L’Ombre des femmes

L’Ombre des femmes

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Philippe Garrel torna, con L’Ombre des femmes, ai punti topici del suo cinema, tra amori irrisolti, egoismi e indecisioni e un bianco e nero come sempre folgorante. Presentato come film d’apertura alla Quinzaine des réalisateurs al Festival di Cannes 2015.

Falsi partigiani

Pierre e Manon sono poveri. Girano dei documentari con poco e niente e vivono svolgendo dei piccoli lavori. Pierre incontra una giovane stagista, Elisabeth, e lei diventa la sua amante. Me Pierre non vuole lasciare Manon per Elisabeth, preferendo mantenere entrambi i rapporti. Un giorno Elisabeth scopre che anche Manon ha un amante. E lo dice a Pierre… [sinossi]

La prima immagine è quella di Pierre (Stanislas Merhar, già al lavoro sui set di Michel Deville, Chantal Akerman e La lettre di Manoel de Oliveira), la schiena poggiata contro un muro, un pezzo di pane nella mano sinistra. Ma in realtà, per chi ha avuto modo di assistere alla proiezione de L’Ombre des femmes alla Quinzaine des réalisateurs di Cannes 2015, la prima immagine viene da molto più lontano. È un’immagine recuperata, creduta perduta, dispersa ma ancora viva: sono i sei minuti lungo i quali si dipana Actua 1, cortometraggio che Philippe Garrel girò a venti anni nel 1968, durante la contestazione parigina, e che nessuno – o pochi fortunati – avevano mai avuto modo di vedere. Fotogrammi di un’epoca passata che combattono il tempo e trovano una loro urgenza espressiva anche oggi, ancora oggi.

Combattono il tempo anche i protagonisti de L’Ombre des femmes, tutti completamente spaesati, sperduti, a loro modo cristallizzati. Pierre e Manon (Clotilde Courau) vivono di nulla o quasi, in un appartamento con i muri scrostati e tenuto senza troppa cura, e cercano di trovare la loro strada nel mondo del cinema documentario. Stanno intervistando un anziano partigiano, che combatté le truppe tedesche durante l’occupazione nazista di Parigi; un lavoro che poco convince la madre di Manon, che avrebbe desiderato per la figlia un’occupazione più stabile come quella di traduttrice. Ma Manon vuole solo poter condividere (anche) il proprio lavoro con l’uomo che ama… Ama Pierre anche Elisabeth, che fa la stagista nell’archivio pellicole di una cineteca. E Pierre ama Elisabeth, o almeno ama il suo corpo.
I tipi ricorrenti dei film di Garrel sembrano congiungersi idealmente al triangolo amoroso composto da Bernadette Lafont, Jean-Pierre Léaud e Françoise Lebrun ne La maman et la putain di Jean Eustache, e proseguono la traiettoria compiuta in cinquant’anni di carriera, fin dal cortometraggio d’esordio Les Enfants désaccordés. Rispetto a molti dei titoli che l’hanno preceduto (tra i tanti, J’entends plus la guitare, Sauvage innocence, Les Amants réguliers, La Frontière de l’aube, il discusso Un été brûlant e La gelosia), L’Ombre des femmes non cede però al fascino del tragico. Il balletto d’amore tra Pierre, Manon ed Elisabeth, dominato da un’apatia rassegnata, quasi che l’umano fosse ingabbiato in schemi privi di senso e inappaganti di natura, rimane un gioco soffice e crudele, che viene praticato – e inflitto – senza reale volontà.
Arrivato alla soglia dei settant’anni, Garrel non sembra avere troppa voglia di prendersi sul serio, ma allo stesso tempo affida a un divertissement una delle riflessioni più amare sulla natura umana tra quelle da lui tracciate nel corso della sua carriera.

Per amare, come per vivere (e per fare cinema) si deve essenzialmente resistere, sopravvivere, accettando anche di essere insinceri, falsi, “inventati”: il disvelamento del protagonista del documentario, che ha raccontato solo bugie a Pierre e Manon, avviene solo al suo funerale perché non c’è altro modo di riuscire nella propria vita se non mentendo. E così si mentono Pierre e Manon, innamorati ma pronti a tradirsi a vicenda, soffrendo.
Tra tutti gli autoritratti schizzati attraverso la macchina da presa da Garrel – i protagonisti maschili dei suoi film assumo sempre, chi più chi meno, le sembianze del regista, le sue abitudini, le sue ossessioni e paranoie – quello di Pierre sembra il più cinico, sgradevole, narcisista e vacuo. Non è forse un caso che una figura così meschina e priva di valore prenda corpo proprio in una delle opere più “leggere” del regista.
L’Ombre des femmes, scambiato erroneamente da qualcuno come “un Garrel che gioca a fare Truffaut”, possiede nonostante tutto una nettezza dello sguardo che è illuminante nella sua francescana potenza. Non c’è nulla, nel quadro costruito da Garrel, che non debba essere presente. Non esiste aggiunta possibile, né sarebbe possibile poter elidere alcunché da quanto messo in scena. A rimanere fuori è sempre l’atto fisico, e il rapporto sessuale è evocato solo dall’orgasmo di una donna che attraversa il cortile interno di un palazzo impedendo a una depressa Manon di dormire.
La vita, come in molti film di Garrel, rimane fuori dallo schermo. Lì dentro, intrappolata, c’è invece l’ossessione, la noia, il peso di una memoria che non si vorrebbe in fin dei conti neanche possedere. Ma che serve a tratteggiare una linea di demarcazione, sociale quanto politica. Nel 1968, in Actua 1, la voce fuori campo affermava “Se credi che gli striscioni siano sufficienti, ti sbagli. Se credi che gli slogan siano sufficienti, ti sbagli. Se credi, ti sbagli.”. Non è un regista che crede, Garrel, ma ama far sbagliare i suoi personaggi, e farli vivere in un tempo che non è più – non è mai stato – loro. Come lui, dopotutto, ancora caparbiamente al lavoro sul 35 millimetri. Un altro atto di resistenza. Inutile?

Info
Il trailer de L’Ombre des femmes.
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