A mano disarmata

A mano disarmata

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Film di “sentimento civile”, come se ne facevano tra la fine degli anni Ottanta e i primi Novanta, A mano disarmata, ritorno alla regia di Claudio Bonivento, tratta in maniera istintiva e poco controllata la storia della giornalista Federica Angeli, da tempo sotto scorta per le sue inchieste sulla presenza della mafia a Ostia.

Infilerò la penna nel vostro orgoglio, perché con questa spada vi uccido quando voglio

Da cronista dell’edizione romana de La Repubblica, Federica Angeli decide di fare un’inchiesta sui clan mafiosi che infestano Ostia. Il suo atto di coraggio sarà carico di conseguenze pericolose sia per lei che per i suoi familiari. [sinossi]

Rispetto alla banali periodizzazioni storico-cinematografiche, è curioso notare come certi filoni sopravvivano all’imperversare del tempo e delle mode. Curioso, quanto – forse – vitale, visto che la qualità cinematografica di un paese la si misura anche nella sua diversità, nella differenziazione dei suoi prodotti. Così, il ritorno di Claudio Bonivento alla regia – spesso produttore, anche di recente (Il permesso – 48 ore fuori), di film che hanno segnato un’epoca (da Mery per sempre a Pummarò, passando per La scorta) – ci riporta a quella fase di “sentimento civile” che aveva caratterizzato il nostro cinema tra la fine degli anni Ottanta e i primi Novanta; e ciò avviene con una storia assolutamente contemporanea – perché quel cinema è sempre stato legato al presente, se non addirittura alla cronaca -, quella di Federica Angeli, giornalista de La Repubblica da tempo sotto scorta per le sue inchieste sulla presenza della mafia a Ostia. E allora viene da chiedersi, in maniera forse oziosa: ma il nostro nuovo cinema non aveva un alfiere in grado di raccontare questa vicenda per certi versi fondamentale per la sussistenza stessa della nostra democrazia? Evidentemente no, perché racconti di tal fatta, connotati da un sincero spirito di denuncia popolare, non interessano più, non fanno più parte dell’agenda cinematografica da diversi anni a questa parte.

Non è forse un caso che in tempi recentissimi persino Marco Bellocchio abbia preso di petto una vicenda come quella di Buscetta che in tempi andati sarebbe potuta essere benissimo al centro di un film di Marco Risi. E se lo ha fatto, con Il traditore, non è solo perché aveva una sua precisa – e autoriale – chiave di lettura per raccontare e ripresentarci quella fase del nostro recente passato che si riversa nella contemporaneità, ma anche perché – indirettamente – nessun altro poteva essere interessato a farlo. Neanche una qualunque fiction televisiva. Quindi, ben venga un film come A mano disarmata, perché ci ricorda che il cinema serve anche a questo, a denunciare apertamente quello che non va nel nostro paese. Il fatto, però, che a raccontare la dolorosa e coraggiosa parabola di Federica Angeli sia stato Claudio Bonivento porta con sé una serie di conseguenze, positive o meno, che in qualche modo confermano i limiti del cinema di cui lui è stato il promotore.

Non manca, ad esempio, la sincerità e l’istintività in A mano disarmata: non possiamo non commuoverci di fronte alla scelta di una donna che da sola ha deciso di affrontare la criminalità organizzata di Ostia, resistendo anche alla contrarietà dei suoi familiari (e, in tal senso, tra le sequenze più forti vi sono quelle in cui la protagonista – interpretata da Claudia Gerini – dialoga e si confronta prima con la madre e poi con la sorella). Qui, nella costruzione di dialoghi serrati e pieni di disperazione, emerge tutta la drammaticità di una scelta irreversibile, che ha finito per cambiare in maniera drastica la vita della giornalista.
Ma, come dire, il sentimento non basta. Serve anche altro. Ed è qui – in una più ampia costruzione narrativa, e anche registica – che A mano disarmata mostra palesemente i suoi limiti: basti dire, ad esempio, che il lato privato della protagonista non si equilibra mai bene con il suo lato pubblico, aspetto quest’ultimo che, tra l’altro, viene affrontato qua e là. Basti dire, per essere più precisi, che ad esempio non si vede mai un articolo di giornale firmato da Federica Angeli, eppure è quello – è la forza della penna – che tanto ha spaventato i mafiosi ostiensi. E invece vediamo la nostra protagonista messa improvvisamente sotto scorta come se ancora non avesse fatto nulla, quasi come iniziativa preventiva di uno Stato, per una volta, sin troppo previdente; quasi come se questa decisione fosse solo ed esclusivamente la conseguenza della denuncia che lei deposita dai carabinieri per le intimidazioni subite. Quando, piuttosto, questa era una bella occasione per ricordare – e ricordarci – che il giornalismo può – se vuole – avere ancora un senso in questo paese.

Questo perché, forse, l’aspetto pubblico deve essere apparso secondario a Bonivento, al cospetto di un dramma privato che viene descritto, a tratti, in maniera anche molto precisa e realistica: ad esempio, il fatto che lo Stato metta sotto scorta solo Federica Angeli e non suo marito e i suoi tre figli (che, da quel momento in poi, devono viaggiare su macchine separate) è un qualcosa che sconvolge e che sembra andare a scovare le contraddizioni insite nello stesso meccanismo di protezione di personaggi esposti alla violenza della criminalità organizzata. Ma anche qui, in fin dei conti, Bonivento non fa abbastanza, visto che poi soprassiede su certi aspetti: perché – tanto per dirne una – non si vede chi riporta a casa i figli della protagonista quando lei li va a prendere a scuola insieme alla scorta? E, allo stesso tempo, non funziona da un punto di vista meramente drammaturgico il fatto che a ogni pie’ sospinto i membri del clan (che dai veri Spada è stato ribattezzato in Costa) minaccino la Angeli e la sua famiglia, senza poi commettere nessun atto concreto. Sia chiaro, meno male che non è successo nulla, ma forse non serviva, su un piano narrativo, sovraccaricare il film con tutte quelle intimidazioni, attraverso le quali si tenta in maniera schematica di rilanciare la tensione.

Va a finire così che A mano disarmata appare come un film sinceramente – e giustamente – istintivo, privo però di controllo drammaturgico e strutturale (anche la costruzione ellittica, spalmata nel corso di vari anni, non sempre funziona, perché tutto appare sempre un po’ fermo, bisognoso di essere “riattivato” e rilanciato con nuovi fatti e rivelazioni che però mancano), e dove – rispetto a un più classico film di denuncia (si pensi, ad esempio, a Cadaveri eccellenti di Francesco Rosi) – i ‘cattivi’ sono sin troppo chiari e icastici. I ‘cattivi’ sono i membri del clan, mentre invece Federica Angeli trova subito conforto e sostegno nello Stato e in certi suoi rappresentanti, come ad esempio nel PM che poi assume un incarico politico, o nel giornale che la allontana dall’incarico per salvaguardarla, fatto che poteva aprire a una serie di riflessioni ma su cui, invece, lei e il marito riflettono in maniera sin troppo contraddittoria, forse proprio per non scontentare La Repubblica. L’unico vero ostacolo che la Angeli trova nel film è rappresentato allora giusto dal marito, che prova a farla ragionare e la mette continuamente in guardia sul rischio che la sua scelta ha comportato per la famiglia. Ma, anche qui, tutto appare troppo ripetitivo e privo di un ben organizzato sviluppo drammatico, in cui l’uomo o ripete ossessivamente gli stessi concetti, oppure improvvisamente si schiera dalla parte della consorte.
Si ha dunque, a momenti, come l’impressione che la storia di Federica Angeli sia troppo ‘fresca’ e contemporanea per permettere di osservare la sua parabola lucidamente e con i vari chiaroscuri che, al contrario, sarebbero potuti emergere esaminandoli con un po’ di sangue freddo. Non è un caso, d’altronde, che il film arrivi quasi al presente, ai giorni nostri, e dunque a quel processo attualmente in corso nei confronti del clan mafioso operante a Ostia.

Ma, allora, per tornare a quanto detto all’inizio, ecco ritornare ancora una volta i limiti di quel cinema di “sentimento civile”, un sentimento molto cronachistico, che faceva – e fa – fatica a farsi storia, che difficilmente assurge a parabola e appare piuttosto troppo legato ai suoi veri personaggi e al loro recente passato, troppo attaccato alla “cronaca vera” e poco a una chiave di lettura che sia più personale. Forse sarebbe stato il caso di accentuare ancor di più il racconto drammatico, tragico e per certi versi insolubile di un essere umano costretto per sempre a vivere sotto scorta, senza voler necessariamente testimoniare fatti ed episodi storici che restano comunque su di un piano superficiale. Non ci si salva solo con il sentimento, purtroppo; bisogna anche saperlo incanalare all’interno di un ben costruito ragionamento. Non ci si salva solo con i primi piani (di cui A mano disarmata abbonda), o al contrario con quei – brutti – droni con cui, di tanto in tanto, si inquadra in campo lunghissimo Ostia, ma serve anche guardare a volte a una certa distanza, alla giusta distanza, per vedere meglio le cose.

Info
Il trailer di A mano disarmata.
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