Totò che visse due volte

Totò che visse due volte

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Totò che visse due volte non è solo il capolavoro della coppia Ciprì/Maresco, ma anche l’opera più estrema, dolorosa, sanamente disturbante del cinema italiano sul finire del millennio. Una pietà monocroma, per un cinema impossibile da ridurre all’interno di schemi preordinati. A oltre venti anni dalla sua realizzazione riscoprire un film simile appare come un atto doveroso. L’occasione è mercoledì 27, alla Cineteca di Bologna, dove verrà presentata una versione restaurata in digitale del film alla presenza di Franco Maresco.

Il concetto di vilipendio

Diviso in tre episodi, numerati e senza titolo, abitati da poveri cristi sullo sfondo di una Palermo e di una Sicilia rappresentate, come nel precedente Lo zio di Brooklyn, come la scena livida e allucinata del laido e del mostruoso. [sinossi]

Il 25 febbraio del 1998 Rean Mazzone, in qualità di legale rappresentante della Tea Nova srl, fa domanda per la revisione cinematografica di Totò che visse due volte, il secondo lungometraggio diretto in coppia da Daniele Ciprì e Franco Maresco dopo Lo zio di Brooklyn. La lunghezza dichiarata della pellicola è di 1750 metri. Il film viene visionato in commissione censura il 2 marzo del 1998, con l’ascolto dello stesso Mazzone – che spiega come il film usi un linguaggio crudo e non abbia intenzioni provocatorie. Il parere della commissione è a maggioranza negativo (con un solo componente che si dichiara contrario, e favorevole a un divieto ai minori di 18 anni), e non viene rilasciato il nulla osta per la proiezione pubblica. Le motivazioni sono le seguenti, copiate direttamente dal verbale rintracciabile anche sul sito cinecensura.com:

a) Si ravvisa nel film una visione spregiudicata di natura psico-patologica riproducente una cultura che non esiste se non nella forzatura deteriore di chi tende a defraudare la dignità del popolo siciliano, del mondo italiano e dell’umanità;
b) Si ravvisa, inoltre, una palese violazione dell’articolo 21 della Costituzione in quanto offensivo del buon costume inteso come insieme delle regole esterne di comportamento che stabiliscono ciò che è socialmente approvato o tollerato specie riguardo alla sfera delle relazioni sessuali tra individui;
c) Si ravvisa, altresì, una palese violazione dell’articolo 402 e seguenti del Codice Penale, in quanto il film esprime un esplicito atteggiamento di disprezzo verso il sentimento religioso in generale e quello cristiano in particolare, disconoscendo al “sacro” e alle sue componenti (dogmi e riti) le ragioni di valore e di pregio ad esso riconosciute dalla comunità. Difatti il diritto di esprimere opinioni dissacratorie o miscredenti trova un limite non superabile nel rispetto dovuto al sentimento religioso della collettività;
d) Si sottolinea infine lo squallore di scene chiaramente blasfeme e sacrileghe, intrise di degrado morale, di violenza gratuita e di sessualità perversa e bestiale, con sequenze laide e disgustose.

In seguito a questo pronunciamento, che porta indietro le lancette della storia del cinema italiano di almeno un ventennio, quando a rischiare il rogo furono dapprima Ultimo tango a Parigi di Bernardo Bertolucci, e quindi Salò o le 120 giornate di Sodoma di Pier Paolo Pasolini, Totò che visse due volte entra in un vero e proprio girone infernale, fatto di richieste di ascolto, di processi, di accuse da parte di vari esponenti e realtà sociali. Il 4 marzo del 1998, per esempio, il Comitato dei Genitori “O. Caccia” si premura di far sapere alla Sezione del Ministero che ha bloccato l’iter distributivo del film il proprio apprezzamento per la decisione. «Per nostra fortuna ci è stata risparmiata l’umiliazione di assistere a un infamante insulto alla nostra intelligenza ed umanità», si legge. E ancora: «Sconvolgente sarebbe se i soldi “sudati” versati allo Stato in seguito ad una opprimente tassazione fossero finiti a finanziare porcherie inaudite frutto di menti farneticanti».
Mazzone ricorre in appello, e il 16 marzo il film ottiene il nulla osta con il divieto di visione ai minorenni. Ma il putiferio è ben lontano dal dissolversi. Contro il film, e contro il produttore e gli autori si dichiarano parte civile l’A.I.A.R.T. (Associazione Spettatori), l’Associazione Genitori Cattolici, i fascio-cattolici di Militia Christi, l’Associazione Famiglia Domani, l’Associazione Nazionale Buon Costume, la Presidenza del Consiglio dei Ministri e il Ministero per i Beni Culturali. Ma nell’ottobre del 2001 gli imputati vengono assolti perché “il fatto non sussiste”.
Ci si è dimenticati con preoccupante fretta di tutto ciò che avvenne attorno a Totò che visse due volte ed è assai probabile che i cinefili più giovani non ne abbiano neanche il lontano sentore. Ci si è dimenticati di uno Stato che si scaglia contro un film perché in esso ravvisa la mancanza o addirittura la negazione della morale dominante. Ci si è dimenticati di una società che vede nella rappresentazione degli ultimi, e dell’abiezione nel senso più ampio, laico e diffuso del termine, il nemico contro cui scagliare i propri dardi.
Ma la verità, probabilmente, è che ci si è dimenticati proprio del film, di quest’incredibile e irripetibile incursione nelle latrine di un’umanità post-televisiva e ancora immersa nel magma infernale della mafia. Fermi di fronte alla revisione del sacro e dei suoi limiti – gesto poetico di forza dissacrante ma allo stesso tempo dolorosissima ed empatica – non si è voluto andare oltre, addentrandosi in una materia oscura e densa, nella messa in scena del vilipendio come unico modo per scardinare l’ottusità di uno sguardo appiattito sul quotidiano e deprivato della sua reale forza critica. Cos’è dopotutto il vilipendio se non il disprezzo ostentato, la rivendicazione di un oltraggio? Necessita di un oltraggio dichiarato il cinema italiano sul finire del millennio. Ne ha bisogno perché risorgendo dalle ceneri e dal pianto rituale degli anni Ottanta deve trovare una propria collocazione. Ciprì e Maresco, figli già orfani di un passato troppo breve, si riappropriano della gnoseologia pasoliniana per eviscerare l’umanità che li circonda, elevando una volta di più sulla croce (come lo Stracci interpretato da Mario Cipriani ne La ricotta) gli ultimi, vittime a loro insaputa, martiri di un’ideologia di cui neanche sanno comporre la grammatica.

Ciprì e Maresco, nel prendere di petto l’elemento sacralizzato, e le sue forme più immediate per l’immaginario collettivo, muovono in direzione di un bal de pendus, di un inno alla dissoluzione post-umana, ma anche alla resistenza, per quanto utopica. L’uomo/bestia è una reincarnazione buñueliana e ferreriana, e già programmaticamente nel titolo si pone la questione cruciale della risurrezione: c’è il Totò mafioso e il Totò messia, l’orrore e il suo opposto divino, in un duopolio destinato però a fondersi, così come il candore del bianco è costretto da una fotografia contrastatissima – qui a lavorarla è ancora Luca Bigazzi – a sporcarsi, a trovarsi addosso i detriti del mondo-fogna in cui i disperati ancora si aggirano. Sono le cronache della fine del mondo, dopotutto, e il racconto fedele di un universo non più salvabile, non più possibile da rattoppare grazie alle certezze della fede, del misterico, del sopra-naturale.
Le lusinghe dell’angelico vengono brutalizzate da un materialismo che è intriso sì di sarcasmo e di volontaria sgradevolezza, ma ha con sé una purezza dionisiaca. Raggiunto il limite ultimo dell’umano, o per meglio dire di ciò che lo sguardo concepisce come umano, i due cineasti non si fermano, ritrovando al di là della morale e delle sue pastoie le potenzialità di una rinascita, certo a sua volta messa a repentaglio. È un eterno vagare e rischiare, quello dei protagonisti delle opere di Ciprì e Maresco – e in seguito del solo Maresco, visto che il sodale sceglierà di muoversi in territori più consoni alla commedia popolare italiana –, e lo stesso vale per i registi: nell’abnorme ed evidente presa di distanza dal naturalismo si cela una profonda accettazione del vero, una postulazione di come il naturale debba essere scarnificato e desacralizzato per superare le secche del credibile e raggiungere il grado della rappresentazione. Il sacro diventa elemento sovversivo, perché esautora la terracea immediatezza del naturale del proprio potere dominante, creando un’egemonia basata sulla figurazione, sulla percezione.

Nella sovrapposizione dell’iconografia e della realtà mafiosa e criminale non c’è solo un atto di ironia caustica, ma la dimostrazione di uno sguardo compiutamente disobbediente. Non è l’insulto al cattolicesimo, alle madonne, ai cristi e a tutto l’armamentario religioso ad aver spaventato venti anni fa – ma lo farebbe anche oggi – lo Stato; sarebbe comodo e ingenuo ridurre tutto quel che accadde a un semplice presa di posizione in difesa di un supposto “sentimento comune”. No. Totò che visse due volte venne martirizzato e ostracizzato perché nel suo stesso esistere si nasconde il germe dell’insurrezione visionaria, della rivolta contro l’egemonia del reale e delle sue regole figlie di una lettura distorta e di comodo del neorealismo. Esattamente come Salò o le 120 giornate di Sodoma l’atto di rappresentazione corporea e sessuale diventa automaticamente atto politico, gesto di insubordinazione. Come le parole di Zhang Chunqiao di fronte al tribunale speciale di Pechino anche Ciprì e Maresco sembrano ergersi di fronte al loro pubblico per pronunciare un reiterato “Mi rifiuto mi rifiuto mi rifiuto”. Il rifiuto della società raccontato attraverso i derelitti, compianti – ma mai compresi – “rifiuti della società”. Anche per questo viene naturale applaudire la scelta della Cineteca di Bologna di restaurare in digitale e riportare in sala un capolavoro così irriproducibile, scatenato e stordente. L’occasione, alla presenza di Maresco, è davvero ghiotta. Racconto in scena e fuori dalla scena di un’Italia che si vuol far finta che non esista ma ha sempre preso più potere, anno dopo anno, fino a ingurgitare tutto. Eccola, in questa geografia disumana di un’Italia incarognita, slabbrata e indecente – al contrario di una povertà che è sempre più decente –, la vera bestemmia. Ululata e accettata anche dagli scranni ministeriali.

Info
Totò che visse due volte, alcuni trailer.
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