Passengers

Passengers

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Tra capsule ibernanti e sogni di nuove frontiere interstellari, Passengers di Morten Tyldum allude alla fantascienza, ma in realtà è una grande storia d’amore nello spazio, sospesa tra il romantico e il demenziale.

Noi, provinciali dell’Orsa minore

Durante un viaggio verso una nuova casa, due passeggeri vengono svegliati 90 anni prima del previsto per un guasto della nave spaziale. Jim e Aurora si ritrovano con la prospettiva di passare il resto della loro vita a bordo, pur con tutti i comfort possibili, e si innamorano… ma scoprono che l’astronave è in grave pericolo. La vita di 5000 passeggeri addormentati dipende solo da loro… [sinossi]

Lo Spazio, l’ultima, possibile frontiera. Si respirano sentori di avventure fondative e utopie kennediane in Passengers di Morten Tyldum (The Imitation Game), film di fantascienza che riserva qualche momento di inquietudine interstellare, barlumi di dubbi etici, echi di un sogno pionieristico tutto americano. La miscela è dunque allettante e il cast altrettanto (con in testa il Chris Pratt de I guardiani della Galassia e la Jennifer Lawrence della multimilionaria saga di Hunger Games) per questa fantasticheria spaziale che mira a raccogliere, senza troppo rielaborarli, i topoi classici del cinema sci-fi, facendoli convergere però in una love story molto romantica e un po’ crudele.
Anzi, a pensarci bene, questa vicenda, al di là della sua impeccabile e a tratti sontuosa confezione, malcela una certa tensione al pecoreccio tipica delle nostrana commedia scollacciata, solo che di erotismo, come è d’uopo in questi tempi castigati, qui se ne percepisce ben poco. Ad esaminarne la mera trama bisogna infatti ammettere che Passengers è una sorta di versione edulcorata e ben fatta di una storia basica, quasi da cinepanettone italico, una sorta di “Natale in crociera nello spazio” (l’uscita nel periodo delle feste ci esorta al paragone), con un lui e una lei sospesi tra pulsioni sessuali da espletare, bugie e relative rivelazioni, e un corredo di litigi e battibecchi.

Il lui della situazione, Jim Preston (Pratt), è il classico homo faber: un virtuoso della meccanica in grado di aggiustare ogni cosa. Insieme ad altri 4999 passeggeri di una nave spaziale è in viaggio verso un nuovo mondo: un pianeta ancora intonso, tutto da colonizzare. Ma, mentre giace ibernato nella sua capsula, l’impatto con un meteorite e la conseguente avaria di qualche circuito, lo obbligano a un risveglio precoce: mancano infatti ben 90 anni all’arrivo. Sulla lussuosa nave da crociera ci sono divertimenti di ogni sorta, ma il nostro “meccanico” si annoia parecchio e così, passeggiando tra le capsule dei suoi compagni di viaggio, seleziona una bella e giovane bionda, Aurora Lane (la Lawrence), e la scongela. Finalmente, dopo un anno e mezzo di astinenza (e una quindicina di letargo) ha la tanto auspicata compagnia scalda-letto. Naturalmente ad un certo punto la verità sul risveglio anticipato della povera Aurora, che ha la sola, predetta colpa di essere giovane e bella, verrà alla luce, e la ragazza non la prenderà molto bene. Quei 90 anni che la separano dalla destinazione, suonano come una condanna.

Ma “guerra dei sessi” a parte, in fondo, Passengers vuole soprattutto dirci che bisogna godersi il viaggio, senza troppo pensare alla meta. E infatti il film non parte mai. Non c’è tensione, niente alieni minacciosi, né cattivi da arginare, giusto verso il finale ritorna il tema iniziale dell’avaria, e il meccanico dovrà sfoderare la sua arte, perché ogni Nuovo Mondo, seppur in transito, ha bisogno del suo eroe. Nel mezzo, tra un’avaria e l’altra, in Passengers c’è solo una love story, inutile aspettarsi altro. Probabilmente poi, l’intero film può essere letto come una metafora del matrimonio, dove l’idea di trovarsi incastrati in un menage piuttosto ripetitivo e l’assenza di prospettive per il futuro, sembrano ricercare una discendenza con certi melodrammi degli anni ’50 del secolo scorso: un’idea alquanto anacronistica per il futuro, magari anche non troppo lontano, in cui questa storia è ambientata.

Per il resto, il film di Morten Tyldum si prodiga nella pesca a strascico all’interno del genere fantascientifico, cala la sua rete e raccoglie un po’ da Alien con il personaggio dell’androide (Michael Sheen), un po’ da Gravity con le passeggiate nello spazio profondo, mentre l’occhio rosso di un computer di bordo ci riporta alla mente il diabolico Hal 9000 di 2001: Odissea nello spazio, e sempre al capolavoro kubrickiano sono ispirati quei corridoi curvilinei percorsi dallo jogging anti-stress della nostra atletica protagonista femminile. Poi, a sorpresa, torna alla mente anche Supernova, dimenticato film di fantascienza diretto nel 2000 da Walter Hill e disconosciuto dall’autore per via dei tagli imposti dalla produzione (lo firmò infatti con lo pseudonimo di Thomas Lee). Anche lì c’era un equipaggio in viaggio, ma molta più azione e tensione, anche erotica, d’altronde Angela Bassett e James Spader facevano della loro capsula un utilizzo assai più interessante, senza litigare per chi dei due dovesse occuparla.

Restano comunque apprezzabili in Passengers le già citate allusioni al mito della frontiera, anche se quel sogno di una capanna nei boschi nel Nuovo Mondo, trasmesso dallo sguardo poco accorto di Morten Tyldum, scivola in una patetica naïveté priva di un eventuale sostegno demistificatorio: assenti sono infatti sia l’ironia che l’autoironia, tanto valeva celebrare la retorica imperitura del pioniere made in USA. E quanto a quest’ultima questione, qualcosa di interessante il film riesce a enuclearlo, alludendo a una società classista anche nelle dinamiche del viaggio (siamo qui dalle parti di Titanic), dal momento che il meccanico per la prima colazione ha diritto al massimo a un caffè lungo con i cereali, mentre la scrittrice (questa la professione di Aurora) borghese ha un vassoio deluxe con mokaccino schiumoso e dolcetti, oltre a un risibile e futile guardaroba di gran classe. Gli ologrammi e le voci registrate che offrono indicazioni ai nostri due passeggeri suonano poi come quelle risposte meccaniche offerteci oggi giorno dai call center preposti all’assistenza clienti, una realtà che all’umana logica sostituisce l’algoritmo, le sue (scarne) variazioni possibili, la sua infinita riproducibilità digitale. E allora, dopotutto, meno male che su questa nave c’è l’homo faber della provincia americana profonda, l’ultimo esemplare di un capitalismo buono e perduto, in cui la logica si sposa ancora col senso pratico e le cose rotte si possono aggiustare.

Non sono poche dunque in Passengers le buone intuizioni, ma è assai scarsa la volontà di Tyldum di elaborarle e metterle insieme. Troppo presto l’autore mette ai margini la fantascienza e i suoi strumenti, per concentrarsi su una storia d’amore asfittica e senza molti sviluppi possibili. È un vero peccato, l’armamentario c’è tutto, ma sfortunatamente c’è più di una falla in questa nave.

Info
Il trailer di Passengers su YouTube.
La scheda del film sul sito della Warner Bros.
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