Falchi

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In Falchi, suo terzo lungometraggio di finzione, Toni D’Angelo vira verso il poliziesco, con un occhio a Fernando Di Leo e un altro al cinema hongkonghese. Ambizioni che però restano irrisolte per via di diversi scivoloni, soprattutto narrativi.

A Better Tomorrow

Peppe e Francesco sono due poliziotti della sezione speciale della squadra mobile di Napoli. In sella alla loro moto, portano la legge tra i vicoli più malfamati della città, usando spesso metodi poco convenzionali. La loro vita viene però sconvolta da una tragedia personale e professionale. [sinossi]

A quasi cinque anni di distanza da L’innocenza di Clara, gelido thriller di provincia che scontava un’impostazione fiacca da esercizio di stile, Toni D’Angelo torna nella sua Napoli con Falchi, già set del suo buon esordio, Una notte. E stavolta il discorso sembra farsi molto interessante: il regista mette infatti in scena un thriller con protagonisti Fortunato Cerlino e Michele Riondino nei panni dei ‘falchi’, poliziotti disillusi e violenti, sempre sul punto di abbracciare definitivamente il lato oscuro delle rispettive esistenze.

E, da subito, in Falchi sembra evidente il richiamo sia al poliziottesco di Fernando Di Leo, che viene citato esplicitamente nella scena in cui due camorristi guardano in tv il suo capolavoro, Milano calibro 9, sia al cinema hongkonghese. Quest’ultimo si affaccia nel film di Toni D’Angelo non solo per la meccanica di un simile gioco d’ambiguità tra Bene e Male, in cui l’uno si sovrappone all’altro e sovente lo sostituisce, e non solo per la descrizione di una città ‘malata’ nel midollo (lì Hong Kong, qui Napoli; spesso tra l’altro inquadrata dall’alto, proprio per insistere sulla criminalità che brulica e la affligge), quanto anche per la deriva narrativa che prende tutta l’ultima parte del film. E che però rischia di ribaltare l’omaggio nel suo contrario. Il subplot con Riondino che vuole salvare una ragazza cinese dal suo ‘padrone’, infatti, più che issare il film tra la schiera di titoli come Infernal Affairs, fa precipitare Falchi in un mood che è già un fastidioso stereotipo del nostro cinema recente, quello dell’italiano ‘brava gente’ che redime se stesso liberando dalla schiavitù lo straniero mandarino (di solito di sesso femminile). I film in proposito sono già troppi, e di livello diseguale: Io sono Li, Gorbaciof, Spaghetti Story. Si tratta di una tendenza curiosa e anche molto irrealistica, visto che ci pare che i cinesi non abbiano bisogno di essere salvati, piuttosto siamo noi a dover sperare di essere salvati da loro, soprattutto dal punto di vista economico.

Quel che di buono prova comunque a fare Toni D’Angelo in Falchi – pur non riuscendo a portare del tutto a compimento le sue ambizioni – è dunque il tentativo di proporre un film puramente di genere. Il film del regista napoletano si pone dunque sulla scia di altri titoli italiani recenti, da Veloce come il vento a Smetto quando voglio, passando soprattutto per Lo chiamavano Jeeg Robot, attraverso i quali si sta tentando di rimettere finalmente in questione i codici del cinema di genere, aprendosi una via alternativa tra la commedia vecchio stampo e il cinema d’autore (o pseudo-tale).
Come, e forse di più degli esempi citati, però Falchi mostra di non riuscire a maneggiare con sicurezza i meccanismi di riferimento, del thriller come del poliziesco. I due protagonisti sono sì descritti in modo efficace, ma non altrettanto riuscita pare ad esempio la sovrastruttura simbolica che li fa identificare a due ‘cani rognosi’ (il monologo iniziale sui Rottweiler sa decisamente troppo di spiegone, così come il finale appare troppo geometricamente forzato). Il duo poi incamera in effetti un verosimile afflato di disperazione, ma una volta che questo è stato impostato non serve ripeterlo stancamente senza provare a cercare un minimo di variazioni (il leitmotiv di Riondino che si fa di crack viene messo in scena davvero troppe volte); e allo stesso modo la tragedia che ha visto coinvolti i due appare sin troppo consequenziale rispetto alla strada che poi si sceglie per espiarla. La violenza e la secchezza visiva, d’altronde, sono sì convincenti (in particolare nella scena con Pippo Delbono e in quella con Riondino alla fermata del treno), ma non trovano un adeguato contraltare nel percorso di pseudo-redenzione dei ‘falchi’: vale a dire che se si sceglie di abbinare violenza e sentimentalismo, disperazione e melodramma, bisogna esagerare su entrambi i fronti (come insegna John Woo), e invece D’Angelo resta sempre troppo trattenuto. A tutto questo va aggiunto, infine, un grosso problema narrativo: a metà del film il racconto si blocca e resta sospeso in scenette di alleggerimento, mettendoci troppo a ritrovare la bussola in vista del finale.

Ciò detto ci si augura che comunque Falchi venga premiato da quella visibilità necessaria e indispensabile per far sì che altri registi (oltre, si spera, allo stesso Toni D’Angelo), altri produttori, altri distributori, decidano di puntare nuovamente sul cinema di genere, di cui si ha sempre un gran bisogno, quantomeno per variare l’offerta del nostro sistema cinematografico.

p.s. Nino D’Angelo, padre del regista e autore della colonna sonora di Falchi, fa una brevissima (e quasi nascosta) apparizione nei panni di un tassista, lo stesso ruolo che aveva svolto – in modo molto più corposo – nel già citato lungometraggio d’esordio di Toni, Una notte.

Info
Il sito ufficiale di Falchi.
Il trailer di Falchi su Youtube.
La pagina Facebook di Falchi.
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