Un uomo tranquillo

Un uomo tranquillo

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Remake statunitense di In ordine di sparizione, diretto dallo stesso Hans Petter Moland, Un uomo tranquillo appare stretto tra la scelta di fedeltà all’originale e la necessità di “addomesticarne” le premesse, finendo per restare a metà del guado, incerto sul tono da adottare.

Un giustiziere d’importazione

Quando Nels Coxman, pacifico autista di un mezzo spazzaneve, vede la vita di suo figlio stroncata da un’overdose, il suo tranquillo mondo va in pezzi. Incapace di rassegnarsi all’accaduto, l’uomo si mette sulle tracce dell’organizzazione criminale che gestisce il traffico di droga nel villaggio, eliminando uno a uno gli uomini che sono legati alla morte del ragazzo. [sinossi]

A cinque anni di distanza dall’originale, con un’ambientazione che si sposta dagli innevati panorami della Norvegia rurale a quelli – analogamente – glaciali delle Montagne Rocciose, e un cast che vede Liam Neeson nell’ormai usuale ruolo di borghese in cerca di vendetta, il regista Hans Petter Moland dirige il remake del suo In ordine di sparizione. Non ci soffermeremo, qui, in oziose discussioni sull’opportunità o meno di un’operazione come questa (di cui si può intuire il senso, tutto legato al potenziale commerciale e “pulp” del soggetto originale); né sulla curiosa scelta di usare il titolo Un uomo tranquillo in luogo dell’originale Cold Pursuit, per un film che col classico di John Ford del 1952 non ha granché in comune.
Il film di Moland del 2014 era un balletto di morte macabro e grottesco, autoreferenziale e deliziosamente amorale, che occhieggiava (nel plot e nell’ambientazione, più che nello svolgimento) modelli americani come Tarantino e i Coen. Una filiazione che questo remake tenta di “riportare a casa”, a partire da una locandina ben più ricalcata su quella di Fargo rispetto al mood un po’ vintage del poster del prototipo.

Notazioni estetico/psicologiche a parte, questo rifacimento segue in modo fedele, per certi versi pedissequo, il plot originale, riproducendo la scansione della storia tramite i nomi dei cadaveri via via accumulati, replicando persino la grottesca allusione sessuale nel cognome del protagonista (Dickman lì, Coxman qui). Il boss della droga soprannominato Conte diventa il Vichingo, i serbi vengono sostituiti dai nativi americani, il fratello del protagonista, ex criminale fuori dal giro, passa dalle ruvide fattezze di Bruno Ganz a quelle di William Forsythe. Soprattutto, al volto e al corpo decisamente più decontestualizzati (in un revenge movie) di Stellan Skarsgård, si sostituiscono le fattezze di un Liam Neeson che, dalla serie di Taken in poi, sembra condannato a replicare ad libitum il suo personaggio di giustiziere. Proprio il riconoscibile volto di Neeson, e l’ormai inconscia associazione della sua figura al tema centrale del film, rappresentano un primo limite “fisiologico”, sebbene fortemente voluto, di questo remake. Per citare il titolo italiano, insomma, già dalla sua prima entrata in scena, Neeson appare tutt’altro che un uomo tranquillo.

Un po’ per l’ingombrante presenza del suo protagonista, un po’ per la necessità di adeguarsi ai codici di un filone come il revenge movie (nella sua variante a stelle e strisce), questo Un uomo tranquillo risulta molto meno intriso di quell’humour glaciale, di quell’incedere da commedia grottesca e iconoclasta – nel suo demolire un concetto “sacrale” come quello della morte – che caratterizzavano l’originale. Qui, nella prima parte, il motivo del lutto e le sue ricadute familiari (affidate anche al personaggio – più presente – della moglie interpretata da Laura Dern) sono trattati in modo decisamente più classico: esplicitati cioè nel tono, e fortemente collegati a una vendetta che assume, nel sentire dello spettatore, un carattere decisamente più razionale e “morale”. Un cambio di ottica che finisce per rendere più stridenti, e decisamente meno giustificati, i successivi sviluppi narrativi, l’agire sempre più automatico e da macchina di morte del protagonista, la reiterata scena del lancio dei cadaveri nel fiume, il confronto con un villain che al contrario mantiene la sua descrizione caricaturale e sopra le righe. Stretto tra la necessità, evidente soprattutto nella prima parte, di adattare il soggetto ai gusti di un pubblico mainstream, meno uso ai toni noir di marca scandinava, e la volontà di replicare l’intreccio originale, il film fatica a trovare il giusto registro, finendo per restare schiacciato tra le due istanze contrastanti.

Il sorriso sardonico, quasi colpevole eppure fortemente ricercato, che affiorava sul volto dello spettatore per quasi tutta la visione de In ordine di sparizione, viene fuori qui solo a tratti, in modo episodico e discontinuo: piccoli sprazzi di cinismo nel contesto di un film incerto sul tono da adottare, pedissequo nel riprodurre le caratteristiche più esteriori del suo modello, quanto preoccupato di mettere il freno a mano proprio sulle sue componenti più caratterizzanti. Componenti che avevano reso il film del 2014 un “gioco” magari fine a se stesso, ma capace di risultare catartico per lo spettatore che ne accettasse le regole, e che qui restano, per larga parte, solo intuibili.

Info
Il trailer di Un uomo tranquillo.
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