Rachel

Rachel

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Lontano dalla fascinosa ambiguità che permeava il film del 1952, Rachel si rivela poco più di una scolastica riproposizione del più classico romance gotico, elegante nella messa in scena quanto freddo nello svolgimento.

Un’ossessione esangue

Il giovane Philip, che è stato cresciuto come un figlio da suo fratello maggiore Ambrose, riceve una lettera da quest’ultimo, che, gravemente ammalato, lo prega di raggiungerlo nella sua residenza in Italia. Giunto sul posto, Philip scopre che Ambrose è morto, e che la donna che aveva sposato, Rachel, è partita. Scosso dal dolore, Philip torna nella sua casa in Cornovaglia, convinto che la donna sia responsabile della morte di suo fratello. Tuttavia, quando Rachel si presenta presso la sua residenza, Philip scopre una donna molto diversa da quella che aveva immaginato… [sinossi]

Il nero del velo di Rachel Weisz/Rachel Ashley, mescolato al romanticismo di una love story che flirta con la morte a ogni suo passaggio. Il verde e il blu dei paesaggi costieri della Cornovaglia, alternati al grigio austero della magione in cui si dipana l’ossessivo e ambiguo rapporto tra la donna e il suo cugino acquisito. Il sospetto per un’anima insondabile, il baratro imminente, giustapposti al fuoco di una passione solo sopita, mai accantonata. Romance e mistery, eros e thanatos, amore e morte che vanno a braccetto. Un binomio vecchio quanto il mondo, che nella narrativa di Daphne du Maurier si è espresso più di una volta. Riproporre, nel 2018, una vicenda in qualche modo emblematica (di un intero filone letterario e cinematografico, così come di un modo di sentire una narrazione) come quella di My Cousin Rachel, è quasi un azzardo. Specie se il materiale di partenza, già portato sullo schermo nell’omonimo film del 1952 di Henry Koster, si compone di elementi talmente codificati, noti e abusati, da rischiare di sfociare nello stereotipo. L’ambientazione selvaggia e solitaria, la magione isolata, la dark lady che dipana tutta la sua ambigua malìa, l’ossessione amorosa che consuma l’individuo, metaforicamente e concretamente. Cadere nella maniera, e nella stanca ripetizione di un cliché, è un rischio più che concreto.

Un rischio che, è bene premetterlo, il film di Roger Michell non fa molto per evitare. Tenendo quale traccia di base la pellicola del 1952, ma sviscerando in modo più dettagliato alcuni passaggi del romanzo originale, questo Rachel non tenta tuttavia uno sguardo realmente diverso sulla cupa love story al centro del film, limitandosi ad accentuarne i contrasti (l’ossessione distruttiva iniziale, la successiva passione irrazionale e divorante del protagonista) e finendo per eliderne gran parte dell’ambiguità. Il film di Michell (già frequentatore di amori ottocenteschi nell’austeniano Persuasione) colora di accesi contrasti gli interni di casa Ashley e i tumultuosi, romantici esterni, restituisce il calore ambiguamente protettivo della magione contrapponendolo a un fuori sempre pronto a rapire vite e affetti, accentua la rappresentazione della dimora quale grembo materno dal quale il protagonista (dipinto come un Peter Pan suo malgrado, impossibilitato a crescere) fa fatica a distaccarsi. Il problema è che tutti questi elementi, che trovavano ben altra e più efficace sintesi nel film di Henry Koster, restano qui a livello di puro enunciato, ridotti a reiterazione di espedienti visivi eleganti quanto vuoti, mai trasferiti sul piano del racconto, nella carne viva del dramma. Si resta abbagliati dall’elegante resa visiva del film, quanto freddi per il modo in cui la storia viene narrata.

L’aver ricercato la fedeltà filologica alla storia originale (voce fuori campo compresa) tentando tuttavia di radicalizzarne le singole componenti, non si è rivelata una scelta vincente per il Rachel di Michell, gravato da squilibri di sceneggiatura e da un fastidioso sentore di mancata compattezza ed armonia. La narrazione sembra procedere a balzi, parallelamente alle oscillazioni umorali del protagonista (un Sam Clafin comunque apprezzabile) verso l’oggetto della sua ossessione: dal suo cieco desiderio di vendetta al repentino innamoramento ossessivo, sfociato poi, senza soluzione di continuità, in un nuovo impeto di odio distruttivo. Manca il reale, ricercato senso dell’ambiguità, tanto nella delineazione di un’ossessione che assume, nel corso della storia, più di un colore, quanto nella resa del personaggio che dà il titolo al film, alternativamente martire e carnefice: raramente capace, tuttavia, di incarnare nello stesso momento entrambe le figure. Un limite da imputare alla scrittura e al tono enfatico trasmesso al film dalla regia, più che a una prova attoriale, quella della Weisz, che cerca da par suo di tirar fuori (con risultati anch’essi apprezzabili) la massima carica di inquietudine e di “ferina” fragilità dal suo personaggio. La carenza di sfumature, così come la tendenza all’enfasi nella scrittura, si notano anche nella rilettura del personaggio dell’avvocato Rainaldi, reso da Pierfrancesco Favino come figura decisamente più viscida e sopra le righe rispetto al suo omologo nel film del 1952.

Contrassegnato da una regia avvolgente e dai tempi dilatati, non priva di momenti di eleganza, alternati tuttavia a qualche caduta di tono (la fase onirica, durante la malattia del protagonista, si rivela decisamente fuori registro rispetto al resto del film), Rachel riesce suo malgrado a togliere laddove (forse) vorrebbe aggiungere: sottrae ambiguità e inquietudine alla storia originale proprio quando cerca di enfatizzarne le singole componenti, risultando poco centrato e affidandosi al fascino in nuce di una storia che non dispiega mai le sue reali potenzialità. Certe atmosfere necessitavano probabilmente di un’altra mano, e di una diversa attitudine al racconto per immagini, per essere sfruttate e utilizzate al meglio.

Info
Il trailer di Rachel.
La pagina dedicata a Rachel sul sito della 20th Century Fox.
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