Festival di Cannes 2013 – Bilancio

Festival di Cannes 2013 – Bilancio

Calato il sipario sul Festival di Cannes 2013, proviamo a fare i conti con quello che resta e resterà del carrozzone della Croisette, del magma di immagini, di volti vecchi e nuovi, di poetiche e suggestioni.

Adèle, Léa, Marine, Bérénice, Emmanuelle…

Partiamo da una delle poche certezze, il palmarès. La vie d’Adèle di Abdellatif Kechiche, cavallo finalmente vincente, si è aggiudicato la Palma d’oro. Una vittoria da dividere con le due splendide protagoniste, Adèle Exarchopoulos e Léa Seydoux, così giovani, così belle e fortunatamente così brave. Un film avvinghiato alla realtà che racconta, girato con una naturalezza disarmante, dalle sequenze tra i bimbetti dell’asilo agli intensi rapporti sessuali tra Emma e Adèle. In Italia arriverà grazie alla Lucky Red, che ha acquisito anche i diritti di Inside Llewyn Davis di Ethan e Joel Coen (Grand Prix) e Nebraska di Alexander Payne (miglior attore: Bruce Dern). Ecco, mentre la kermesse Cannes a Roma si dissolve come neve al sole, lasciata morire dalle istituzioni, i cinefili possono guardare al bicchiere mezzo pieno. Una luce fioca nel buio pesto del (Bel) Paese.
Ancora premi. Due statunitensi: Inside Llewyn Davis e Dern per Nebraska. Due asiatici: Jia Zhang-Ke per A Touch of Sin e Like Father, Like Son di Hirokazu Kore-eda. Due europei: Bérénice Bejo per Le passé e il trionfante La vie d’Adèle. Due dall’AltroMondo: Amat Escalante per Heli e Grigris di Mahamat-Saleh Haroun. Potremmo definirla una distribuzione equa dei premi, politicamente corretta, ma l’unico dato certo è l’inevitabile e massiccia presenza dell’industria cinematografica transalpina, geograficamente trasversale, culturalmente dominante. La Francia è ovunque, la Francia produce e coproduce, crea e nutre gli Autori di oggi e di domani.

Il messicano Heli e il ciadiano Grigris battono bandiera transalpina, come La grande bellezza di Sorrentino, Michael Kohlhaas di Arnaud des Pallières, Only God Forgives di Nicolas Winding Refn, The Immigrant di James Gray e via discorrendo. Le coproduzioni sono la cartina tornasole di una politica cultura&industriale illuminata, che si celebra con un po’ di spocchia ma con pieno merito proprio a Cannes, nel Palais du Cinema, tra Festival e Marché. Sarà interessante, nei prossimi anni, seguire le strategia francesi in Cina, prossimo centro gravitazionale economico della Settima Arte.
Tanta Francia, pure troppa. In un concorso di ottimo livello, alcuni titoli si sarebbero potuti accomodare in altre sezioni (Hors Compétition, Séances Spéciales, Un Certain Regard), magari sostituiti da pellicole ben più coraggiose e interessanti. Lavoriamo di fantasia e ipotizziamo tre sostituzioni impossibili: il dramma bellico Death March del filippino Adolfo Alix Jr. al posto di Michael Kohlhaas di Arnaud des Pallières, L’image manquante del franco-cambogiano Rithy Panh (vincitore di Un Certain Regard) per Un château en Italie di Valeria Bruni Tedeschi e, spingendoci ampiamente oltre i confini della realtà, il capolavoro North, the End of History del filippino Lav Diaz per il pupillo di casa François Ozon (Jeune et Jolie).

Torniamo coi piedi per terra e annotiamo l’ennesimo smacco culturale: L’image manquante, doloroso documentario che ripercorre gli anni tragici dei Khmer Rossi, è prodotto con capitali francesi. Il Palais è abnorme. In sala stampa distribuivano gratuitamente sacchettini di M&M’s. Noi piangiamo per Cannes a Roma. Repetita iuvant.
Dell’onda corta o lunga del Festival di Cannes 2013 si riparlerà nei prossimi mesi, quando le pellicole più significative saranno finalmente sbarcate in Italia. Intanto La grande bellezza è partito bene, tallonando al box office Fast and Furious 6 e registrando una media per sala più che dignitosa (4.261 euro). Molto dipenderà dalle scelte delle case di distribuzione, dalle date di uscita, dalla potenza di fuoco. Allargando gli orizzonti, sappiamo bene che premi e partecipazioni sulla Croisette sono un passepartout ad ampio raggio.

L’ideale copertina del Festival di Cannes 2013 è composta dai volti di Adèle Exarchopoulos, Léa Seydoux, Marine Vacth, Bérénice Bejo, Emmanuelle Seigner (La Vénus à la fourrure di Roman Polanski). Dive e divine del cinema transalpino, volti noti o nuovi, scoperte e riscoperte, icone di un festival che ha mille fil rouge, dalla memoria alla famiglia, dall’immigrazione all’adolescenza. I capelli blu di Léa, il sorriso e il pianto di Adèle, il trasformismo di Emmanuelle… Le rivedremo presto, magari affiancate da Déborah François o Sara Forestier [1] o Pauline Étienne. Vive la France!

NOTE
1.
Sara Forestier, già protagonista de La schivata (2003) di Kechiche, era sulla Croisette con Suzanne di Katell Quillévéré, nascosta tra le pieghe della
52a Semaine de la critique.
INFO
Il sito ufficiale del Festival di Cannes 2013.
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