La macchinazione

La macchinazione

di

Incerto tra l’essere reticente o didascalico, La macchinazione di David Grieco aziona la sua tesi complottista sulla morte di Pasolini, ma con flashback e soprattutto flashforward approda anche al cattivo gusto.

Ragazzi e motori

Nell’estate del 1975, Pier Paolo Pasolini è impegnato al montaggio di uno dei suoi film più discussi, “Salò o le 120 giornate di Sodoma”, e nella stesura del romanzo “Petrolio”, un atto di accusa contro il potere politico ed economico dell’epoca. Intanto, da mesi ha una relazione con Pino Pelosi, un giovane sottoproletario romano che ha legami con il mondo criminale della capitale. Una notte, alcuni amici di Pelosi rubano il negativo di “Salò” e chiedono un riscatto esorbitante. Il loro vero obiettivo non sono i soldi, ma uccidere Pasolini. [sinossi]

Capita a volte, durante la visione di un film, di imbattersi in dei turning point che non pertengono allo sviluppo narrativo vero e proprio del plot, ma rappresentano piuttosto dei coup de théâtre azionati ad hoc dal regista, che finiscono per assestare un duro colpo allo spettatore, deviandone improvvisamente l’opinione, rigorosamente ancora in fieri, su ciò che sta guardando. Li si potrebbe definire, giocando un po’ con il lessico e le categorie a disposizione “turning point del giudizio” perché con il loro potere destabilizzante, e a partire dall’istante della loro epifania, vanno a condizionare inevitabilmente sia quanto visto in precedenza che quanto ancora resta da vedere. E così per passare all’utilizzo di una “categoria” forse poco nobile ma molto in uso quest’oggi, per parlare di La macchinazione, nuovo lavoro di David Grieco (Evilenko) dedicato all’omicidio di Pasolini, non si può resistere alla tentazione di partire da uno “spoiler“. Il punto di non ritorno di questa rilettura degli ultimi giorni della vita di Pasolini è questo: da vera e unica figura di intellettuale-profeta qual era, Pasolini alla vigilia della morte visualizzò il futuro, che gli si manifestò sotto forma di un gruppo di persone in cammino con lo sguardo rivolto allo smartphone. Con cotali zombie erranti ad attenderlo nel domani, non c’è da stupirsi che Pasolini abbia preferito abbandonarsi all’abbraccio sempre più stringente della “commare secca”. Ecco fatto, ora è possibile parlare del resto del film.

Tratto dall’omonimo libro firmato dallo stesso Grieco, che conobbe e fu allievo di Pasolini, nonché tra i primi a sopraggiungere sul luogo del delitto, La macchinazione intraprende un percorso del tutto divergente rispetto alla rilettura recente della morte del grande poeta e regista nostrano offertaci da Abel Ferrara con il suo Pasolini. Se infatti il regista italo-americano rinunciava a indagare approfonditamente le dinamiche della morte del suo protagonista per tentare, con amorevole e visionaria utopia, di dare forma alle sue opere incompiute, David Grieco, di contro, preferisce concentrarsi su ciò cui esplicitamente allude il titolo del suo film: il complotto letale ordito dall’alto e messo in opera dal basso (da quel proletariato in procinto di sacrificare così, per sempre, la propria innocenza). Le dinamiche di poteri forti più o meno occulti costituiscono dunque il nucleo centrale de La macchinazione, qualcosa che accompagna dapprima sottotraccia, poi in maniera sempre più presente, la quotidianità di un uomo condannato dalle proprie passioni, intellettuali, politiche e carnali. Nonostante questo desiderio di dipanare le cause dell’atroce delitto sia indubbiamente qualcosa di profondamente necessario per l’autore (pensiamo anche solo al suo legame biografico con Pasolini), la maniera in cui le macchinazioni vengono rese sullo schermo non riesce a però a convincere, soprattutto perché resta per larga parte difficilmente decifrabile, così come il suo protagonista.

Interpretato con gradevole rassomiglianza, ma anche con una certa freddezza da Massimo Ranieri, il Pasolini secondo Grieco è soprattutto un alacre lavoratore e un playboy compulsivo. Trascorre le giornate dividendosi tra il montaggio del suo ultimo film, Salò o le 120 giornate di Sodoma, la stesura del suo romanzo poi rimasto incompiuto, Petrolio, le serate con i ragazzi rimorchiati nei pressi della stazione (in particolare con Pino Pelosi, l’unico poi ad aver scontato una condanna per l’omicidio), infine il rincasare presso l’anziana madre (Milena Vukotic). Ogni tanto, mentre è seduto alla macchina da scrivere le immagini si fanno improvvisamente in bianco e nero, per sottolineare forse la scabrosità della sua indagine sui poteri occulti che governano l’Eni e il paese intero, collegati a quel clima di stragismo di Stato che Pasolini districa agilmente connettendo le dinamiche dell’Italicus a quelle di Piazza Fontana, spingendosi poi perfino a prefigurare, con un didascalico tratto di penna sul foglio dattiloscritto, la strage alla stazione di Bologna di lì a venire.

Il complotto si manifesta dunque in una sorta di crescendo, ma senza troppe spiegazioni, con l’apparire fugace di eminenze grigie, ambiziosi gangster di periferia ripuliti per le grandi occasioni, intercettazioni, poliziotti e proletari corrotti i primi dal potere, i secondi dal benessere di un capitalismo che agita sempre più insistentemente i suoi desiderabili feticci consumistici.
Tutto sembra scorrere rapido, sulla carta, ma non è proprio così. Nonostante l’ordito accuratamente studiato, David Grieco non solo, come già accennato, scivola in trovate visive discutibili (il bianco e nero immotivato) quando non di cattivo gusto (il famigerato flashforward di cui sopra), ma resta anche costantemente sospeso tra didascalismo e reticenza. Tante sono le ellissi quanti gli “spiegoni” e in entrambi i casi manca all’autore il senso della misura. Una lunga scena con Pasolini al telefono serve a farci capire la direzione che vuole intraprendere con il suo romanzo; l’incontro con Giorgio Steimetz (Roberto Citran), autore di un libro su Eugenio Cefis, l’uomo a capo di Eni, Montedison e P2, non ci dice invece molto, a parte il fatto che i due vengono intercettati; il complotto in fin dei conti lo vediamo sì, ma resta a lungo poco comprensibile e non raggiunge mai, a causa delle sue reticenze, alcuna tensione. Immaginiamo dunque che quell’uomo anziano nel suo studio è forse Cefis, che il tramite con i proletari esecutori del delitto appartiene probabilmente alla Banda della Magliana, ma nulla di tutto ciò ci viene detto. Grieco presuppone probabilmente un pubblico già ben informato, dai mezzi di informazione, dai libri già scritti, dai film già fatti prima di questo, ma finisce per sembrare troppo allusivo e poco chiaro e per rendere il suo film vistosamente schizofrenico. La macchinazione non raggiunge infatti l’asciuttezza di un film inchiesta, né la tensione che si richiede a un thriller (cui pure il film sembra occhieggiare) e poi, nonostante la violenza esibita del delitto su cui chiosa, appesantito tra l’altro da futili flashback e flashforward, non riesce a suscitare alcun rigurgito di sdegno civile.
Lo stesso Massimo Ranieri pare per lo più una pedina prossima ad essere fagocitata del gioco dei poteri occulti, nonché una sorta di manichino esanime nelle mani di un regista le cui potenzialità autoriali via via, con lo scorrere del film, sembrano sempre più opache. Eppure una sequenza sembra andare a segno, portando allo scoperto una debolezza che forse accomuna davvero il regista-poeta-drammaturgo-romanziere all’attore e cantante melodico napoletano. Parliamo della pratica del tingersi i capelli, qui messa in atto grazie alle cure materne. Un momento di verità e di tenerezza, magari anche un po’ patetico, ma di certo sorprendente e azzeccato.

In fin dei conti, si ha l’impressione che Grieco con La macchinazione porti alla luce soprattutto la sua fatica e una certa stanchezza nell’affrontare una storia già tante volte narrata e da lui stesso ampiamente riletta e analizzata nel libro omonimo. Sembra quasi che l’autore voglia mettere in scena lo sforzo vano di una ricerca che non porterà all’obiettivo cui mira, dal momento che la verità, anche quando nota, non verrà mai pienamente riconosciuta dalle istituzioni preposte. Si respira dunque un senso di resa, che però non giova a un film difettoso da un punto di vista narrativo e maldestro quanto a scelte di messinscena.

Info
La scheda di La macchinazione sul sito di Microcinema.
Il blog ufficiale dedicato al film e al libro di David Grieco.
La pagina Facebook.
  • la-macchinazione-2016-david-grieco-01.jpg
  • la-macchinazione-2016-david-grieco-02.jpg
  • la-macchinazione-2016-david-grieco-03.jpg
  • la-macchinazione-2016-david-grieco-04.jpg
  • la-macchinazione-2016-david-grieco-05.jpg
  • la-macchinazione-2016-david-grieco-06.jpg

Articoli correlati

  • Interviste

    Intervista ad Abel Ferrara

    Il cinema di Abel Ferrara è radicale, sovversivo, spiazzante e lo ha dimostrato ancora una volta con i suoi due film più recenti, Welcome to New York e Pasolini, entrambi del 2014. Ora è al lavoro su un progetto su Padre Pio. Lo abbiamo incontrato a Roma, dove vive stabilmente da due anni.
  • Saggi

    I figli dell’idroscalo

    La morte di Claudio Caligari segna la fine forse definitiva di un modo di guardare Roma, affettuoso ma mai buonista, che ha attraversato il cinema italiano degli ultimi quarant'anni, tenuto sempre a debita distanza dal “sistema”.
  • Archivio

    Pasolini

    di Lontano da tentazioni biopic così come da elucubrazioni saggistiche, Abel Ferrara con Pasolini dà forma all'incompiuto e ristabilisce il predominio dell'opera sul suo autore.
  • In sala

    Ustica

    di La strage di Ustica con l'inabissamento del DC-9 Itavia raccontata da Renzo Martinelli, con poco senso della Storia e una ricerca spasmodica dello scoop.
  • Festival

    Bif&st 2016

    Otto giorni di anteprime internazionali, esordi italiani, mostre, convegni e omaggi, tra cui quelli a Ettore Scola, Marcello Mastroianni e Cecilia Mangini: è di scena a Bari dal 2 al 9 aprile il Bif&st 2016.
  • DVD

    Il fiore delle mille e una notte RecensioneIl fiore delle mille e una notte

    di In un’epoca in cui il cinema e soprattutto il quotidiano abbondano di soggetti smarriti è sempre salutare, se non salvifico, riscoprire pellicole come Il fiore delle mille e una notte. Ci piace pensare al penultimo film di Pasolini come a un’opera che ha continuato a essere fortemente "inattuale"...
  • Buone feste!

    Salò o le 120 giornate di Sodoma recensioneSalò o le 120 giornate di Sodoma

    di Ripresa e allo stesso tempo negazione di Sade, Salò o le 120 giornate di Sodoma è forse l'opera fondamentale dell'intera storia del cinema italiano. Anche per questo vilipesa, censurata, distrutta, combattuta, ieri come oggi. Un atto di lacerazione dello sguardo come nulla prima e dopo.
  • #tuttiacasa

    uccellacci e uccellini recensioneUccellacci e uccellini

    di A un paio di anni di distanza da Il vangelo secondo Matteo, Uccellacci e uccellini potrebbe essere definito come "una parabola del sottoproletariato" nel modo in cui emblematizza la distanza tra le classi e il rapporto tra intellettuale e popolo. I geniali titoli di testa sono cantati da Domenico Modugno.

COMMENTI FACEBOOK

Commenti

Lascia un commento