Gomorra

Gomorra

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Strutturato in maniera rapsodica, affidandosi a una narrazione episodica, quasi a volo d’insetto, Gomorra è un agghiacciante viaggio agli inferi, senza Virgilio di sorta a fare da cicerone.

Kalashnikov neomelodico

Potere, soldi e sangue. In un mondo apparentemente lontano dalla realtà, ma ben radicato nella nostra terra, questi sono i “valori” con i quali gli abitanti della provincia di Caserta, tra Aversa e Casal di Principe, devono scontrarsi ogni giorno. Quasi sempre non puoi scegliere, quasi sempre sei costretto a obbedire alle regole del Sistema, la Camorra, e solo i più fortunati possono pensare di condurre una vita “normale”. Gomorra è un viaggio nel mondo affaristico e criminale della camorra si apre e si chiude nel segno delle merci, del loro ciclo di vita. Le merci “fresche”, appena nate, che sotto le forme più svariate arrivano al porto di Napoli per essere stoccate e occultate. E le merci ormai morte che, da tutta Italia e da mezza Europa, sotto forma di scorie chimiche, fanghi, addirittura scheletri umani, vengono abusivamente “sversate” nelle campagne campane, dove avvelenano, tra gli altri, gli stessi boss che su quei terreni edificano le loro dimore fastose e assurde – dacie russe, ville hollywoodiane, cattedrali di cemento e marmi preziosi – che non servono soltanto a certificare un raggiunto potere, ma testimoniano utopie farneticanti… [sinossi]
I panni sporchi si lavano in famiglia.
Giulio Andreotti ai tempi dell’uscita di Ladri di biciclette, 1948

Apriamo con un dato di fatto incontestabile: Gomorra, nel suo primo mese di programmazione, è arrivato a sfiorare i 10 milioni di euro di incasso. Insieme al superbo Il Divo di Paolo Sorrentino, la migliore risposta a tutti coloro che vedono il cinema italiano come un’enorme nebulosa grigia e omologata. Se questo 2008 verrà ricordato da più parti come la stagione della rinascita del cinema italiano, senza dubbio bisognerà ringraziare soprattutto le due opere sopracitate (per quanto, in tal senso, avvisaglie ben più che corpose si erano già avute grazie ai film, tra gli altri di Alina Marazzi, Paolo Virzì, Gianni Zanasi), e questo – ribadiamo – è un dato di fatto che nessuno, neanche i detrattori più beceri dell’adattamento messo in atto da Garrone, può mettere in discussione. Arriviamo dunque a ragionare su quello che è l’assunto di partenza di Gomorra: il “romanzo nofiction” di Roberto Saviano, pubblicato per la prima volta nel 2006, ha letteralmente devastato il mercato letterario contemporaneo, e non solo quello italiano. Pubblicato in 32 paesi, Gomorra ha rappresentato un vero e proprio evento; è come se, scardinata (apparentemente?) la linea di condotta omertosa nei riguardi della camorra e dei traffici che la foraggiano, l’intero mondo si fosse finalmente accorto di una realtà atroce, disperata e brutale. Così come la penna di Saviano si incuneava nei solchi più neri e abissali della camorra, allo stesso modo la macchina da presa di Garrone si muove come fosse null’altro che una spietata lente d’ingrandimento; con l’occhio del vero entomologo, Garrone studia dall’alto gli abitanti di questo microcosmo a parte che è Scampìa, dominato com’è da regole interne che non si possono ignorare, perché andare contro di loro equivale a morire.

Strutturato in maniera rapsodica, affidandosi a una narrazione episodica, quasi a volo d’insetto, Gomorra è un agghiacciante viaggio agli inferi, senza Virgilio di sorta a fare da cicerone. Proprio evitando le trappole del melodramma e dell’empatia, il regista romano riesce nell’intento di mostrare la nuda e grezza realtà della nostra epoca, grazie a un afflato poetico ispirato ed essenziale: perfino quando ci si sofferma sulla figura inevitabilmente più retorica dell’intero lotto, il giovane assistente dell’imprenditore con le mani in pasta nello smaltimento dei rifiuti tossici che prende coscienza del suo ruolo e dell’abominio della sua professione, non si ha mai l’impressione di cogliere un sottotesto forzatamente morale. Con una pratica cinematografica che si fa sublime teoria, Garrone non fa mai scaturire le immagini da un’ideologia, ma permette all’ideologia (e alla morale) di sgorgare spontanea dalle immagini; Garrone evita con forza e pervicacia i cliché tipici del cinema di stampo criminale – e anzi, li smitizza nello straordinario gioco citazionista dei due ragazzi che cercano di mettersi in proprio (“sei proprio come Scarface”) – e dimostra di essere uno dei pochi cineasti italiani in circolazione (forse l’unico, insieme all’onnipresente Sorrentino) ad aver compreso come per riuscire a raccontare la realtà, senza farsi rallentare da paletti più o meno precostituiti, è necessario mettere in gioco la propria fantasia. Da questo connubio intellettuale nascono alcune delle sequenze che marchieranno a fuoco – ne siamo certi – il futuro prossimo del cinema italiano: i due ragazzi che, in mutande, sparano con mitra e kalashnikov contro le acque limacciose che si avvicinano al mare, il sarto Pasquale (uno straordinario Salvatore Cantalupo) che dialoga con il suo committente cinese mentre viene trasportato nel bagagliaio dell’automobile, il rito d’iniziazione a colpi d’arma da fuoco ricevuti (con la protezione di un giubotto antiproiettile) dai piccoli aspiranti camorristi. Esempi di un cinema libero, che si fa sguardo sulla contemporaneità di un rigore civile e morale encomiabili e che ora lancia uno sberleffo alle major della nostra industria: come sarà possibile, dopo il successo strabiliante di Gomorra, continuare a ignorare un certo cinema? Come sarà possibile continuare a perseverare in un disegno produttivo monoteista che sembra intravvedere un mercato solo per un determinato cinema, quello delle commedie sboccate e della nuova deriva del teenage movie? Certo, tutti si sono già trincerati dietro le barricate più ovvie: Gomorra ha sfruttato il successo del romanzo di Saviano, è un’operazione impossibile da prevedere altrimenti e blablabla. Tutto già sentito, tutto prevedibile. Quello che resta, fortunatamente, è una delle più ammirevoli operazioni cinematografiche dell’Europa contemporanea, nelle cui multiformi sfaccettature fa capolino non l’urgenza di lavare i panni sporchi in pubblico (ed eccoci tornati alla citazione d’apertura, il cui senso speriamo sia stato colto nel corso della recensione), ma la necessità di interrogarsi sul reale, sul quotidiano. Perché i viaggi agli inferi, ahinoi, non sempre si concludono con un “riveder le stelle”.

ma tenimmo ’o sole ’a pizza e ’o mandulino
tarantelle canzone sole e mandulino
a Napoli se more a tarallucce e vino.
99 Posse, Napolì
Info
Gomorra, il trailer.
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