Atomica bionda

Atomica bionda

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Tra neon fluorescenti e spie a Berlino, voltafaccia e botte da orbi, Atomica Bionda di David Leitch fa della narrazione un mero accessorio, mentre celebra gli anni ’80 e la sua protagonista, un’atletica Charlize Theron.

Che botte se incontri Charlize

L’Agente Lorraine Broughton, un mix “atomico” di spionaggio, sensualità e ferocia, è pronta a tutto pur di salvare la pelle in una missione impossibile. Inviata da sola a Berlino, sul finire della guerra fredda, per recuperare un prezioso dossier in una città destabilizzata, si allea con l’ufficiale governativo David Percival per districarsi nel più letale gioco di spie. [sinossi]

A volte gli accessori sono tutto, meglio ancora se un po’ vintage. Ne fa ampio abuso Atomica bionda di David Leitch, action spionistico sospeso tra la celebrazione della sua diva (Charlize Theron) e quella di una galleria di feticci anni ’80, compresa, naturalmente, una playlist pop-new wave sempre pronta a occultare le sue carenze narrative.
Tratto dalla graphic novel The Coldest City di Kurt Johnstad e Sam Hart nonché esordio alla regia per lo stunt man David Leitch (già al lavoro sulla sua opera seconda, il sequel di Deadpool), Atomica bionda è un frullato scomposto e sbilenco di musica e immagini, che rimpiange i bei tempi andati dei videoclip non-stop su MTV. Tutto mirato a esaltare le doti atletiche e il fascino indiscusso di Charlize Theron, questo giocoso pastiche estivo non si preoccupa troppo di imbastire una trama coerente né di fornire il giusto carburante drammatico ai suoi personaggi, preferendo inanellare sequenze dal valore sempre equipollente che talvolta si chiudono con un voltafaccia, talaltra alzando il volume della musica.

Il mcguffin predisposto per scatenare l’azione è presto detto: Lorraine Broughton (Theron), agente segreto dell’MI6, viene spedita a Berlino alla vigilia della caduta del muro. La fine della Guerra Fredda metterà infatti a rischio la vita di un nutrito gruppo di spie e una lista, ora nelle mani dell’agente della Stasi noto come Spyglass (Eddie Marsan), rischia di rendere il tiro al bersaglio fin troppo facile. A Berlino poi, Lorraine dovrebbe avere il supporto del collega David Percival (James McAvoy), ma i suoi colli di pelliccia e il suo ghigno perenne fanno sospettare ben presto un doppiogiochismo che inspiegabilmente però tarda a manifestarsi. Per fortuna c’è anche un po’ d’amore in questa storia, ed è torbido e saffico, illuminato da neon fluorescenti e accompagnato da una playlist anni ’80 distrattamente ruffiana, che pur di non sbagliare un colpo mette sul piatto proprio tutto quello che l’ambientazione storica richiede, 99 Luftballons di Nena compresa.
Qualche barlume di personalità Atomica bionda riesce comunque a elargirlo, tra citazioni colte (Stalker di Tarkovsky, Il principe di Machiavelli) e una lunga sequenza action con notevoli corpo a corpo tra la nostra eroina e una serie di avversari apparentemente indistruttibili. Ma si tratta di epifanie momentanee e tutto sommato tardive, soffocate da un plot sgangherato i cui numerosi twist cessano presto di destare un reale interesse.

Inutile girarci intorno, quello firmato da Leitch è un film feticista, che da un lato si dedica alla perpetua venerazione dell’atomica Charlize Theron, esaltata dai suoi numerosi cambi d’abito e calzature, dall’altra si adopra a una pervicace rievocazione, altrettanto celebrativa, dell’action movie di fine anni ’80, che però appare qui riesumato tramite un costante tentativo di rianimazione, utile solo a confermare che la sua ragion d’essere, non tornerà più. Siamo distanti infatti da originali d’epoca come Danko di Walter Hill (1988) o Senza via di scampo di Roger Donaldson (1987), la Guerra fredda oggi non fa più paura, piuttosto è oggetto di una certa nostalgia.
Nostalgia canaglia, indubbiamente, come suggeriva una hit nostrana di poco (1991) successiva a quella tetra epoca di spie e armi atomiche, voltafaccia e furti di preziosissimo uranio, Reagan e Gorbaciov, paninari col Moncler e bibite gassate. Certo, era un’epoca che andava fiera della sua vacuità pop, ma tutto ciò non basta a giustificare il fatto che Atomica bionda si affidi a una protagonista così bidimensionale, connotata da scarpe e vestiti, dedita nel privato solo a bere vodka e a fare immersioni tra i cubetti di ghiaccio nella vasca da bagno, senza che mai riaffiori qualche ombra dal passato, o un trauma (l’amante ucciso sul campo è presto accantonato) che riesca a renderla fragile, rinfocolando la tensione nel corso dei vari incontri con i nemici di turno. Non a caso poi, David Leitch durante le scene d’azione smorza sovente ogni empatia alzando il volume della musica, quasi a garantire che tanto non accadrà nulla di importante, dopo tutto siamo lì solo per guardare belle immagini con altrettanto bella protagonista e ascoltare le maggiori hit dei favolosi Eighties. Con il suo incedere ammiccante e privo di nerbo, Atomica bionda mira infatti a elargire allo spettatore proprio tutti i brani che questi vorrebbe ascoltare, inclusi, tra gli altri, Blue Monday dei New Order, Cat People (Putting Out Fire) di David Bowie, Der Kommissar di Falco e Behind The Wheel dei Depeche Mode, accompagnando talvolta alle versioni originali dei rifacimenti contemporanei, tanto per dare un senso all’eventuale acquisto della colonna sonora.
No suprises, please [1] sanciva il titolo di un interessante libro sul cinema statunitense degli anni ’80, ed è un motto perfettamente adattabile anche ad Atomica bionda. In questo gli va riconosciuta, se non altro, una certa coerenza.

Info
1. No Surprises, Please – Movies in the Reagan Decade di Steve Vineberg, New Yprk, Macmillian, Inc., 1992.
Il trailer di Atomica bionda.
La pagina dedicata al film sul sito della Universal Pictures.
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