li cunti di Giovan Battista Basile.
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