Prometheus

Prometheus

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Arricchito da un impianto visivo senza alcun dubbio seducente, Prometheus di Ridley Scott è un film che crolla totalmente sotto il profilo narrativo: scoperto, facilmente decodificabile e privo di particolari sfumature. Quello che sulla carta avrebbe dovuto essere il monumentale ritorno sulla scena di Ridley Scott si riduce a una continua semplificazione e banalizzazione dei temi cardine della saga, dall’intelligenza artificiale allo scopo dell’esistere, e del procreare.

Figli di ingegneri

Un team di scienziati viaggia attraversa l’universo sulla nave spaziale Prometheus, per una spedizione alla ricerca di forme di vita aliene dalle quali potrebbe essere stata generata l’umanità. La nave raggiunge un pianeta dove il gruppo fa scoperte meravigliose e terribili allo stesso tempo, comprendendo presto come in ballo non ci sia solo la loro sopravvivenza, ma anche quella della vita sulla Terra… [sinossi]
Dio non ha mai creato rettilinei.
Dal film

Una distesa di cascate, irruente correnti d’acqua, pozze a cielo aperto che riflettono una superficie terrestre brulla, arida, pietrosa e inospitale. Le prime immagini di Prometheus sembrano quasi il controcanto al finale di Blade Runner, imposto dalla produzione a Ridley Scott: la natura rigogliosa del 1982 si è trasformata in materia morta, inanimata. Si è parlato e scritto molto di Prometheus ben prima che il film arrivasse anche in Italia – e il solito problema nei ritardi distributivi non ha certo aiutato la promozione dell’opera, in questo caso –, probabilmente anche troppo: inevitabile, dopotutto, se si considera che il film ha il coraggio di aprire una nuova via all’universo di Alien, tra le saghe fantascientifiche una delle più amate dal pubblico mondiale.

Non che i temibili parassiti ideati da Hans Ruedi Giger quasi trentacinque anni fa si fossero risparmiati sortite dietro la macchina da presa nel corso del tempo: al di là dei quattro capitoli che compongono la saga originale, i mostri xenoformi hanno preso parte anche al discutibile dittico Alien vs. Predator, crossover tutto muscoli e niente cervello tra la serie di Alien e quella (per l’appunto) di Predator. Ma Prometheus non si accontenta di riproporre le celeberrime bestie dal cranio oblungo, con tutto il loro corredo di ferocia e attitudine venatoria: l’intenzione di Scott è quella di ritornare su alcuni dei punti cardine della saga per approfondirne la lettura, spingendosi ancora un passo più in là nella costruzione di una vera e propria mitopoiesi a se stante, in cui fantascienza e figure archetipiche trovino una reale amalgama. La domanda attorno alla quale ruota l’interno impianto narrativo e filosofico di Prometheus riguarda l’esistenza stessa degli esseri umani e la loro propensione al divino: “da dove veniamo? Chi, e perché, ci ha creato?”. Quesiti che prendono corpo in maniera palese all’interno della pellicola fin dal significato stesso della missione: gli uomini della Prometheus (una nave spaziale che prende il nome dal titano che sfidò l’ira di Zeus dopo aver plasmato l’uomo e aver tentato di regalargli il fuoco divino) sono infatti in viaggio nel 2093 alla ricerca della gigantesca razza aliena raffigurata sui più disparati reperti archeologici e sulle pitture rupestri. Lo scopo è dunque già di per sé la ricerca di una verità, il tentativo di scoprire il significato della vita degli uomini e i loro veri (o presunti) progenitori, chiamati dal team di scienziati “ingegneri”.

L’intricato dedalo di simboli e rimandi che nell’Alien del 1979 (l’unico diretto da Scott: gli altri furono affidati a James Cameron, David Fincher e Jean-Pierre Jeunet) apriva squarci inaspettati sulla rappresentazione della maternità, sia nell’ovvio gioco con l’alieno – che vive per deporre le proprie uova nel corpo umano che “partorirà” a costo della vita – sia, ancor meglio, nella costruzione di un’astronave-utero il cui cervello guida si chiama mother, acquista in Prometheus un valore fin troppo scoperto, facilmente decodificabile e privo di particolari sfumature. Addirittura didascalica, sotto questo punto di vista, la presenza in scena di David, androide dalle fattezze umane appassionato del Lawrence d’Arabia di Lean, essere creato dall’uomo ma dotato di una propria indipendenza; allo stesso modo appare ridondante, per quanto riuscita sotto il profilo prettamente orrorifico, l’intera sequenza del cesareo sui generis che Noomi Rapace pratica su se stessa. Proprio quest’ultima sequenza può essere presa a esempio per introdurre il reale problema che giace alla base dell’intera operazione: arricchito da un impianto visivo senza alcun dubbio seducente (per quanto la tecnica stereoscopica appaia più che mai inutile, e forse persino dannosa), Prometheus è un film che crolla totalmente sotto il profilo narrativo. La sceneggiatura, scritta a quattro mani da Damon Lindelof (abramsiano di ferro, ma anche uno dei cinque “colpevoli” del raffazzonato script di Cowboys & Aliens) e Jon Spaihts (già protagonista in negativo per L’ora nera di Chris Gorak) fa acqua da tutte le parti: non si tratta solo di passaggi più o meno oscuri della vicenda, comunque molti, ma di una fastidiosa sensazione di incompletezza che attraversa tutto il film. I personaggi di Prometheus, che dovrebbero reggere l’intera fabula – visto e considerato che la materia horror inizia a far capolino solo dopo un’ora di film – non sono altro che macchie indistinte appena accennate sulla carta: la loro psicologia è labile, le motivazioni che dovrebbero condurli un passo in là verso l’ignoto e il pericolo vengono appena evidenziate di sfuggita.

L’impressione, davvero netta, è che Ridley Scott avesse in mente un monumetale ritorno in scena, con un’opera che probabilmente nelle intenzioni del regista doveva assumere caratteristiche mastodontiche quasi quanto i nostri supposti progenitori – per chi non lo avesse colto, si parla anche dell’enorme scheletro ritrovato in Alien, nella magistrale sequenza “rubata” all’immaginifico cult di Mario Bava Terrore nello spazio. Cosa sia rimasto di quell’idea primigenia, a conti fatti, non è dato saperlo, ma certo è che gli snodi narrativi di Prometheus appaiono nella stragrande maggioranza dei casi improbabili, ossidati, privi di motivazione: che senso ha lasciare la breve sequenza con Noomi Rapace sbalzata via durante la tempesta di silicio? E perché da un certo punto in poi l’androide David agisce in un dato modo, mettendo volontariamente a repentaglio la vita dei membri dell’equipaggio?

Quasi tutte le domande riguardanti la pura meccanica narrativa rimangono inevase, e se quelle sui massimi sistemi meritano una loro – pur facile – soluzione è solo per permettere a Scott di trovare l’aggancio necessario a un ipotetico capitolo secondo, che dovrebbe in ogni caso trovare spazio sugli schermi mondiali nel corso dei prossimi anni. Poco aiutato da un cast piuttosto svogliato, a partire da una monocorde Noomi Rapace e da un ben poco convincente Michael Fassbender, Ridley Scott riesce solo in alcuni casi a dare sfogo a tutto il suo potenziale visionario. Quando ciò avviene si riesce per lo meno ad assistere a uno spettacolo di puro cinema, subito purtroppo ricacciato indietro da una narrazione smaccatamente “seriale” (nel significato più deteriore del termine) e da dialoghi privi della benché minima accortezza – si veda in tal senso il duplice momento seduttivo, giocato quasi in montaggio alternato, che vede da una parte la coppia Rapace/Marshall-Green e dall’altra quella Theron/Elba.Tra le principali delusioni del 2012, Prometheus segna un punto di rottura forse definitivo tra una macchina industriale che ha raggiunto oramai vertici tecnici inimmaginabili e la sua preoccupante sterilità nell’inventare storie. Uomini che non sanno più creare. Ingegneri.

Info
Il sito ufficiale di Prometheus.
Il trailer italiano di Prometheus.
Prometheus sul canale Film su YouTube.
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