Giustizia privata

Giustizia privata

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Efficace nelle scene più cruente, ambiguo da un punto vista etico, Giustizia privata di Gary Gray è il classico film sui “giustizieri fai da te”.

Quelle stramaledette leggi (e chi le scrive)

Clyde Shelton è un ingegnere meccanico della CIA che ha deciso di abbandonare il suo lavoro per dedicarsi alla famiglia. Una sera due malviventi lo aggrediscono uccidendo davanti ai suoi occhi la moglie e la figlia. Nonostante Clyde li abbia visti, riconosciuti e denunciati, il processo non avrà mai luogo perché il Pubblico Ministero Nick Rice patteggia una pena più leggera pur di vincere la causa. Tradito dal sistema giudiziario nel quale credeva, Clyde decide di vendicarsi di chiunque abbia partecipato a quell’accordo. (sinossi)

Quando uscì nel 1974 Il giustiziere della notte, un nuovo sottogenere rinverdì i fasti del filone poliziesco, creando uno schema assolutamente vincente a livello commerciale e assai meno dal punto di vista dialettico, dimenticando che vari autori molti anni prima, partendo dal noir, avevano invece sollevato questioni importanti sul conflitto tra giustizia e moralità, percezione individuale e istituzionale sulla condanna dei comportamenti violenti in società. Se già il film con protagonista un indimenticato Charles Bronson, volgarizzava un genere che Fritz Lang aveva spinto sin troppo in alto, i successivi epigoni, dalla serie dei Callaghan (uno dei risultati migliori), fino ad arrivare a Cobra (1986) – dove appunto la legge del taglione si compiva con la famosa frase: “qui la legge finisce e comincio io” – tendevano sempre più a sottolineare l’aspetto puramente d’azione su uno sfondo pericolosamente reazionario.

Giustizia privata di F. Gary Gray prosegue su questa scia pseudoideologizzata, ma aggiungendovi gli elementi che più infarciscono l’action thriller degli ultimi anni: ovvero l’ipertecnologia che ingarbuglia le trame, i piani criminali, quelli della polizia, e intricate manovre nelle sfere alte e basse di politici, uomini di legge, delle forze dell’ordine e quant’altro. Senza dubbio però la sostanza è diventata meno interessante col tempo: se un uomo terribilmente medio, di buon grado culturale e persino un po’ di sinistra, come il giustiziere Charles Bronson, conquistava le folle, era per la sua grande famigliarità. Un anzianotto che con la pistola arriva dove la forza fisica non lo permette, che esprime poco le proprie emozioni e che tuttavia lo spettatore legge facilmente, la sua mitezza, sono queste le caratteristiche che lo rendono immortale. Non è affatto l’efferatezza di ciò che gli accade, né la sottolineatura di un prima “calmo” e di un dopo “furioso” nella personalità, e nemmeno una nuova coscienza politica che danno l’empatia al personaggio, cose su cui invece sembra spingere Gray (l’autore di The Italian Job) nel descrivere la figura del nerboruto Gerald Butler. Un modello di giustiziere che lascia piuttosto freddi, proprio per questa sua natura di superuomo, a cui sembra sarebbe prima o poi dovuto accadere un fatto terribile (la morte di moglie e figlia per mano di due balordi rapinatori), così da poter dimostrare al mondo la sua intelligenza superiore, soprattutto nell’inventare ogni tipo di congegno tecnologico, per intenderci come se fosse un incrocio tra due famosi protagonisti di serie tv: lo scienziato che sa improvvisare, ovvero Macgiver e l’iper metodico Michael Scofield di Prison Break, ma con la non trascurabile differenza di esser completamente votato al male, anche se non è esatto affermarlo in quanto il giudizio su cos’è bene e cos’è male è più o meno il leitmotiv del film.

Se lo strato ideologico di Giustizia privata è muscolarmente estremo, sia dal punto di vista degli effetti, con esplosioni di telefonini in faccia a giudici, persone che bruciano in auto, e uccisioni a mani nude, sia da quello della scelta di chi deve pagare per il torto subito, dal pesce piccolo fino ai grandi capi della giustizia, delle forze di polizia e dell’ordine, lo spessore della riflessione è però piuttosto blando, fornendo al pubblico una facile adesione verso il buono, o se vogliamo il meno cattivo, ovvero il procuratore Jamie Foxx, colui che non era riuscito ad incarcerare (seppur con prove schiaccianti, ma sorvoliamo su questo) i due assassini. La progressione morale del film è proprio il dimostrare fino a quanto un uomo di legge possa resistere finchè, proprio come il criminale a cui non vorrebbe assomigliare, dovrà sentirsi in dovere di travalicare la legge. Una tesi su cui si preferisce sorvolare, ma che ha il peggior difetto di essere fin troppo noiosamente annunciata, condita com’è di verbosi faccia a faccia tra i due, e in cui la genialità dei piani del folle vendicatore non è mai accompagnata da alcuna ironia. Si nota semmai una certa efficacia delle scene più cruente, che hanno l’aspetto di truci gag piuttosto ben congegnate; ed è ciò che nel bene e nel male riesce a portare avanti il film.

Info
Il trailer di Giustizia privata.
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