Oblivion

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Pur libero dalle pastoie filosofiche e cristologiche di Tron: Legacy, Oblivion affastella troppi stereotipi, smarrendo fin da principio il dono della sintesi e dell’asciuttezza. Peccato, perché l’architetto prestato al cinema Kosinski, protégé di David Fincher, non manca di potenzialità.

Ricordati di me

Anno 2077: Jack Harper è uno degli ultimi riparatori di droni operanti sulla Terra ormai evacuata. Prima di abbandonare definitivamente il pianeta ha il compito di recuperare dalla superficie terrestre le ultime risorse vitali, perché segnata da decenni di guerra contro la terrificante minaccia di alieni che divorano quel che resta. Jack ha quasi portato a termine la sua missione: nell’arco di due settimane, raggiungerà gli altri sopravvissuti su una colonia lontano da quel mondo ormai dilaniato, che per lungo tempo è stato la sua casa… [sinossi]

Sono i ricordi e la memoria il motore dell’opera seconda dell’ambizioso Joseph Kosinski, già regista del deludente sequel Tron: Legacy. All’incastro di flashback e indizi che porteranno il protagonista a (ri)scoprire se stesso e una realtà inimmaginabile corrisponde un’interminabile sequenza di déjà vu, di richiami e rimandi a pellicole precedenti, sostanzialmente alla science fiction socio-politica degli anni Settanta e alle elaborate visioni della successiva fantascienza cyberpunk, postcyberpunk e biopunk.

Oblivion è un interessante patchwork derivativo, visivamente impeccabile ma narrativamente traballante. Kosinski, autore anche della sceneggiatura con Karl Gajdusek e Michael Arndt e del graphic novel con Arvid Nelson, sembra pescare a piene mani da Matrix e Il pianeta delle scimmie, Solaris e Moon, 2001: Odissea nello spazio ed Evangelion: ma il gioco potrebbe continuare, tirando in ballo misconosciuti OAV come Grey: Digital Target o lungometraggi allegorici come La fuga di Logan. A enfatizzare l’ingombrante sensazione di una rielaborazione un po’ pigra concorrono alcune scelte estetiche, in primis il costume design di Beech/Morgan Freeman, una sorta di Morpheus in tono minore e francamente fuori tempo massimo.

La sensazione è che la base di partenza del progetto Oblivion siano state alcune suggestioni visive, scenari post-apocalittici e futuribili che balenavano nella mente di Kosinski e soci. Funzionano gli orizzonti desertici e sconfinati, così come le ultime testimonianze architettoniche di un’umanità piegata (lo stadio, la biblioteca pubblica). Kosinski riprende la celebre intuizione de Il pianeta delle scimmie, elevando l’Empire State Building a icona di una sconfitta planetaria, nonché luogo del ricordo, di una memoria da recuperare e di una verità da svelare. E sono funzionali anche i design dei droni, delle armi, della navicella (una sorta di evoluzione, in versione monoposto, delle Aquile di Spazio 1999), delle mastodontiche idro-trivelle, della Skytower, con le sue linee essenziali ma ricercate, come la piscina trasparente che si fonde e confonde col cielo. Ma alla brillantezza dell’apparato visivo non corrisponde un adeguato script, soprattutto nel raffronto tra la macchinosa prima parte e il finale più scorrevole e compiuto.
Gajdusek, Arndt e Kosinski cercano di mascherare la prevedibilità di alcuni snodi narrativi dilatando l’incipit e aggrovigliando meccanismi che avrebbero richiesto maggiore agilità. Pur libero dalle pastoie filosofiche e cristologiche di Tron: Legacy, Oblivion affastella troppi stereotipi, smarrendo fin da principio il dono della sintesi e dell’asciuttezza. Peccato, perché l’architetto prestato al cinema Kosinski, protégé di David Fincher, non manca di potenzialità.

Assoluto protagonista della pellicola è ovviamente Tom Cruise/Jack Harper, non troppo distante dall’eroe letale di Jack Reacher – La prova decisiva. Nei panni di Jack o di Ethan (annunciato per il 2015 il quinto episodio di Mission: Impossible 5), il cinquantenne Cruise sembra voler prendere a calci e pugni gli anni che passano, mettendo in scena la propria esuberanza fisica e atletica. Le dinamiche di Oblivion, soprattutto nel doppio finale, fanno il resto. Affiancato da Olga Kurylenko e Andrea Riseborough, Cruise rende praticamente superflue le presenze di Morgan Freeman, costretto a un ruolo smaccatamente prevedibile, e del simpatico Nikolaj Coster-Waldau. Ma in questo one-man-show fare la comparsa (ben pagata) non è certo un gran sacrificio.

La fantascienza ha bisogno di creatori di mondi, ma anche di percorrere nuove strade, di rinnovare il proprio immaginario. Kosinski ha dimostrato di poter plasmare luoghi altri, anche se incompleti o poco convincenti. Restiamo in attesa dell’annunciato sequel di Tron: Legacy, previsto per il 2014, e di progetti futuri.

Info
Il trailer italiano di Oblivion.
Oblivion su facebook.
Il sito ufficiale di Oblivion.
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