Anita B.

Anita B.

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Feuilleton rosa post-Olocausto che sfiora tematiche ponderose come la memoria, il rimosso e l’identità degli ex deportati nei campi di concentramento, Anita B. è però oppresso dal suo afflato romanzesco.

Le palpitazioni di una teenager

Anita è appena sedicenne quando esce da Auschwitz e va incontro a un nuovo mondo piena di entusiasmo. Presto si troverà al centro di una burrascosa storia d’amore, che diventerà per lei occasione di ribellione e rinascita… [sinossi]

La filmografia sull’Olocausto è oramai talmente vasta da costituire un genere a sé stante, ed è più che lecito poi che ogni anno, in vista del Giorno della memoria (fissato, dal 2005, per il 27 gennaio), facciano la loro comparsa nelle sale pellicole che si propongono di rileggere questo drammatico evento storico in una chiave che sia il più allettante e coinvolgente possibile per le nuove generazioni. È il turno in questa annata di Anita B. (ma è in arrivo anche Hannah Arendt di Margarethe von Trotta), film diretto da Roberto Faenza e tratto dal romanzo autobiografico di Edith Bruck Quanta stella c’è nel cielo. Dopo aver affrontato nel lontano 1993 il dramma dei campi di concentramento dal punto di vista di un bambino in Jona che visse nella balena, questa volta Faenza compie un leggero salto temporale e generazionale raccontando le vicissitudini dell’adolescente Anita (Eline Powell), reduce da Aushwitz, dove ha visto morire entrambi i genitori.
Fanciulla tutti sospiri e con gli occhioni da gatta ancora sgranati dal trauma subito, Anita si ritrova ad essere ospitata dall’unica parente ancora in vita, la rigida zia Monika (Andrea Osvart) in una cittadina nei pressi di Praga. Ad andare a prelevarla dal convoglio della Croce Rossa che la trasporta verso la sua nuova vita è però il giovane cognato della zia, Eli (Robert Sheehan), con il quale la ragazza intratterrà ben presto una relazione segreta.
Non poche saranno però le difficoltà che Anita si ritroverà ad affrontare, a partire dall’astio della consanguinea che le vieta esplicitamente di parlare del dramma appena vissuto, spingendola così a confidarsi con il piccolo Roby (figlio della zia) che alla tenera età di un anno o poco più verrà intrattenuto dalla nuova arrivata con storie e disegni dei campi di sterminio. Inoltre, la nostra eroina sarà costretta a trascorrere la maggior parte del tempo chiusa in casa a sfaccendare, fino al rilascio dei tanto sospirati documenti che ne attestino l’identità. La sua unica consolazione saranno le attenzioni sessuali di Eli e le di lui massime esistenziali che oscillano grossomodo tra “impara a mordere la vita” e riflessioni più plumbee come: “Oramai noi (ebrei) non sappiamo più chi siamo”.

Non tutto funziona dunque a dovere in Anita B., soprattutto dal punto di vista delle interpretazioni attoriali, con una protagonista dal range espressivo esiguo e un innamorato dai discorsi pressoché monotematici. La Osvart se la cava piuttosto bene nei panni dell’austera zia Monica, ma lo stesso non si può dire per la macilenta Jane Alexander che incarna Sarah, una donna che si occupa di organizzare le partenze per la Palestina e la cui presentazione – data poi l’importanza che ricoprirà questa sua mansione nell’economia della storia – appare piuttosto frettolosa e male orchestrata (la scorgiamo a tavola, con la pistola nei pantaloni, poi la vediamo danzare nel corso del carnevale ebraico) al punto che viene da sospettare che il suo ruolo sia stato parzialmente ridimensionato in fase di montaggio. Si registra inoltre qualche sostanziale problema di asincrono, dovuto al fatto che il film è stato girato in inglese ma non tutti gli interpreti di lingua italiana sono poi riusciti a doppiarsi a puntino. Qualche movimento labiale di troppo (o di meno) si nota soprattutto nei dialoghi della Alexander e la situazione precipita quando Moni Ovadia è protagonista di un’esibizione canora che non rende affatto gustizia alle sue doti performative.

Nonostante dunque Anita B. si proponga l’encomiabile compito di esplorare le dinamiche di occultazione e rimozione della memoria all’interno di una comunità ebraica ferita e umiliata, il film finisce presto per porre al centro della sua attenzione il percorso di crescita sentimental-amorosa della sua protagonista, trasformandosi in un feuilleton dai toni marcatamente rosa che occhieggia sin troppo insistentemente al suo dichiarato target giovanile, che si pensa forse poco propenso a digerire la trasposizione cruda degli eventi storici, qui volutamente tenuti ai margini. Le ansie che tormentano la giovane protagonista diventano infatti, specie verso l’epilogo della sua vicenda, legate prevalentemente alle sue palpitazioni amorose, tra domande esistenziali circa la vera natura dell’amore e il timore ben più pragmatico di una inopportuna gravidanza.
Non che la rivisitazione dell’Olocausto o delle persecuzioni contro gli ebrei non possa essere riletta anche in chiave di genere, pensiamo ad esempio al più che dignitoso Defiance – I giorni del coraggio di Edward Zwick dove abbiamo visto combattere aspramente sulle montagne dei partigiani ebrei, oppure alla splendida rilettura, sarcastica, avventurosa e picaresca realizzata da Paul Verhoeven con Black Book. Anita B. resta invece sospeso tra afflato romanzesco e denuncia di problematiche sociali e psicologiche post-trauma, perdendo infine la sua coesione, al punto che la vicenda di crescita intima della protagonista pare quasi innestata a forza con elementi dal portato più serio e universale, il cui baluginare sullo schermo risulta largamente episodico.
Si veda ad esempio al ruolo assegnato ai Russi, prima liberatori con l’Armata rossa dei deportati ad Aushwitz, poi temuti perché comunque avversi agli ebrei e criticati esplicitamente dai personaggi in scena in quanto disturbano le frequenze radio che trasmettono musica americana o perché collettivizzano le fattorie costringendo il povero Eli a ripiegare su un lavoro in fabbrica. Si tratta evidentemente di spunti che avrebbero meritato ben altri sviluppi e un approfondimento che invece qui non viene loro riservato.
Lo stesso destino tocca poi al nascente Stato di Israele, il cui governo è prospettato come a base di “Bibbia e mitra” e qui, se pensiamo alla potenza della breve inquadratura finale proprio del già citato Black Book, è facile immaginare che qualcosa di più poteva essere mostrato o detto.

Info
Anita B., il trailer.
Anita B., il backstage.
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