Loro 2

Servillo/Berlusconi occupa pienamente la scena, ma Loro 2 conferma comunque le fragilità già presenti nel primo capitolo: Paolo Sorrentino in questa sua messinscena del berlusconismo non è riuscito a scalfire l’immagine del leader di Arcore, di cui resta – e noi con lui – ancora prigioniero come nella tela di un ragno.

Non piangete per me

Siamo in Italia tra il 2006 e 2009. Grazie al suggerimento di Ennio Doris, suo socio da più di trent’anni, Berlusconi decide di comprarsi sei senatori per rovesciare il governo di centro-sinistra e tornare al potere. Il mefistofelico programma riesce, ma non basta per sollevare il Biscione dalle insidie del privato: la moglie Veronica Lario gli chiede il divorzio e lui si lascia andare al bunga-bunga. Si vanta con Mike Bongiorno di guardare solo al futuro, ma in realtà è ormai definitivamente chiuso nel guscio dei passati successi. I suoi papponi finiscono in galera, lui ovviamente no. La condanna morale – e divina – però non tarda ad arrivare… [sinossi]

Appare inevitabile, dopo aver visto Loro 2, fare una prima constatazione: non c’era bisogno di dividere in due parti questa epopea-fiume sul berlusconismo. Non c’era bisogno perché i protagonisti assoluti del primo capitolo – Tarantini e sua moglie, interpretati rispettivamente da Riccardo Scamarcio e da Euridice Axen – spariscono ben presto nel nulla in Loro 2, si dileguano dopo aver portato a termine il loro progetto: abbordare Berlusconi, che alloggia in Sardegna nella villa adiacente a quella che i due lenoni hanno affittato per procurare ben ventotto escort all’ex Cavaliere. Non si capisce dunque per quale motivo Paolo Sorrentino abbia dedicato così tanto spazio alle ambizioni della coppia, se poi l’obiettivo era quello di non perdere troppo tempo nell’illustrare la loro dipartita drammaturgica, visto che il vero centro – come era facile sospettare già durante la visione di Loro 1 – era, e non poteva essere altrimenti, Berlusconi stesso.

Ciò in realtà non vuol dire che questo secondo capitolo sia necessariamente – o nettamente – migliore rispetto al primo: è più convincente, certo, anche perché assistiamo a un Servillo in grande spolvero che, nei panni del Biscione, dimostra ancora una volta le sue magnifiche capacità attoriali. Ma, purtroppo, non basta. Anzi, per certi aspetti, quei poco più di venti minuti finali di Loro 1 – in cui il capo di Forza Italia si confrontava non solo con la moglie Veronica, ma anche con il nipote e con un calciatore integerrimo e acculturato – erano sembrati più ficcanti rispetto all’esibizione prolungata di Sua Emittenza che ci viene somministrata in questa seconda parte. Addirittura, per risarcirci per certi versi della clamorosa quasi-assenza in Loro 1, Loro 2 inizia con un doppio Servillo, che interpreta sia Berlusconi, sia il suo socio di vecchia data, quell’Ennio Doris a capo di Mediolanum che illustra al depresso leader la strategia per rovesciare il neonato governo di centro-sinistra: comprarsi sei senatori e farli passare nel suo schieramento. Per portare a termine il piano, basta che Lui riscopra le sue innate doti di piazzista e di venditore di fuffa, oltre ovviamente a quelle di somministratore di favori e di denari sottobanco. Motivato dal suo alter-ego, Berlusconi rimette subito alla prova le sue capacità e, chiamando per telefono una signora qualunque e convincendola a comprarsi una casa, dimostra a se stesso di essere ancora il grande intrallazzatore di un tempo. Anzi, il più grande intrallazzatore di tutti. Sembra l’inizio della rinascita, che prelude in effetti anche alla riconquista del governo del paese, e invece è solo il preludio di un declino triste, solitario y final.

Sorrentino ci gioca con questa immagine del Berlusconi invecchiato e incapace di uscire da se stesso, incapace di liberarsi dalla sua maschera, dal cerone, dalla dentiera e dalle sue scarpe con il tacco rialzato. Un Berlusconi che si lascia insultare dall’unica escort che non si fa abbindolare e che paragona l’alito del vecchio leader a quello di suo nonno. Il problema è che, come Berlusconi è prigioniero di se stesso, anche Sorrentino è prigioniero di Berlusconi e della sua immagine. E non riesce a uscirne. L’autore di La grande bellezza ci mostra una versione scollacciata dell’inno Meno male che Silvio c’è, si diverte ad accennare la parodia di una fiction TV su Lady Diana, prodotta solo per ricompensare l’ennesima escort, ma in entrambi i casi – come per tutti i due film – non riesce a operare quello scarto nel simbolico, quella trasfigurazione dell’immaginario, che sarebbe stata necessaria per smascherare l’inganno berlusconiano. La sua è una satira divertita e malinconica, ma non ficcante, sostanzialmente innocua e superficiale.
Certo, non ci si poteva aspettare da Sorrentino la replica del j’accuse politico su cui Moretti aveva costruito il suo film anti-berlusconiano, Il caimano. D’altronde, già con Il divo era chiaro che al regista napoletano non interessava la condanna morale di Andreotti, visto che non è il cinema civile il terreno su cui intende lavorare. E non è questo che si deve cercare in Loro. Però una chiave andava trovata e Sorrentino dà l’impressione di non averla neppure cercata. Perché lui – come forse anche noi, del resto – è ancora dentro al sogno/incubo berlusconiano che ha alimentato il nostro contemporaneo, dagli anni Ottanta ad oggi. E il denso sapore di sconfitta e di amarezza che aleggia in questo secondo episodio non fa altro che confermarlo.
Berlusconi è letteralmente la malafemmena della canzone di Totò, che – accompagnato dal fido Apicella – l’azzimato leader canta nei primi minuti di Loro 2: è quell’essere capace di ingannare con il sorriso e con l’inganno, un essere che va amato e, contemporaneamente, odiato. Ma che, per sviscerarlo veramente, lo si sarebbe dovuto osservare da punti di vista inusuali e non tentare di sfidarlo sul suo stesso terreno, quello della fascinazione suadente e ambigua.

Ecco che allora, per provare a scardinare la tetragonicità dell’immagine berlusconiana, Sorrentino prova a immettere il sisma dell’Aquila, che nell’aprile del 2009 sconvolse l’Italia intera. Sembra un castigo divino, quasi una replica del terremoto che – leggenda vuole – colpì la terra dopo la morte di Cristo. Un castigo forse voluto da quel Dio – che nel primo episodio è incarnato e incartapecorito, ma senza volto – intorno al quale lo stesso Berlusconi si interroga in un momento di dubbio bergmaniano: forse c’è effettivamente qualcuno più potente di lui, e quel qualcuno un giorno gli chiederà conto delle sue malefatte? L’Aquila però – girata tra l’altro ad Amatrice – non libera Sorrentino dal suo copione, e anzi sembra un tardivo omaggio al controcampo di realtà (i volti dei vigili del fuoco) rispetto al campo della finzione e della chirurgia plastica. È un controcampo che appare come un atto dovuto e un po’ moralista, un po’ alla Sabina Guzzanti, ma senza la stessa verve polemica. Evidentemente l’indignazione non è nelle corde del Sorrentino regista che preferisce sempre il grottesco al dolore del reale.
Allo stesso modo il serrato confronto con la moglie Veronica, in cui lei enumera le molteplici malefatte del marito, ha il fiato corto e ha un immaginario scarsamente ricostruito, visto che sembra semplicemente di sentir declamare quelle pagine di giornali – e di intercettazioni – che abbiamo letto negli anni. Ad un certo punto, poi, Berlusconi/Servillo/Sorrentino parla con un personaggio in scena, rivolgendosi in realtà direttamente a noi: «Hai visto quanti libri la sinistra ha scritto contro di me? Pensano che io sia un fenomeno complesso, mentre invece sono semplicissimo, elementare». Certo, è vero, Berlusconi è elementare, nel senso che la sua ambizione di potere e di principio del piacere è freudianamente primaria. Su questo non c’è dubbio. Ma il punto è che l’essere riuscito a portare a compimento per così tanti anni un tale progetto deve essere stato tutt’altro che semplice. E questo concetto non interessa a Sorrentino, tutto preso com’è a mostrarci una maschera livida e depressa, potentissima e impotente, in cui dovremmo riconoscerci tutti quanti. Sì, probabilmente Loro 2 ci mostra il Berlusconi che è in noi, ma quel racconto ce l’aveva già fatto Berlusconi stesso con le sue TV, con le sue barzellette, con le sue menzogne, con le sue spudorate iperboli. Lui è già la narrazione di se stesso e in questo gioco di specchi, in questa tela del ragno, Sorrentino non riesce a trovare la via di fuga.

Info
Il trailer di Loro 2.
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