Il mio domani

Il mio domani

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Frammentato e volutamente episodico nello sviluppo narrativo, Il mio domani viene meno quando si tratta di donare spessore alle psicologie dei personaggi, a partire da quella della stessa Monica, interpretata da una volitiva e convincente Claudia Gerini.

Milano non è la verità

Monica, donna manager, decide di mettere in discussione il precario equilibrio costruito intorno al lavoro e agli affetti, in una Milano antonioniana. Ha una relazione con Vittorio, il presidente della società per cui lavora e dal quale avverte un distacco crescente, e un conflittuale rapporto che la lega alla sorellastra Simona e al padre. La donna è spinta, forse da un celato desiderio di riparazione, ad aiutare il nipote Roberto, uno schivo diciassettenne. Frequenta un seminario sull’autoritratto fotografico dove conosce Lorenzo, con il quale vive una breve relazione, che non riesce tuttavia a distogliere Monica dalle sue inquietudini. A questo punto della sua vita, deve fare i conti con il passato. La morte del padre, malato da tempo, le offrirà la possibilità di una rinascita. Potrà così trovare il coraggio di affrontare il sentimento di abbandono e tradimento che prova per Vittorio e la disillusione per aver creduto in un lavoro che ora scopre pieno di ambiguità e inganni… [sinossi]

Il mio domani, terzo lungometraggio di finzione di Marina Spada dopo gli apprezzati Forza cani (2002) e Come l’ombra (2006), termina con una citazione di Antonia Pozzi, anima poetica che sta guidando il cinema della regista milanese negli ultimi anni, come dimostrato ampiamente nel bel Poesia che mi guardi, dedicato interamente alla riscoperta della poetessa morta suicida nel 1938. Non si esauriscono certo qui i rimandi possibili tra Il mio domani e le precedenti opere della Spada, perché al centro del suo ultimo film c’è sempre Milano, spazio/gabbia/casa nel quale i protagonisti sprofondano, scompaiono, trovandosi schiacciati a loro stessa insaputa; come il giovane Nebbia di Forza cani o la solitaria Claudia di Come l’ombra, anche Monica, la donna in carriera sulle cui vicende umane si concentra l’attenzione de Il mio domani, è alla continua ricerca di un posto in cui sentirsi realizzata. Insoddisfatta sul lavoro (manager/squalo dopo una militanza nei sindacati di base), intrappolata in una relazione senza futuro con un uomo già sposato, attratta solo superficialmente da un collega del corso fotografico amatoriale che sta seguendo, Monica è una donna che non ha un proprio luogo, se si esclude il rapporto comunque non privo di conflitti con l’anziano padre contadino. La Spada sceglie dunque di far scontrare due irrequietezze nascoste, quella di un’umanità moderna sempre più alienata (in questo risiede, con ogni probabilità, il vero punto di contatto con il cinema di Michelangelo Antonioni, solitamente citato negli approcci critici alle opere della cineasta cinquantatreenne) e quella di una città che ha gradualmente smarrito per strada il proprio spazio sociale, riducendosi a un conglomerato di uffici e appartamenti senza apparente soluzione di continuità. Non a caso la macchina da presa della Spada focalizza il proprio sguardo sui cantieri in costruzione, sulla famigerata Milano 2, apice e della mostruosa serializzazione spersonalizzata del berlusconismo imperante. Ed è nella scelta degli spazi, e nell’approccio estetico con cui vengono messi in scena, che Il mio domani mostra il suo volto migliore: attraverso uno stile fin troppo elaborato, Marina Spada costruisce sequenze nelle quali i corpi degli attori non sono mai statici all’interno delle inquadrature, ma cercano di conquistare i propri spazi muovendosi, in una sfida interminabile con la macchina da presa, a sua volta mobile (il film sfrutta con una inusuale continuità le carrellate).

Un cinema milanese che non sembra a digiuno dell’esperienza autoriale del primo Silvio Soldini, quello di Giulia in ottobre e L’aria serena dell’Ovest, pur approcciandosi al minimalismo della narrazione da tutt’altra prospettiva. Frammentato e volutamente episodico nello sviluppo narrativo, Il mio domani viene meno quando si tratta di donare spessore alle psicologie dei personaggi, a partire da quella della stessa Monica, interpretata da una volitiva e convincente Claudia Gerini: al di là di uno schematismo forse troppo accentuato nei personaggi di contorno – il manager fedifrago e in realtà pavido, il ragazzo ingenuo e dolce, la sorellastra nevrastenica ed emotiva, e via discorrendo – stupisce la mancanza di una reale messa a fuoco sui sentimenti più intimi di Monica. La sua trasformazione da donna di successo apparentemente priva di particolari scrupoli a fragile persona alla ricerca della propria memoria e dei sogni di gioventù funziona molto poco, anche perché non viene minimamente aiutata dalla già citata progettuale episodicità dell’insieme. Una scelta che finisce per confondere eccessivamente le acque, fino a creare dei veri e propri buchi neri narrativi, sequenze che si affidano al minimale – poca azione, ancor meno dialogo – più per comodità che per reale necessità. Il risultato è dunque altalenante, capace di sprazzi di ottimo cinema (la riflessione di Monica sulla triste vita vissuta dalla madre è senza dubbio toccante) ma anche di stasi improvvise e di svolte poco comprensibili, come quella racchiusa nel finale della pellicola.
Un mezzo passo falso, per una cineasta comunque talentuosa e che merita altre occasioni, perché di sguardi come il suo ci sarà sempre più bisogno in un cinema anestetizzato come quello della nostra produzione “istituzionale”.

Info
Il trailer de Il mio domani.

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