Les misérables

Les misérables

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Evento speciale delle Giornate di Pordenone, la proiezione fiume, di sei ore e mezza complessive dei quattro episodi che compongono il film, del classico adattamento di Les misérables di Victor Hugo, fresco di restauro. Tra le tante trasposizioni del romanzo, questa restituisce pienamente il sapore letterario e la concezione dell’autore e allo stesso tempo regala momenti altissimi di cinema.

Sotto i candelabri

Jean Valjean, un ex-detenuto trova ospitalità presso il vescovo di Digne, monsignor Myriel, che lo difende dai gendarmi quando lo prendono per avergli rubato dell’argenteria, sostenendo che si trattava di un dono, insieme a due candelabri. Valjean deciso a redimersi fonda un’industria di bigiotteria, cambiando città, con il nome di Monsieur Madeleine. Ma è costretto a rivelare la sua vera identità per scagionare un innocente, scambiato per lui. Riscatta poi Cosette, figlia della povera Fantine, dalla famiglia cui era stata affidata. La alleva come una figlia e con lei si rifugia a Parigi. Durante l’insurrezione repubblicana del 1832 porta in salvo Marius, fidanzato della ragazza. Finirà la sua vita l’anno successivo, sotto i due candelabri posti sul camino… [sinossi]

I miserabili e il cinema. Pur nella sua lunghezza e complessità – consta di 48 libri divisi in cinque tomi che coprono un arco temporale di quasi vent’anni, dal 1815 al 1833 – le riduzioni sul grande schermo sono state tantissime. Già quando la settima arte era ai suoi primi vagiti, tanto i Lumiere, che Albert Capellani, che Edwin S. Porter per la compagnia di Edison, si cimentarono nel compito. Si sono poi tuffati registi come Riccardo Freda, Henri Verneuil , Lewis Milestone, Claude Lelouch. E poi innumerevoli versioni giapponesi , e ancora quelle sovietiche, messicane, egiziane, tamil, hindi, cingalesi, brasiliane, sudcoreane, turche, vietnamite, sudanesi. Per arrivare al recente adattamento dal musical a opera di Tom Hooper. Di tutte queste Les misérables di Henri Fescourt si segnala come una delle più vicine alla concezione originale di Victor Hugo.
Cercare di abbracciare la lunghezza dell’opera del grande scrittore, in un film in quattro parti, e il lungo arco temporale in cui si svolge, seguendo i suoi tanti personaggi che crescono e invecchiano. Questa è la scommessa di Fescourt che, anche per le concessioni al melò, fa confluire I miserabili nel feuilleton. Impossibile non operare ovviamente tagli e riduzioni anche per un film di sei ore e mezza, ma Fescourt riesce pure a fare di necessità virtù, come nell’impegnativa elissi narrativa che spiega come Fantine è diventata una ragazza madre. E le libertà che si prende sono minime. Il film si apre con Valjean anziché con il vescovo; c’è poi un tentativo del primo di pugnalare il secondo, per il furto dell’argeneteria, che nel romanzo non c’è. E, come si è detto, il regista restituisce fedelmente, traducendole sul grande schermo, le tematiche di Hugo. Quella della redenzione e quella del divario tra sfarzo e bassifondi, tra l’alta società, che celebra il suo splendore nel lusso, nelle danze, e i reietti. Nella prima parte il film funziona con un continuo montaggio alternato tra il vescovato, con le sue sale lussuose, e l’ospedale. Evitando comunque il facile schematismo manicheo: personaggi positivi possono appartenere anche alle alte sfere come appunto monsignor Myriel o lo stesso Marius. Marius che avrà salva la vita solo sprofondando nelle fogne di Parigi. E che celebrerà un matrimonio pomposo.

Fescourt usa sovente un linguaggio simbolico. Frequentissimo l’uso di croci e crocifissi, spesso illuminati o inscritti in occhi di bue. Il crocefisso è spesso abbinato, in senso dialettico, per contrasto, ad altre figure, come la ghigliottina o il vaso di fiori che vi si sovrappone o il coltello che vi proietta la sua ombra. E poi il segno della croce di Cosette con la figura della mamma, morta, in un cielo bianco. L’abbinamento di immagini è frequentissimo nel film, vedi la Madonna con il giglio o la torcia sovraimpressa con la campana. E poi la nuvola a forma di cavallo sul campo di battaglia di Waterloo ormai ridotto a ecatombe. Così come l’aquila abbattuta, resa con una rudimentale animazione, sullo stesso cielo. E poi Cosette bambina sempre ripresa con la sua inseparabile bambola, che non perderà nemmeno quando sono inseguiti. Un suo doppio, dalla stessa altezza, che poi tornerà alla fine, conservata da Valjean, in uno dei tanti momenti struggenti del film, un ricordo dell’innocenza perduta.
Meraviglioso, nella carrellata di personaggi, quello di monsignor Myriel, reso dall’intensissima recitazione di Paul Jorge, spesso sottolineata da occhi di bue sul suo volto serafico, oppure con uno sfondo bianco, in cui arriva a dissolversi, o a sovrapporsi con nuvole o tende bianche, a sottolinearne la purezza e la santità. Quella stessa espressività estrema, da cinema muto, che l’attore esibirà tre anni dopo ne La passione di Giovanna d’Arco di Carl Theodor Dreyer, il film sui volti per eccellenza, nel ruolo, analogo ma di segno opposto, di uno dei giudici inquisitori.

Fescourt sa costruire scene madri altissime. La scena onirica di Cosette, un momento fantasy nel bosco con animali feroci e alberi demoniaci. Il primo incontro con il colpo di fulmine tra Cosette e Marius, tutto costruito sui giochi di sguardi e i close-up creati da occhi di bue dei piedi e del corpo di lei. Straordinaria poi la ricostruzione storica, del contesto e dei fatti: la battaglia di Waterloo e l’insurrezione parigina del 1832, nella quale ci sono momenti di insostenibile durezza. Il vecchio che viene ucciso affacciandosi alla finestra, con il sangue che cola dal davanzale giù per la facciata della casa. Il bambino che va incontro alla morte tra le barricate, spernacchiando i nemici e intonando una filastrocca di scherno che cita Voltaire, Rousseau e compagnia.
Oltre alla fedeltà contenutistica al romanzo di Hugo, Les misérables di Henri Fescourt sottolinea la sua derivazione letteraria restituendo il senso, e il fascino, della parola scritta. La scrittura è ovviamente fisiologica nel cinema muto, per le didascalie degli intertitoli. Ma a questi si aggiunge una gran quantità di lettere esibite, nella corrispondenza epistolare dei personaggi. Vero che anche questo è uno stratagemma frequente prima del sonoro, usato per risolvere passaggi narrativi complessi; ma l’uso che ne fa Fescourt è particolarmente insistito. E poi c’è la scritta d’amore, quella sul muro della villa che indirizza i personaggi, la sovrapposizione di scritture, la lettera allo specchio, le parole lette sulla carta assorbente. Per arrivare alla pagina del libro, un po’ ingiallita, che scorre poco prima della fine. Epilogo ed epitaffio della lunga narrazione.

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Les misérables sul catalogo di Pordenone.

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