Grandi speranze

Grandi speranze

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Un altro adattamento da un classico della letteratura per Mike Newell, ma il suo approccio al Dickens di Grandi speranze resta incerto tra il tentativo di essere originale (come, ad esempio, le atmosfere gotiche) e la stanca e quieta fedeltà al testo di partenza.

Una speranza (in parte) delusa

Un misterioso benefattore offre a un ragazzino rimasto orfano la possibilità di riscattarsi dalle sue umili origini. Pip, questo il nome del giovane, usa la sua nuova posizione sociale per corteggiare la bella Estella, un’ereditiera viziata, educata ad essere glaciale e senza scrupoli, della quale lui è perdutamente innamorato sin dall’infanzia. Purtroppo la sconvolgente verità che si cela dietro alla grande fortuna ricevuta in dono scatenerà una serie di conseguenze devastanti per tutti… [sinossi]

Dopo aver realizzato nel 2007 l’adattamento del romanzo di Gabriel Garcia Marquez, L’amore ai tempi del colera, Mike Newell torna ad attingere alla letteratura scegliendo di riportare sul grande schermo Grandi speranze, uno dei classici sgorgati dalla penna di Charles Dickens di cui quest’anno ricorre il bicentenario. In più di un secolo di storia del cinema la Settima Arte ha spesso attinto alla letteratura, ma sorge spontaneo rilevare quanto negli ultimi tempi questa tendenza sia stata incrementata con la realizzazione di trasposizioni cinematografiche – fedeli e non – di un classico o di un romanzo contemporaneo. La domanda è quindi d’obbligo: è il cinema a essere a corto di idee originali o si tratta semplicemente di un sodalizio che si salda sempre di più?

Tenendo conto delle ultime produzioni (vedi, ad esempio, la prossima uscita de Les Misérables diretto da Tom Hooper), sembra che siano i romanzi ottocenteschi a essere tornati in voga con le loro storie ad ampio respiro, i personaggi ricchi di spessore, l’universalità dei temi con al centro il concetto di classe. È vero, potrebbe apparire quasi anacronistico parlare oggi di “classe”, ma classici come Grandi speranze ci ricordano (malinconicamente e tristemente) come non sia affatto così, visto quanto questo mondo sia «fuor di squadra» – Shakespeare docet.

A distanza di sessant’anni dal film di David Lean, il regista di Quattro matrimoni e un funerale ci propone la sua visione del romanzo di Dickens sposando la visione dello sceneggiatore David Nicholls (l’autore di One Day) che vira le sfumature del romanzo verso tinte che attingono al genere noir, mystery e gotico senza però arrivare al livello della lettura cupa offerta da Roman Polanski per Oliver Twist. Ci rendiamo perfettamente conto che condensare l’azione che si svolge in fiumi di inchiostro non è semplice e allo stesso tempo è una scelta obbligata, ma è proprio qui che Grandi speranze di Newell prende la nota dolente. In un romanzo di formazione già abbastanza denso di suo, la scrittura di Nicholls cerca di far emergere la natura thriller e misteriosa della storia puntando soprattutto sui personaggi di Miss Havishman (una straordinaria Helena Bonham Carter) e dell’inquieto Magwitch (Ralph Fiennes impeccabile nel ruolo). Entrambi, a proprio modo, sono come delle moire per Pip (Jeremy Irvine) ed Estella (Holly Grainger), anche se è “la sedotta abbandonata” a incidere maggiormente nella vita dei due giovani – se guardiamo alla storia d’amore nel suo complesso. Pip ed Estella sono accomunati dall’abbandono e dalla sofferenza provati durante l’infanzia, ma – apparentemente – appartengono a due classi sociali diverse; così le speranze disattese di Miss Havishman sono l’humus in cui Estella vive, cresce e che le ghiacciano il cuore. Pip assurge alla posizione di gentiluomo e in nome di questo arriva a scavalcare gli affetti e ad alienarsi rispetto al mondo.

Grandi speranze mette così in scena quel desiderio bruciante che nasce dal dolore e che muove tutto; per metterlo in quadro Newell ricorre ad atmosfere gotiche riuscite grazie soprattutto all’apporto della fotografia (John Mathelson) – il principale elemento, insieme ai costumi (B. A. Pastzor), che conserva quell’afflato epico tipico di queste storie. Purtroppo, nonostante le ottime interpretazioni del cast, a causa dei dialoghi (forse peggiorati dal doppiaggio – ci lasciamo il beneficio del dubbio) Grandi speranze si rivela, sotto questo aspetto, un’amara delusione per battute che non riescono ad emozionare se non velatamente.
Dipingendo una cinica umanità con sentimenti congelati, pian piano (con un ritmo, a volte, sin troppo lento) la morale della favola emerge dalle tenebre ma non con lo spessore che meriterebbe. Se con Paradiso perduto (1998) di Alfonso Cuarón si era stravolto eccessivamente il testo originale, con questo Grandi speranze si sceglie il non tradimento senza decollare in una visione originale e personale. Forse l’unica domanda che torna in modo circolare e in un continuo scambio col testo originale è suggerita dal finale diverso: si può sopravvivere all’abbandono?

Info
Il trailer di Grandi speranze su Youtube.
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