Moebius

Moebius

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Kim Ki-duk ribalta le attese, dandosi quasi al comico surreale e abbandonando – immaginiamo, temporaneamente – la bella scrittura. Libertario, anarchico, spietato, carnale fino all’eccesso nella sua volontà di épater le bourgeois, Moebius è comunque un divertissment abbastanza esile, lontano dalle compulsive e strabordanti anarchie di cineasti come Takashi Miike e Sion Sono. Presentato alla Mostra del Cinema di Venezia 2013.

Peni rotolanti

Una donna, consumata dall’odio nei confronti del marito per le sue continue infedeltà, vorrebbe vendicarsi su di lui, ma finisce per punire l’incolpevole figlio adolescente, evirandolo. A questo punto il padre, roso dal senso di colpa, decide di sacrificarsi a favore del figlio, ridonandogli la virilità. Ma un’altra sorpresa aspetta i due… [sinossi]

Kim Ki-duk riesce ancora a spiazzare. Sostanzialmente è questa la bella conclusione che si può trarre da Moebius, sorprendente e low-budget dramma comico intorno alla perdita e alla riacquisizione della virilità e spassoso (quanto spaventoso) trattato sull’impotenza del maschio. Un qualche sentore positivo in realtà l’avevamo già avuto alla proiezione di Venezia 70 – Future Reloaded, cui il regista coreano aveva contribuito con un commovente e umanissimo ritratto di sé e di sua madre, sorta di contraltare auto-biografico delle gelide e prevedibili dinamiche di Pietà, vincitore lo scorso anno proprio qui al Lido del Leone d’Oro.

Ebbene, a fronte di una riproposizione – con Pietà – di forme e modalità caratteristiche del suo cinema (quasi un bignami per chi si fosse perso tutto il suo cinema precedente), Kim Ki-duk in Moebius ribalta le attese, dandosi quasi al comico surreale e abbandonando – immaginiamo, temporaneamente – la bella scrittura (mentre il digitale di Pietà era levigato e curato, quasi a imitazione di un film in pellicola, qui non si nasconde il mezzo, anzi lo si esalta per una messa in scena povera ed essenziale).

Le dinamiche quasi surrealiste coinvolgono e divertono in una sorta di passaggio di quadro in quadro verso direzioni e situazioni sempre più folli (ad esempio, la scena del pene rotolato rovinosamente in mezzo a una strada riesce a far ridere e a far stare fisicamente male allo stesso tempo), prima della necessaria e conclusiva quadratura del cerchio, che in fin dei conti lascia un po’ così. Libertario, anarchico, spietato, carnale fino all’eccesso nella sua volontà di épater le bourgeois, Moebius è comunque un divertissment abbastanza esile, lontano dalle compulsive e strabordanti anarchie di cineasti come Takashi Miike e Sion Sono; eppure, un senso di soddisfazione rimane, quantomeno per aver assistito alla catarsi autoriale di Kim Ki-duk, selvaggiamente liberatosi di tutte le sovrastrutture che lo avevano accompagnato nei suoi film di finzione degli ultimi anni.

Info
Il video di Kim Ki-duk che canta Arirang a Venezia 69.
Il sito di Movies Inspired, casa di distribuzione di Moebius.
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