La notte del giudizio

La notte del giudizio

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Alcune pecche di scrittura tolgono un po’ di credibilità a La notte del giudizio, lungometraggio di cui si fanno comunque apprezzare alcune intuizioni, insieme alla cattiveria di fondo che investe quanto rimane del cosiddetto American Dream.

Valvola di sfogo

In un’America distrutta dalla criminalità e con le prigioni stracolme di malviventi, il governo ha deciso di instaurare un giorno all’anno in cui per 12 ore ogni tipo di crimine, incluso l’omicidio, diventa legale. Non è possibile chiamare la polizia. Gli ospedali sono chiusi. È una notte nella quale i cittadini si autogestiscono senza il pericolo di essere puniti per le loro azioni. In questa notte invasa da una criminalità endemica e appestata dalla violenza, una famiglia si trova alle prese con un interrogativo logorante: che succederà quando uno sconosciuto busserà alla loro porta? [sinossi]

Vi è un aspetto decisamente interessante nella carriera recente di Ethan Hawke. Il vederlo protagonista, con frequenza sempre maggiore, di pellicole concepite all’insegna della tensione e della violenza, ha coinciso con la scoperta (o riscoperta) di potenzialità ancora non del tutto esplorate della sua maschera attoriale. L’esempio più calzante è senz’altro il personaggio dello scrittore Ellison Oswalt in Sinister di Scott Derrickson, uno dei migliori horror americani delle ultime stagioni. Ma anche La notte del giudizio (assai più pregnante il titolo originale, The Purge), con lui nel ruolo del capofamiglia apparentemente così sicuro del fatto suo, ha offerto un bel contributo alla causa: in entrambi i casi il faccione gagliardo, fascinoso e rassicurante di Ethan Hawke ha saputo rappresentare un inquietante simulacro, un inno a quel senso di sicurezza e a quell’invincibilità che possono caratterizzare il sogno americano, fino a che il rivelarsi del Male insito in esso non contribuisce a sgretolarlo; un Male la cui genesi, peraltro, può essere letta a seconda dei casi più in chiave ontologico/esistenziale (Sinister) o più in chiave sociale (La notte del giudizio), per quanto le relative tracce tendano a contaminarsi, confondersi, sovrapporsi.

Nel caso de La notte del giudizio, scritto e diretto da James DeMonaco (figura interessante cui si devono le sceneggiature de Il negoziatore e del remake di Assault on Precinct 13, mentre Staten Island ne ha rappresentato l’esordio come regista), alla bontà dell’idea iniziale ha corrisposto una realizzazione solo in parte soddisfacente. Il filone cui il film più facilmente può essere apparentato contempla quell’approccio sociologico e fantapolitico, che il cinema di genere stelle e strisce ha riesumato più di una volta, negli ultimi tempi: stando ai diversi tentativi posti in atto, la parabola più penetrante, aggressiva e in fin di conti riuscita resta ancora In Time dell’ottimo Andrew Niccol. Peccato invece per le piccole pecche di scrittura che tolgono un po’ di credibilità a La notte del giudizio, lungometraggio di cui si fanno comunque apprezzare alcune intuizioni, insieme alla cattiveria di fondo che investe quanto rimane del cosiddetto American Dream. Le coordinate essenziali del lungometraggio diretto da DeMonaco descrivono un contesto iperbolico, tenuto però a bagnomaria nelle tensioni più velenose che caratterizzano l’America odierna: la questione della sicurezza, i contraccolpi della crisi economica, le armi commercializzate con tanta leggerezza da facilitare menti deviate nell’attuazione di autentiche stragi; come anche di vergognosi omicidi a sfondo razziale, volendo alludere ad altri recenti fatti di cronaca. L’autore si è perciò divertito a immaginare ciò che certi fantomatici Nuovi Padri Fondatori potrebbero concepire, per far uscire gli Stati Uniti dall’attuale fase di stallo: una specie di violentissimo rito catartico, una notte dello Sfogo (da cui il titolo originale, The Purge) con scadenza annuale, in cui la legalità verrebbe sospesa e i crimini commessi con l’ausilio di armi leggere, omicidi compresi, sarebbero tollerati. La giustificazione ufficiale di questa scelleratezza viene identificata nel plot con la volontà di far sfogare in un’unica notte i più bassi istinti, così da purificare la nazione e renderla più sicura nel resto dell’anno. Ma non sarà anche un modo per sbarazzarsi dei tanti cittadini indigenti e poco integrati, quelli insomma che non possono accedere ad avanzati sistemi di sicurezza, per difendersi dalle bande (spesso composte da giovani ricchi annoiati) che scorrazzano libere nella notte?

Il personaggio di Ethan Hawke è per l’appunto uno stimato e persino invidiato venditore di impianti di sicurezza. E nella notte dello Sfogo la stessa casa in cui vive potrebbe apparire, in primis agli occhi del vicinato, un fortino inespugnabile. Ma lui e i suoi famigliari scopriranno un giorno che non è così, vedendo crollare il mito di una stabilità costruita tanto sul voler fare carriera a tutti i costi che sul disagio dei ceti più deboli. Con echi del Peckinpah di Cane di paglia, con echi del Romero de La notte dei morti viventi, con echi di 1975: occhi bianchi sul pianeta Terra, con echi del cinema horror americano preso nel suo complesso, la difesa in armi della propria dimora assume nell’economia del film un peso imprescindibile. Ma a convincere poco sono le motivazioni dei personaggi, quel continuo ribaltarsi dei rapporti di forza affrescato spesso con superficialità, insieme alla scarsa coerenza di certi sviluppi narrativi e ad altri piccoli buchi di sceneggiatura. Viene insomma a mancare un po’ di coesione, in quel plot che sfilacciandosi e diventando troppo caricaturale perde una parte di quella carica destabilizzante, che meritava invece di essere spinta fino alle estreme conseguenze. E sulla metafora inizialmente ben congegnata da James DeMonaco cala progressivamente il senso dell’incompiutezza.

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Il sito ufficiale de La notte del giudizio.
La notte del giudizio, il trailer italiano.
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