Enemy

Ancora inedito in Italia, giunge in dvd e blu-ray Enemy di Denis Villeneuve grazie a P.F.A. Films e CG. Opera criptica ed enigmatica, riflessione d’autore sulla fine dell’unicità razionale in epoca digitale, con uno strepitoso Jake Gyllenhaal come protagonista. Liberamente ispirato al romanzo L’uomo duplicato di José Saramago.

Il professor Adam Bell scopre per puro caso di avere un identico doppio, Anthony Claire, vedendo un film in dvd in cui il suo doppio interpreta un piccolo ruolo. Angosciato dalla scoperta, Adam cerca in ogni modo di incontrare l’altro. Dopo un iniziale rifiuto Anthony accetta di conoscere Adam, ed entrambi restano di stucco di fronte alla loro totale identità, di corpo, voci e pure cicatrici. A poco a poco entrambi si ritrovano prigionieri della fascinazione verso la vita dell’altro… [sinossi]

Tra le frequenti dimenticanze della distribuzione italiana, ogni tanto ne spunta qualcuna più inspiegabile di altre. Enemy (2013) è il sesto lungometraggio di Denis Villeneuve, uno degli autori contemporanei più amati, al centro di una progressiva crescita di stima e apprezzamento a livello mondiale, soprattutto dopo le sue ultime due prove Arrival (2016) e Blade Runner 2049 (2017).
Già salito agli onori della cronaca internazionale per La donna che canta (2010) e Prisoners (2013), il regista canadese dette alla luce sempre nel 2013 il suo film più criptico ed enigmatico, questo Enemy che quasi in simultanea con Prisoners riproponeva Jake Gyllenhaal come protagonista e che si avvaleva di un cast di prim’ordine nei ruoli di fianco (Mélanie Laurent, Isabella Rossellini, Sarah Gadon).
Autore che non ha paura di sfide ambiziose, stavolta Villeneuve prende liberamente spunto da un romanzo di José Saramago, L’uomo duplicato (2002), con atto di decisa e intensa personalizzazione. Ma nonostante l’ampio apprezzamento critico in varie parti del mondo, Enemy è rimasto inedito in Italia fino a pochi mesi fa, quando P.F.A. Films e CG Entertainment hanno deciso di pubblicarlo in dvd e blu-ray in un’ottima edizione. Resta tuttavia il mistero sul mancato passaggio in sala. Se da un lato la natura complessa ed enigmatica del film può aver provocato timori per il suo destino presso il pubblico, d’altra parte gli elementi extrafilmici che avrebbero potuto fungere da traino erano molteplici, a cominciare dal culto letterario per Saramago fino alla presenza di Gyllenhaal, attore di larga presa presso gli spettatori contemporanei. Così come lo stesso nome di Denis Villeneuve, che già nel 2013 costituiva presa sicura almeno su un ampio pubblico di culto, avrebbe garantito una certa visibilità al film. Comunque sia andata, adesso Enemy è ampiamente fruibile, purtroppo senza la necessaria collocazione sul grande schermo.

Pronto a confrontarsi coi generi più diversi, Denis Villeneuve sembra trovare una sua specifica collocazione nei territori dell’ambiguità, che taglia trasversalmente opere cinematografiche superficialmente disparate. A volte è la verità della morale a vedersi ribaltata e condotta nell’illeggibilità (La donna che canta, Prisoners), altrove è il genere a trasformarsi in perturbante cartina tornasole di se stesso (ancora Prisoners, Arrival). Altrove ancora, non è un genere a duplicarsi, ma un intero film-caposaldo riletto tramite una devota e rispettosa coscienza critica (Blade Runner 2049).
E a ulteriore prova del coraggio di Villeneuve, basta pensare che in tema di doppi cinematografici l’autore canadese si sta dedicando attualmente a una nuova versione di Dune (1984), a suo tempo realizzato da David Lynch in mezzo a mille difficoltà.
In Enemy tale ambiguità è trasformata in stretta essenza del racconto, che innanzitutto conduce il film in un imprendibile territorio al di sopra dei generi codificati. Se la macrostruttura può ricordare quella di un mystery, d’altro canto il mistero è giocato tutto all’interno della pura, semplice e minimale duplicazione dell’oggetto-corpo. Un attore che interpreta due ruoli (e qui probabilmente uno solo): quante volte l’abbiamo visto accadere al cinema. Tuttavia, quando ci troviamo di fronte a tali funambolici esercizi attoriali, il corpo sdoppiato è sempre ricondotto a due identità distinte e pienamente riconoscibili. Enemy sembra invece lavorare primariamente sul minimale paradosso che mette in dubbio uno dei principi fondanti della classica rappresentazione cinematografica, ossia l’unicità del corpo dell’attore. Villeneuve scardina, con il rudimentale espediente dello sdoppiamento, il principio d’identità e non-contraddizione insito negli usuali procedimenti di rappresentazione narrativa. Adam Bell e/è Anthony Claire. Non sono gemelli, né sosia (perché il sosia presuppone comunque una pur minima differenziazione). Sono uno e l’altro, identici, semplicemente incarnati (almeno sulla superficie del racconto) in due immagini diverse. Dal canto suo, Jake Gyllenhaal è uno e l’altro, ma sempre uno. Differenziando appena le due interpretazioni nella nevrosi meschina di Adam e nella spavalderia di Anthony (che tuttavia conserva ampi margini di insicurezza) giusto con qualche caratteristica nell’abbigliamento, col procedere del racconto Gyllenhaal ci mette sempre più nella condizione di interrogarci su chi stiamo vedendo in quel momento, collocati di fronte alla nostra razionale necessità di distinguere, riconoscere, discernere.

In tal senso Enemy lavora sullo spettatore come una sorta di messa in evidenza dei medesimi strumenti di lettura della realtà insiti nella cultura razionale, dominante ormai da secoli nel contesto occidentale. È un film che scava a fondo nei meccanismi ermeneutici, non necessariamente e non soltanto inerenti alla lettura dell’arte. Di fronte a un film così radicalmente enigmatico, si sono scatenate le interpretazioni più disparate per cercare di trarne una chiave univoca. L’ipotesi più accreditata (alla quale indirizzano anche le affermazioni dello stesso Villeneuve) è quella dell’unico personaggio messo al centro di un cortocircuito del subconscio in cui l’altro è espressione del desiderio da parte di una figura sostanzialmente repressa.
Tuttavia Enemy scardina ulteriormente tale meccanica duplicità, poiché innanzitutto non è chiaro dove collocare il polo del “vero” e il polo dell’ “altro”: sia Adam sia Anthony desiderano qualcosa che appartiene all’altro, e se di proiezione subconscia si tratta, è di nuovo biunivoca, condotta da un doppio sull’altro in rapporto reciproco. E al di là delle foie razionalistiche che tentano di dare veste univoca al magma del caos (significativa la didascalia in apertura: “Il caos è ordine non ancora decifrato”, citazione letteralmente ripresa da Saramago), ci piace di più mettere da parte l’istinto alla lettura e lasciarci ammaliare dallo spettacolo dell’ambiguità, tutto avvitato con grande sapienza intorno ai medesimi strumenti del cinema. Non sarà casuale se Anthony Claire, una delle due incarnazioni di Jake Gyllenhaal, è un attore che si dibatte in ruoli secondari, né sarà altrettanto casuale che la scoperta di Adam del proprio doppio avvenga durante la visione di un film in cui Anthony fa una comparsata.

Enemy sembra espandere la propria riflessione su scala esponenziale, coinvolgendo nella sua deflagrazione di consolidate logiche l’intero universo umano in via di modificarsi. Dentro a Enemy si muove una profonda e inquietante riflessione sull’età digitale, sull’infinita duplicazione dell’uomo-corpo che, se in epoca analogica era già derubato del proprio corpo tramite un rapporto rappresentativo 1 a 1, adesso vede compiersi tale smaterializzazione su un piano ulteriore, più massiccio e più intenso. Non si tratta più di una relazione 1 a 1, ma 1 a molti, o peggio, molti a molti. A governare tale caos indefinito in cui l’essere umano perde le proprie specificità, si erge un’immensa ragnatela (la tela di fili elettrici del filobus; il vetro frantumato dell’automobile in prefinale; la metropoli inquadrata spesso dall’alto come un immenso intarsio di reti geometriche; il ricorrente, inquietante e misterioso aracnide che riappare più volte, congedando inoltre il film con uno dei finali più agghiaccianti del cinema più recente), una ragnatela fatta da infinite interrelazioni in cui sembra comunque riemergere un ordine, ma del quale il singolo individuo non ha più coscienza. Villeneuve espande la portata di tale frantumazione tanto nel macroscopico quanto nel microscopico, a cominciare dall’abbattimento del confine tra veglia e sonno, tra realtà e sogno, tra coscienza e subconscio. Quel ragno, in fondo, è innanzitutto simulacro di inconoscibile; può essere simbolo di tutto e niente, dalla temuta donna alla repressione sessuale all’ineluttabilità dell’ossessione alla tessitura di nuovi ordini digitali. Ma è innanzitutto se stesso, è immagine che s’impone e che al contempo smentisce se stessa in quanto immagine. Come l’attore, che nel cinema si trasforma in disegno disincarnato e allusivo, e che pone fine alla sua realtà nel momento stesso in cui si trasforma in immagine.

Alle fonti di tale generale disintegrazione dell’univoco umano, Villeneuve sembra identificare il cinema stesso, forma d’arte che nella sua capacità di riprodurre il movimento segna già un salto decisivo verso la sostituzione del reale. Se nella pittura e scultura tradizionali, e pure nella fotografia, l’immobilità dell’immagine può tutt’al più garantire un’imitazione di realtà (e in teatro il movimento è comunque fortemente ridotto dai limiti del palco), con il movimento e la libertà narrativa del cinema, capace di saltare in un secondo da un’immagine all’altra, da un luogo all’altro, s’innesca un meccanismo irreversibile in cui l’illusione e la duplicazione possono fare piazza pulita del reale, disintegrandone le peculiarità, a cominciare dall’identità dell’uno con se stesso. Cosicché il cinema può anche denunciare consapevolmente tale propria intima natura tramite un’autoimplosione, in cui l’unicità del racconto è sdoppiata al suo interno, in una potenziale progressione verso un’infinita moltiplicazione, come due specchi uno di fronte all’altro.
Animato non certo da un giudizio moralistico, Villeneuve dà vita a una constatazione filosofica percorsa da inquietudini contemporanee, ed è in questo assecondato da una prova maiuscola di Jake Gyllenhaal. Lui, attore, per sua natura “duplicato” e smaterializzato poiché pronto a dare volto a più figure umane di film in film, è chiamato a interpretare un uomo doppio, di cui uno dei due volti fa l’attore di professione usando per di più uno pseudonimo (e l’altro, apparentemente, vorrebbe fare a sua volta l’attore, come emerge da un dialogo con la madre Isabella Rossellini in uno dei momenti di massima crisi per gli strumenti di lettura dello spettatore), giungendo a funambolie attoriali quando, verso la fine, i due doppi cercano di interpretare l’altro. L’esito ultimo è finire comparse della propria vita. Rivedersi mentre facciamo capolino in un film con un ruolo di nessuna importanza, mentre disperatamente cerchiamo ancora di (non) esistere.

Gli extra sono particolarmente ricchi: trailer, interviste a Denis Villeneuve, Sarah Gadon, Isabella Rossellini, Mélanie Laurent, Jake Gyllenhaal (42′ 39”), making of (47′ 55”).
Info
La pagina dedicata a Enemy sul sito di CG Entertainment.
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