Raavan

Raavan

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Squilibrato ma irresisitibile, Raavan meriterebbe una degna distribuzione italiana: nonostante l’inevitabile compressione narrativa, la storia d’amore è intensa e coinvolgente, sostenuta dagli ottimi Aishwarya Rai e Abhishek Bachchan, mentre la parte action regala uno spettacolare duello su un ponte sospeso. Tra impegnativi movimenti di macchina, ambientazioni lussureggianti, sequenze prossime ai videoclip, canzoni più che godibili e un ritmo a tratti persino eccessivo, Raavan è un perfetto esempio della forza produttiva di Bollywood e della perizia registica di Mani Ratnam. Da recuperare.

Una canzone per te o il demone con dieci teste

Dev si innamora di Ragini, ballerina esuberante e anticonformista quanto lui. Si sposano e lui si trasferisce per un nuovo incarico a Vikramasingapuram, una piccola città dell’India meridionale. Una città dove a dettar legge non è la polizia ma Veera, un membro della comunità tribale che nel corso degli anni ha spostato l’ago della bilancia del potere dalla classe dirigente verso i più poveri. Dev sa che se vuole riportare l’ordine in questo posto deve “catturarne il pesce più grosso”, ovvero Veera. In un solo colpo Dev riesce a far breccia nel mondo di Veera, scatenando una serie di eventi che ad alcuni costeranno la vita, ad altri la cambieranno per sempre. Veera, ferito ma furioso, sferra un attacco che porterà Dev, Veera e Ragini nella giungla. La giungla, fitta, che disorienta e spaventa. E in questo viaggio devono confrontarsi con la propria verità… [sinossi]
Dieci teste.
Dieci menti.
Cento voci.
Un uomo.
Mani Ratnam

Presentato alla 66a Mostra del Cinema di Venezia, in occasione della consegna al cineasta indiano Mani Ratnam del premio Jaeger-LeCoultre Glory to the Filmmaker 2010, Raavan è un perfetto esempio della ricchezza produttiva ed espressiva di Bollywood [1], industria cinematografica purtroppo lontanissima e quasi inaccessibile per il pubblico occidentale – proprio a Venezia, nel 2004, venne presentato un altro lungometraggio di Mani Ratnam, l’action Yuva.
Il cinema indiano, terreno poco battuto anche dalla critica (produzione vastissima, modesta visibilità internazionale e festivaliera, ostacolo delle lingue e via discorrendo), rappresenta una sorta di continente inesplorato, di altro linguaggio cinematografico, di oggetto misterioso o quasi. Il pericolo del totale rifiuto o della fatale fascinazione è sempre dietro l’angolo.

Ennesimo tassello della già gloriosa carriera del cineasta indiano [2], Raavan non sfugge ovviamente alla tradizione bollywoodiana, poggiando la stringata struttura narrativa su un susseguirsi di sequenze musical. E qui, in fin dei conti, possiamo facilmente individuare il grande ostacolo per il pubblico occidentale (ma non solo), abituato ad altre logiche narrative ed estetiche.
Rapiti come la bellissima Ragini (Aishwarya Rai), ci lasciamo trasportare dal flusso visivo e musicale. Almeno due sequenze sono memorabili: la danza dei ribelli e la lunga sequenza del matrimonio, travolgente per ritmo e ricchezza cromatica. Ma dal punto di vista squisitamente estetico, Raavan è abbacinante in ogni dettaglio, seducente e sensuale, come l’ambiguo rapporto tra la (mancata) vittima, Ragini, e il (presunto) carnefice, il magnetico Veera (Abhishek Bachchan). E nell’eccesso visivo e musicale, nell’intensa e palpabile carica erotica del triangolo Ragini-Veera-Dev, rintracciamo anche il punto debole del lungometraggio, che si cristallizza sui protagonisti e sui numeri musicali, tralasciando lo sviluppo narrativo. Raavan, infatti, è un film che non avanza di un passo, restando intraoppolato nel proprio splendore: sequenza dopo sequenza, seppur con gli occhi gonfi di ammirazione, ci ritroviamo sempre nello stesso punto. E nel finale, ovviamente, il ritmo si impenna e tutto accade, smodatamente.

Squilibrato ma irresisitibile, Raavan meriterebbe una degna distribuzione italiana: nonostante l’inevitabile compressione narrativa, la storia d’amore è intensa e coinvolgente, sostenuta dagli ottimi Aishwarya Rai e Abhishek Bachchan, mentre la parte action regala uno spettacolare duello su un ponte sospeso. Tra impegnativi movimenti di macchina, ambientazioni lussureggianti, sequenze prossime ai videoclip, canzoni più che godibili e un ritmo a tratti persino eccessivo, Raavan è un perfetto esempio della forza produttiva di Bollywood e della perizia registica di Mani Ratnam. Da recuperare.

Note
1. Il film è stato girato da Ratnam in due versioni (Raavan e Raavanan), in lingua hindi e tamil, con due sceneggiature diverse e due differenti cast. Il termine Bollywood nasce dalla fusione di Hollywood e Bombay.
2. Mani Ratnam, classe 1955, esordisce alla regia nel 1983 con Pallavi Anupallavi. Ha oramai diretto più di venti lungometraggi e le sue opere sono regolarmente presentate durante i più importanti festival internazionali.
Info
La scheda di Raavan sul sito della Mostra del Cinema di Venezia.
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