Lucy

Lucy

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Il film di apertura di Locarno 2014, Lucy, è la conferma del talento visivo di Luc Besson, ma anche delle carenze strutturali del suo cinema.

La prima donna

Per sopravvivere, Lucy, giovane studentessa di Taipei, è costretta a fare la «mula» per dei trafficanti di droga. Un giorno, in seguito a circostanze indipendenti dalla sua volontà, assorbe la sostanza sperimentale che sta trasportando e vede le proprie facoltà intellettuali svilupparsi all’infinito. Quindi «colonizza» il proprio cervello e acquisisce poteri illimitati… [sinossi]

Lucy, il film scelto per aprire ufficialmente la sessantasettesima edizione del Festival Internazionale del Film di Locarno, racchiude al proprio interno tutti i pregi e i difetti del cinema di Luc Besson. Cineasta tra i meno allineati della produzione francese degli anni Ottanta, Besson ha costruito su di sé una carriera bizzarra, protesa al messa a punto di progetti spesso in grado di solleticare un ego senza dubbio smisurato (il suo Giovanna d’Arco) e allo stesso tempo in grado di confrontarsi con i colossi d’oltreoceano, come dimostrano titoli come Il quinto elemento o la trilogia dedicata al piccolo popolo dei Minimei. Lucy in questo senso rappresenta lo zenith del percorso compiuto da Besson, e lo palesa senza reticenza alcuna fin dalla scelta del titolo: Lucy è sì la protagonista del film, ragazza che studia all’università di Taipei e si trova coinvolta nel traffico internazionale di una droga sofisticata e di nuovissima generazione che sarà – per puro caso – costretta ad assumere, ma è anche il nome dell’Australopithecus afarensis rinvenuto in Etiopia nel 1974 e ritenuto, nella vulgata generale, la “prima donna” dell’umanità.

Autore da sempre incline a declinare le proprie storie al femminile, Besson affronta dunque il mito stesso della donna, riducendolo solo in apparenza in un contesto di genere: Lucy, come la maggior parte delle creature partorite dalla mente di Besson, è infatti un thriller che mescola azione e fantascienza, con un plot immediatamente leggibile e prevedibile, dominato da inseguimenti, sparatorie, e in cui il “bene” e il “male” sono codificabili, senza sovrastrutture di alcun tipo. A questa basicità ai limiti del demente, Besson contrappone invece una tendenza al mistico e al filosofico che vorrebbe addirittura aspirare al senso stesso dell’umana esistenza; laddove per quanto riguarda l’azione al regista transalpino basta porsi dietro la macchina da presa per ottenere il risultato sperato, il secondo aspetto viene raggiunto attraverso una verbosità eccessiva, ridondante e semplicistica allo stesso tempo, vuota di reale significato eppure innamorata della propria virtuale sapienza.
Lucy fa dell’ipercinesi una forma d’arte concettuale e popolare allo stesso tempo (e letta in quest’ottica, la sequenza in cui la protagonista spiega il concetto di velocità e di spazio/tempo agli scienziati con i quali si è messa in contatto acquista un valore di pura astrazione teorica), ma non riesce a evitare il tracollo ogni qual volta tenta di connettere questa peculiarità del cinema di Besson a una disquisizione (che si vorrebbe) dotta sull’universo, la cellula, la composizione della vita e le potenzialità dell’umano.

Il problema, se di problema si vuol parlare, è che il cinema per Besson è un veicolo spudoratamente spettacolare, privo delle sfaccettature indispensabili per poter assumere una posizione quantomeno interessante sulle tematiche che il film vorrebbe portare alla luce.
Questa divisione dicotomica di Lucy non trova mai la strada per permettere alle due metà di fondersi l’una nell’altra, e così il film rischia in più di un’occasione di cadere nel ridicolo involontario. Se ciò non accade (se non occasionalmente) è solo per l’attitudine alla messa in scena del genere che Besson ha sviluppato nel corso dei decenni: è qui, in questo dettaglio, che si può veramente rintracciare un discorso sull’evoluzione, sul senso dell’esistenza e dell’esistente, sulla necessità dell’uomo di relazionarsi con ciò che lo circonda anche quando ciò appare impossibile. È lì, in quel segmento di film, che il discorso portato avanti dal cineasta francese acquista in effetti un valore ulteriore, superiore alla mera messa in quadro di una donna in grado di governare in tutto e per tutto il mondo e l’universo. Peccato che Besson, ammaliato dalla possibilità di fingere la ripresa della genesi di ogni cosa, non sembri essersene reso conto.

Info
Lucy sul sito del Festival di Locarno.
Il trailer italiano di Lucy.
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