Brooklyn
di John Crowley
Brooklyn è un prodotto dalla confezione lucente, quanto risaputo nello svolgimento, tutto teso a evidenziare le ambizioni (anche in chiave-Academy) della protagonista Saoirse Ronan. Ma la sostanza del melò va ricercata altrove.
Melò d’artificio
Irlanda, anni ’50: la giovane Eilis, orfana di padre, riesce ad emigrare a Brooklyn grazie ai contatti di sua sorella con la locale comunità irlandese. Nonostante la nostalgia di casa, la ragazza si adatta bene al nuovo contesto, trovando un buon lavoro e l’amore di un italoamericano. Ma la notizia di un’improvvisa tragedia familiare la costringe a tornare in patria… [sinossi]
Co-produzione tra Irlanda, Regno Unito e Canada, presentato nella sezione Festa Mobile del Torino Film Festival (dopo i passaggi al Sundance e a Toronto) Brooklyn segna un evidente salto in chiave mainstream per il cinema dell’irlandese John Crowley. Regista di origini teatrali, già messosi in luce, tra le altre cose, con gli indipendenti Boy A e Closed Circuit, Crowley si avvale qui della sceneggiatura di Nick Hornby (basata su un romanzo dello scrittore Colm Tóibín) e di un cast centrato sulla presenza, e sull’abbagliante corporeità, della protagonista Saoirse Ronan. Le cronache parlano di una Ronan già lanciata, con questa nuova prova, verso la meta-Oscar; e il film di Crowley, sorta di lucente biglietto da visita per la sua protagonista, sembra in effetti pensato proprio in questa chiave. A partire dal sontuoso impianto visivo, che ben maschera un budget in realtà medio-basso (ci si aggira sui 10 milioni di dollari) fino alla presenza di comprimari di lusso (Domhall Gleeson e Jim Broadbent su tutti) e a una struttura da melò di cui il period drama rappresenta, più che altro, il contenitore esterno, il film di Crowley appare in effetti come il più classico dei prodotti indipendenti mirati al gradimento dei giurati dell’Academy. La critica americana, cartina di tornasole importante in tal senso, sembra aver gradito non poco.
La Ronan, eroina melò d’antan presa tra due mondi (e due amori) è qui protagonista di una storia che muove dal dramma dell’immigrazione, dello sradicamento e della (ri)costruzione di un’identità in un contesto magmatico, e in perenne movimento, come quello degli USA dei primi anni ’50. Basta, tuttavia, uno sguardo superficiale alla ricostruzione d’ambiente, e alla resa del rapporto della protagonista col contesto, per rendersi conto di quali siano i reali interessi di Crowley: più che sul ritratto d’epoca puntuale, sulle dinamiche dell’adattamento, sull’esplorazione di una homesickness la cui resa è relegata (sommariamente) ai primi minuti, è sulla descrizione senza tempo della più archetipica delle love story che il film da subito punta. In questo senso, Brooklyn guarda agli stilemi del melodramma classico, prendendo il tema dell’immigrazione solo come pretesto: in questa chiave si spiega lo sguardo edulcorato, punteggiato di uno humour a tratti insistito e poco contestualizzato (specie nella prima parte) sulle vicissitudini personali e lavorative incontrate dalla protagonista. In fondo, la sua vicenda non vuole farsi emblema della realtà dell’emigrazione, ma solo ricostruire una geografia dei sentimenti senza tempo, messa al servizio, sullo schermo, di una giovane donna che ne incarna logiche e contraddizioni.
Smaccatamente al servizio della sua protagonista, privo di sottigliezze psicologiche e poco preoccupato della misura narrativa, il film di Crowley denuncia man mano tutti i limiti della sua concezione. Brooklyn è film di pulsioni basilari quanto sommariamente descritte, poco contestualizzate, giustificate in funzione di un melò che (lungi dal lavorare nel tempo, e in profondità) nasce e muore nelle due ore di film. Un approccio che vede la Ronan trovare, forse, il suo ideale biglietto da visita per la Notte delle Stelle (le possibilità certo non le mancano) ma che sacrifica gusto, credibilità e autentica emozione sull’altare di un patetismo superficiale ed epidermico. Paradossalmente, c’è più verità nei pur sacrificati personaggi di contorno, a partire dai carismatici volti di Broadbent e July Walters, che in una doppia love story che si sviluppa su binari risaputi, e che mostra anche (nella sua seconda parte) qualche evidente trascuratezza. Il modo fiacco e superficiale in cui viene dipanato il racconto del ritorno a casa della protagonista, la prevedibilità degli sviluppi che ne conseguono, e il carattere risaputo della morale, sono limiti che vanno evidenziati anche nel recinto tematico (piuttosto ristretto) in cui il film si muove.
Brooklyn ha ricevuto un’approvazione convinta anche nella sua presentazione al festival torinese: segno che alcuni archetipi, portati sullo schermo, continuano a mostrare la loro forza indipendentemente dall’uso che se ne fa. Ma la “classicità” del film di Crowley, a nostro avviso, è quella di un cinema enfatico quanto finto, che mantiene dei suoi referenti solo la confezione, anziché ricercarne l’anima. Chi cerchi il vero melò, può rivolgersi (ancora una volta) a Todd Haynes, e nella fattispecie al suo Carol: simile ambientazione, altra storia, ben altra sostanza.
Info
Il trailer di Brooklyn.
- Genere: drammatico, melodramma
- Titolo originale: Brooklyn
- Paese/Anno: Canada, GB, Irlanda | 2015
- Regia: John Crowley
- Sceneggiatura: Nick Hornby
- Fotografia: Yves Bélanger
- Montaggio: Jake Roberts
- Interpreti: Barbara Drennan, Brid Brennan, Domhnall Gleeson, Eileen O'Higgins, Emily Bett Rickards, Emma Lowe, Emory Cohen, Eva Birthistle, Eve Macklin, Fiona Glascott, Gillian McCarthy, James Corscadden, Jane Brennan, Jessica Paré , Jim Broadbent, Julie Walters, Maeve McGrath, Mary O'Driscoll, Matt Glynn, Michael Zegen, Nora-Jane Noone, Peter Campion, Samantha Munro, Saoirse Ronan
- Colonna sonora: Michael Brook
- Produzione: ITEM 7, Parallel Film Productions, Wildgaze Films
- Distribuzione: 20th Century Fox
- Durata: 111'
- Data di uscita: 17/03/2016



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