L’image manquante

L’image manquante

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Rithy Panh racconta lo stermino della propria famiglia da parte degli uomini di Pol Pot, e per farlo si affida a personaggi in plastilina. L’image manquante, vincitore di Un certain regard al Festival di Cannes e presentato al TFF 2013 nella sezione TFFdoc.

La mia storia in plastilina

Stalin è bello
Pol Pot è meglio.
Scritta alla facoltà di lettere dell’Università di RomaTre, 1999
“Ci sono tante immagini nel mondo, che si crede di aver visto tutto. Di aver pensato tutto. Dopo tanti anni, io sono alla ricerca di un’immagine mancante. Una fotografia immortalata tra il 1975 e il 1979 dagli Khmer rossi, quando governavano la Cambogia. Solo un’immagine, ovviamente, non prova uno sterminio di massa, ma permette di pensare, di meditare. Di costruire la Storia. Ho cercato invano negli archivi, nelle carte, nelle campagne del mio paese. Ora mi dico che questa immagine deve mancare, e non la cerco più – non sarà forse oscena e senza significato? Allora la fabbrico. Ciò che vi dono oggi non è un’immagine, o l’insieme di una sola immagine, ma l’immagine di un insieme: quello che permette il cinema.
Alcune immagini devono mancare sempre, e sempre essere rimpiazzate da altre: in questo movimento risiede la vita, la lotta, il dolore e la bellezza, la tristezza dei visi perduti, la comprensione di ciò che fu; a volte la nobiltà, e anche il coraggio. Ma mai l’oblio.” (Rithy Panh)

L’image manquante è un’opera dall’essenza talmente magmatica, intensa, struggente e difficile da sostenere che solo le parole di Rithy Panh, qui sopra riportate fedelmente, possono riuscire a descriverla. Parole che parlano di immagini, ma in realtà raccontano la necessità di una memoria che raccolga al proprio interno “la vita, la lotta, il dolore e la bellezza, la tristezza dei visi perduti, la comprensione di ciò che fu,  […] ma mai l’oblio”.
L’oblio, il mostro della Storia contro cui da sempre combatte il cinema di Panh, il principale cineasta cambogiano della storia: da quando esordì nel 1989 con Site 2 (premiato alla decima edizione del Festival di Amiens), il quarantanovenne regista ha percorso un doloro tragitto di recupero e diffusione di una memoria collettiva tragica, dalla quale la Storia non potrà mai riprendersi completamente. Tra il 1975 e il 1979, quando gli Khmer Rossi presero il potere a Phnom Penh, furono trucidati tra il milione e i due milioni di cambogiani, privati di qualsiasi diritto sociale, ricondotti nelle campagne per costruire una nazione che, nella distorta ottica di Pol Pot e dei suoi ferventi seguaci, avrebbe costruito il marxismo non annullando le differenze di classe, ma eliminando fisicamente i rappresentanti delle classi stesse. Non solo imprenditori, proprietari terrieri e padroni, ma anche intellettuali, artisti, esponenti della cultura: tutti considerati nemici da un potere che vedeva nella vita contadina l’unica esperienza possibile all’interno della società.

In un regno di terrore simile, la famiglia di Rithy Panh non riuscì a scampare al massacro, e l’allora undicenne regista dovette assistere alla morte dei genitori, dei fratelli e di tutti i suoi parenti. Anche per questo il documentario acquista, nella poetica di Panh, una funzione non solo commemorativa, ma anche intima, unico legame affettivo ancora possibile, ponte che attraverso l’immagine immateriale può connettere una volta di più Panh a coloro che ha perduto. Una scelta privata ma anche collettiva, come descrivono alla perfezione lavori indispensabili quali S-21 – La macchina di morte degli Khmer Rossi (2003), Duch, le maître des forges de l’enfer (2011) e Rice People (1994).
Eppure nessun lavoro di Panh, finora, aveva raggiunto la straordinaria fusione tra emozione viscerale, ricerca storica e riflessione teorica che viene alla luce durante la visione de L’image manquante, inappuntabile trionfatore della sezione Un certain regard della sessantaseiesima edizione del Festival di Cannes (l’unico a poter competere con lui era con ogni probabilità il sublime Lav Diaz di Norte, the End of History) e riproposto in Italia dal Torino Film Festival nella sezione TFFdoc/Documenti. Partendo dall’idea secondo la quale l’unico modo per raccontare il dramma del suo popolo e della sua famiglia e renderne evidente l’irreparabilità sia quello di ragionare su un’immagine mancante, e non su quelle a disposizione, Panh costruisce un diario personale in cui concentra le sue memorie sulla presa del potere di Pol Pot, sulle orribili angherie inflitte alla popolazione, e in particolare sulle vicissitudini tragiche cui andò incontro la sua famiglia.

Per far questo Panh articola il montaggio su due aspetti tra loro apparentemente in contraddizione: da un lato il classico materiale di archivio, già ampiamente utilizzato anche dallo stesso cineasta nel corso degli anni, e dall’altro riprese fisse di personaggi in plastilina che danno corpo alla voce narrante di Panh, che sovrasta l’intero documentario. Pupazzi in plastilina a cui non viene concesso neanche il beneficio del falso movimento creato attraverso la tecnica a passo uno: quadri raggelanti, che cozzano con visi buffi, torsi umani dalle fattezze inevitabilmente prossime al cartoon, persino sorridenti a tratti. L’immagine mancante è l’impossibilità di ricostruire veramente un abominio per il quale non si troverà mai una pace reale. Il tempo scorre, ma le donne e gli uomini che vissero i quattro anni di terrore di Pol Pot rimarranno per sempre immobili, creature senza più corpo, da difendere con la forza della memoria. Panh prende l’immagine mancante e la rimpiazza in continuazione, la ricrea, la rigenera cosciente di martoriarla ogni volta.
Un atto rivoluzionario da parte di un regista fondamentale non solo per il cinema cambogiano e non solo per la realtà documentaria internazionale. Dovrebbe essere proiettato nelle scuole, ma con ogni probabilità in Italia, una volta concluso il Festival di Torino, non sarà visto quasi da nessuno. Perché da noi, da un paio di decenni a questa parte, l’immagine mancante è diventata la Storia stessa.

INFO
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