Gold – La grande truffa

Gold – La grande truffa

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Racconto americano che descrive un impero di cartapesta, costruito su una bugia da subito (in)visibile, Gold – La grande truffa sacrifica molto, in termini di equilibrio narrativo, all’umorale e ingombrante prova di Matthew McConaughey.

The Wolf of Indonesia

Kenny Wells, uomo d’affari in crisi, si mette in società col geologo Michael Acosta, che da tempo sostiene la tesi dell’esistenza di oro nelle incontaminate foreste del Borneo. Dopo i primi infruttuosi scavi nella giungla indonesiana, la contrazione da parte di Kenny di una forma di malaria che lo porta vicino alla morte, e il quasi fallimento dell’impresa, le ricerche portano infine alla scoperta di quella che sembra un’enorme miniera d’oro. Nel giro di poco tempo, Kenny e Acosta diventano celebrità internazionali, a capo di un vero e proprio impero. [sinossi]

Di storie americane di ascesa e caduta, strutturate secondo la più classica parabola del racconto noir, negli ultimi anni ne abbiamo viste sullo schermo più d’una. Il lancio italiano di questo Gold – La grande truffa, liberamente ispirato a un vero scandalo minerario risalente al 1993, accosta il film di Stephen Gaghan allo scorsesiano The Wolf of Wall Street: al di là dell’ingombranza di un paragone che sarebbe problematico per chiunque, a noi vengono in mente, quali possibili accostamenti per il film di Gaghan, anche titoli quali American Hustle – L’apparenza inganna di David O. Russell e il recente The Founder di John Lee Hancock. La fascinazione per le imprese che si traducono in imperi spesso rivalatisi di cartapesta, la natura intrinsecamente morale di questi racconti, il loro essere legati a doppio filo al DNA costitutivo della nazione americana (e ai suoi valori) continuano a esercitare la loro attrattiva su Hollywood con la forza di un archetipo. Difficile, tuttavia, ovviare a una tendenza alla reiterazione di atmosfere e topoi, a una certa usura e standardizzazione del materiale di partenza, aggirabile solo laddove si abbia la personalità dello Scorsese del titolo appena citato; o (per citare un altro esempio insuperato) del Paul Thomas Anderson de Il petroliere.

Proprio col rischio del manierismo, e con un approccio alla materia che non ha certo dalla sua una forte impronta autoriale, si confronta costantemente il film di Gaghan: cineasta che, va detto, nasce come sceneggiatore, ed era rimasto lontano dal grande schermo dai tempi dell’apprezzabile Syriana (2005). Curiosamente nato da un soggetto da altri concepito (lo script fu inserito nella “black list” hollywoodiana – l’elenco dei migliori script non realizzati – nel 2009), Gold sembra adattare ogni suo passo alla debordante e umorale prova di un Matthew McConaughey che dà qui un ulteriore saggio della sua versatilità. L’attore, imbolsito per l’occasione, prende su di sé il peso dell’intero film, e non sembra preoccuparsi dei rischi di un eccessivo istrionismo, di un approccio costantemente sopra alle righe al personaggio, con tutti i rischi di sconfinamento nella caricatura. Non bada della misura, McConaughey, ma butta al contrario nel film tutta la sua tendenza alla resa iperrealistica del personaggio e al registro costantemente surriscaldato: un po’ perché questa è da sempre la sua personalità di interprete, un po’ perché il grottesco che emerge dalla sua prova (presente, in modi diversi, in ogni sua fase) è alla base della vicenda raccontata. Difficile leggere altrimenti la parabola (dal fondo amaro quanto morale) dello sgretolamento di un impero nato da una bugia fin dall’inizio visibile a tutti.

Meno scolastico e didascalico del già citato The Founder (altro lavoro in cui ogni istanza veniva subordinata a una sorta di “vetrina” per il suo protagonista), più attento allo sviluppo della narrazione e al suo contesto (qui gli anni ‘80, con lo yuppismo diffuso), Gold soffre tuttavia di un anonimato registico che, specie laddove ogni sequenza vibra della personalità del suo interprete, fa sentire oltremodo il suo peso. Sembra sia proprio McConaughey, più che il regista, a dirigere davvero il film e a dettare i suoi tempi; se si eccettua qualche estemporaneo espediente visivo (in una sequenza fa capolino lo split screen), Gaghan sembra farsi da parte, rinunciando a caratterizzare in modo forte la vicenda dal punto di vista della mise en scène. Non dovrebbe probabilmente stupire la difficoltà evidente del regista, abituato a lavorare su soggetti suoi, nel mettere in scena una vicenda altrove concepita e sviluppata: ciò si traduce qui, in particolare, nella difficoltosa gestione del dualismo e della costante contrapposizione di simboli (la giungla metropolitana dove si agitano gli squali della finanza, contrapposta a quella reale del territorio indonesiano, dove può esprimersi lo spirito pionieristico e avventuriero del protagonista) che informa di sé tutta la storia. Proprio per il modo in cui la sceneggiatura punta forte su questa dialettica, con l’esaltazione, nella figura del protagonista, di una visionarietà disposta a “sporcarsi le mani”, stupisce un po’ la contrazione e lo scarso rilievo (anche meramente temporale) della frazione del film ambientata in Indonesia.

Costruito e assemblato in modo solido, ma anche risaputo e meccanico sul piano dell’evoluzione del racconto, il film di Gaghan sceglie di puntare tutto sulla sovrapposizione tra la parabola umana e imprenditoriale del protagonista, mettendo tra parentesi tanto la componente sentimentale (velleitario e accessorio il subplot della love story col personaggio di Bryce Dallas Howard) quanto (e questo è un limite più grave) quella del rapporto col socio e coprotagonista interpretato da Édgar Ramírez. Proprio il personaggio di quest’ultimo finisce per essere sacrificato tanto dall’ingombrante personalità di interprete di McConaughey, quanto da uno script che non illumina con altrettanta pregnanza il suo doppio volto di complice e truffatore, lasciandone in ombra le implicazioni, e rendendo debole e poco efficace l’evoluzione del racconto nell’ultima parte. La stessa conclusione, in cui la figura del personaggio passa per la prima volta in primo piano, finisce per non esercitare sullo spettatore l’impatto desiderato, visto il modo ondivago e poco convinto con cui lo script ne ha gestito l’evoluzione. Ulteriore limite, quest’ultimo, di un’opera a tratti sbilanciata, ma soprattutto poco convinta nella resa dell’humus culturale di cui la storia è imbevuta, e che tanto l’ha resa appetibile per il grande schermo.

Info
Il trailer di Gold – La grande truffa su Youtube.
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