Il mistero Paolo Heusch

Il mistero Paolo Heusch

Paolo Heusch, dimenticato regista italiano morto oltre trenta anni fa, torna con le sue opere al romano Cinema Trevi. Un atto doveroso verso ogni artista.

Lo scriveva Alessandro Aniballi dopo la proiezione triestina, a I Mille Occhi, del sublime Avanzi di galera di Vittorio Cottafavi: “Per chi voglia ben cercare, il cinema italiano del passato regala una miniera inesauribile di meraviglie”. A questo scopo si articola l’ampio lavoro delle cineteche italiane, in collaborazione con i festival dislocati sul territorio nazionale: un’operazione capillare – per quanto spesso di ardua realizzazione – che ha permesso nel corso degli ultimi anni di riscoprire opere come Pagine chiuse di Gianni Da Campo, L’occhio selvaggio di Paolo Cavara, Scano Boa di Renato Dall’Ara, Odissea nuda di Franco Rossi. Solo per fare esempi di film e registi dimenticati, lasciati in seconda linea, abbandonati al proprio destino. La cinefilia italiana, dopotutto, di crimini di questo tipo ne ha perpetrato un numero non indifferente, andando a rivalutare l’epoca d’oro dell’exploitation solo quando i suoi massimi cantori – Mario Bava, Antonio Margheriti, Lucio Fulci – erano morti o completamente fuori dal sistema, donando la giusta visibilità critica a un eroe del mélo come Raffaello Matarazzo solo un decennio dopo la sua morte, e allo stesso modo smarrendo per strada i Cottafavi, Freda, Baldi, Brusati, Tretti e via discorrendo.
All’interno di questo percorso, ci si muove spesso seguendo le direttrici del genere di appartenenza, e da lì allargandosi a macchia d’olio, partendo dal centro e arrivando a toccare le periferie. Così l’appassionato cultore de La maschera del demonio prima o poi lambirà l’orlo della veste di Metempsyco di Antonio Boccacci e Il boia scarlatto di Massimo Pupillo; colui che si è formato sulla tetralogia «Gamma Uno» di Margheriti non tarderà ad approdare a 2 + 5 Operazione Hydra di Pietro Francisci, Il tunnel sotto il mondo di Luigi Cozzi e Ecce Homo – I sopravvissuti di Bruno Gaburro. Quale che sia il campo cinematografico al quale si preferisce aderire, però, è difficile non imbattersi nel nome di Paolo Heusch. Un nome ancora oggi, nel 2016, completamente dimenticato.

Già, Paolo Heusch. Fino a poco tempo fa online era riportata solo la data di nascita, a Roma nel febbraio del 1924. Avrebbe dunque 92 anni, Heusch, ma il condizionale è d’obbligo: nonostante sia difficile trovarne notizia, il regista morì infatti nel 1982, a soli cinquantotto anni. È stata Roma, direbbe un personaggio di Suburra di Stefano Sollima; un’affermazione non troppo lontana dalla realtà, se si considera Roma come epicentro dell’industria cinematografica italiana, o supposta tale. Per trentaquattro anni la morte di Paolo Heusch è rimasta un segreto, o meglio è stata completamente snobbata dalla critica e dagli addetti ai lavori. Del pubblico, Heusch, aveva perso le tracce da troppo tempo. Dopotutto anche in vita i riconoscimenti erano stati pochi, e altrettanto parchi.
La sua filmografia da regista, così pronta a saltare da film catastrofici ante-litteram (La morte viene dallo spazio, che anticipa di qualche decennio le paure e le angosce di chi temeva che dalle oscurità siderali non arrivassero crudeli alieni ma ben meno pensanti e più letali detriti rocciosi) a nuovi realismi (Una vita violenta, tratto dalle pagine di Pier Paolo Pasolini e tradotto per lo schermo in collaborazione con Brunello Rondi, che solo un anno più tardi avrebbe firmato il suo capolavoro, Il demonio), da truci horror (Lycanthropus, strano caso di licantropia nel cinema italiano ed europeo) a sapide commedie con protagonista Totò (Il comandante, ma anche il casus belli Che fine ha fatto Totò Baby?), per finire con l’avventura un po’ sbilenca di Un colpo da mille miliardi e l’instant-movie El “Che” Guevara – portato a termine con l’uccisione del rivoluzionario marxista avvenuta da pochissimi mesi – non presta il fianco alla comodità del pensiero critico. Non c’è nessun filo rosso a legare le opere, almeno all’apparenza, non ci si può affidare alla facile coperta del “genere”, solitamente usata per coprire le mancanze di un vero apparato di lettura (in tal senso si prenda il caso paradigmatico di Giulio Questi; ma la lista sarebbe lunga), l’ispirazione stessa del regista sembra altalenante.
Chi fu, in ultima analisi, Paolo Heusch, e perché il suo nome è rimasto chiuso nei cassetti della memoria, trattato con una noncuranza che non meritava? Certo, Una vita violenta arriva sull’onda lunga di Accattone, l’esordio alla regia di Pasolini che aveva dirottato sul cinema tutte le scorie belluine del perbenismo fascista, ma è in grado di immortalare il tumulto di un dopoguerra trasformatosi in boom economico e gravido di tensioni, di esuberanze, di slanci di vita (sotto)proletaria destinati a rimanere tali. Per di più Heusch aveva già anticipato il tema dello sguardo sulla Roma più povera e slabbrata nel completamente dimenticato, e a tratti ispirato, Un uomo facile, del 1959. Allo stesso modo appare impossibile che non si sia colto, all’epoca e anche in tempi più recenti, lo spaccato sociale e umano che traspare da Il comandante, con ogni probabilità l’opera che più di tutte – anche del trasognato e cinico Pasolini di Uccellacci e uccellini e Che cosa sono le nuvole?, e del disilluso Roberto Rossellini di Dov’è la libertà? – è stata in grado di trasformare la scucchia/ghigno di Totò da personaggio-marionetta a maschera tragica sul cui volto si può leggere l’intera distruzione di un paese, passo dopo passo.

Solo Pasolini, che però lo “mise in scena” in maniera più classica, fu capace di comprendere il senso delle rughe sul viso di Totò, e di abiurare a una replica stanca di uno spettacolo di varietà condotto film dopo film con inventiva altalenante. Heusch avrebbe potuto forse reinventare davvero Antonio de Curtis negli ultimi anni della sua vita, quando oramai era completamente cieco; se non fu così, è per “colpa” di Che fine ha fatto Totò Baby?, e della polemica (silente, visto che è difficile trovarne prova a distanza di cinquant’anni) che infuriò, portando al licenziamento del regista e all’attribuzione indebita del film allo sceneggiatore Ottavio Alessi.
Per quel che concerne i problemi di lavorazione de Il comandante, destinato poi a un clamoroso insuccesso nelle sale, si possono rintracciare anche dichiarazioni dello stesso Heusch: «La lavorazione era difficoltosa perchè non ci vedeva, anche se suppliva con la sua tecnica straordinaria, mi diceva: “Guidami per un braccio e fammi vedere il percorso che devo fare e dove mi devo fermare, sta’ tranquillo che a quel punto mi fermo”. Non ci vedeva a doppiarsi, allora bisognava fare tutto in presa diretta e a quell’epoca ancora non c’era stata la televisione, che ha obbligato molti a fare la presa diretta; non c’erano nemmeno tecnici capaci, microfoni adeguati».
Sui motivi che spinsero la produzione di Che fine ha fatto Totò Baby?, pare su inamovibile presa di posizione del protagonista del film, a licenziare Heusch si potrebbe aprire un capitolo a parte, visto che si tratta di uno dei grandi misteri del cinema italiano. Un grande mistero a cui nessuno, paradossalmente, sembra essersi mai troppo interessato. Heusch non era certo un regista di commedie – al momento di approdare su questo set aveva diretto un film di fantascienza, un horror, due ritratti di vita suburbana e Il comandante –, ma aveva lavorato come assistente per Franciolini e Comencini, anche con lo stesso Totò (L’imperatore di Capri, per esempio); il suo nome, per quanto ancora oscuro ai più, iniziava a circolare per le stanze di Cinecittà. Senza farla troppo lunga, anche perché i documenti a disposizione permettono solo illazioni, per quanto probabilmente credibili, si scoprì che Heusch aveva relazioni omosessuali. Nel reazionario seppur libertino mondo del cinema questo equivalse a uccidere socialmente il regista romano. Il resto della sua carriera si articola attorno a un pugno di film, con scarsi mezzi a disposizione e progetti ambiziosi quanto improvvisati, come la Bolivia tomba del Che ricostruita – si fa per dire – in Sardegna.
Quale che sia la verità attorno all’epurazione di Heusch (perché di questo, ed è indiscutibile, si trattò), quel che è certo è che quasi tutto Che fine ha fatto Totò Baby? è da ascrivere alla sua filmografia, anche se la firma reca ancora il nome di Alessi, responsabile dietro la macchina da presa solo di Top Sensation, scult erotico che nel 1968 contribuì a lanciare nell’empireo dell’immaginario maschile le forme di Edwige Fenech, oltre ad avere per protagonista Madeleine Sacquard alias Maud de Belleroche, l’autrice de L’Ordinatrice. Altro oggetto degno di un culto a parte e destinato a rimanere con ogni probabilità incompreso, Che fine ha fatto Totò Baby? trascina il grande comico napoletano dalle parti della comicità nera e ferale dei Fratelli Marx, tracimando oltre i bordi del sadico e contribuendo a ridefinire una volta di più Totò, la sua figura, e il senso stesso della sua presenza davanti alla macchina da presa. Regista dotato di uno sguardo mai banale sul reale, e desideroso di spingere sempre un passo oltre la propria curiosità artistica (e questo lo si percepisce soprattutto nelle opere meno riuscite, come Una raffica di piombo, dall’ambientazione esotica grazie alla coproduzione italo-egiziana, o il già citato Un colpo da mille miliardi), Heusch si aggrappò alle poche possibilità di lavoro che gli vennero concesse, per poi essere completamente dimenticato, e abbandonato al suo destino.
Neanche la morte, ultima tetra speranza di rivalutazione per molti suoi colleghi – la rilettura postuma è uno degli esercizi critici più in voga – è venuta in suo soccorso. Anzi, la notizia della sua morte rimase ignota, la stampa se ne disinteressò completamente. A distanza di più di trenta anni dalla fine della vita di Heusch (e a cinquanta da quella della sua carriera artistica), è doveroso permettere al pubblico di riscoprire i suoi film. Non per potersi fregiare della riesumazione di un nuovo “maestro” del cinema sul cui tumulo versare ignobili lacrime di coccodrillo, ma perché la storia del cinema – e dell’umanità – non può essere appannaggio solo dei numi tutelari, delle figure inscalfibili. Paolo Heusch fu un regista alla ricerca di una sua via personale attraverso i percorsi spesso tortuosi dell’industria; dimostrò intelligenza e sensibilità artistica, e venne abbattuto quando stava con ogni probabilità raggiungendo l’apice del proprio percorso creativo. Nell’ottobre del 2016, organizzando una sua retrospettiva (non completa) al Cinema Trevi, sala della Cineteca Nazionale, non si sta compiendo un miracolo, né si pensa di riscrivere la storia del cinema, fosse anche solo italiano. Si sta solo portando a termine ciò che è giusto e doveroso verso ogni regista, la possibilità che le sue opere arrivino ancora al pubblico, e questo possa goderne. Nulla di più.

Info
Lycanthropus, primo horror con lupi mannari del cinema italiano diretto da Paolo Heusch.
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