In My Room

In My Room

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Capace di cambiare più volte registro, In My Room di Ulrich Köhler è un dramma, un western, una love story e soprattutto un’ironica parabola sull’autarchia della Germania contemporanea. In Un certain regard.

L’autarchia del bricoleur

Armin comincia a non essere più tanto giovane: le serate in discoteca non fanno più per lui, che oltrettutto si trascina in una quotidianità senza prospettive né particolari emozioni. Un giorno, poco dopo aver constatato la morte della nonna, si accorge che il mondo attorno a lui è diventato immoto, silenzioso e privo di tracce umane. Dovrà trovare il modo di sopravvivere, magari godendosi questa inattesa, seppur spaventosa libertà… [sinossi]

L’incubo di un reporter televisivo è presto detto: tornare in redazione e scoprire di non aver registrato nulla, avendo confuso malauguratamente l’accensione con lo spegnimento della camera. Si apre così In My Room di Ulrich Köhler presentandoci da subito il suo protagonista, Armin (soprendente l’interpetazione di Hans Löw) come il fautore di un clamoroso “atto mancato”, ovvero la non registrazione di una serie di interviste ai rappresentanti dell’SPD (il Partito Socialdemocratico Tedesco). Ne seguiranno altri, per Armin, nel corso della prima parte del film, di “atti mancati”, tra una porta che non si apre, un incontro sessuale negato, un sms non inviato. Armin è un uomo che ha superato la trentina, poco soddisfatto del suo lavoro, vive solo e probabilmente deve ancora ammettere a se stesso che le serate in discoteca non fanno più per lui. Raggiunto il padre nella sua casa fuori città, assiste al decesso dell’amata nonna, poi riparte. È proprio lungo questo percorso di rientro che nota qualcosa di strano: auto abbandonate, assenza di presenza umana, un silenzio assordante. Forse è l’Armageddon, forse un nuovo medioevo, fatto sta che, scoprendosi solo, Armin recupera da qualche anfratto remoto della sua personalità un indomito spirito d’iniziativa. Allestisce una piccola fattoria, arando i campi, allevando capre e galline, aggirandosi nel paesaggio a cavallo e imbracciando di quando in quando un fucile per cacciare. Riesce persino a produrre dell’energia elettrica riattivando un vecchio mulino. Il giornalista che non sapeva più distinguere il tasto “on” da quello “off” sembra lontano anni luce. Gli manca solo la compagnia, ma arriva anche quella, sotto le fattezze di Kirsi (Elena Radonicich). Ora può recuperare abbondantemente quell’atto sessuale mancato proprio all’inizio di questa storia.

Dramma, fantasy post-apocalittico, western, romance: è un film che cambia più volte registro In My Room, presentato in Un certain regard a Cannes 71, riuscendo alternativamente a spiazzare e ricatturare lo spettatore nel suo flusso narrativo. Certo, il ritmo è intermittente ed emerge qualche lungaggine nella lunga porzione di film in cui Armin è solo nella wilderness teutonica, dove assistiamo al ripetersi di situazioni – il lavoro nei campi, l’allevamento delle bestie, la caccia, il mulino – sempre uguali a se stesse. Ma sono situazioni che in ogni caso rappresentano le tappe di un percorso formativo che porta il personaggio a cambiare drasticamente: dagli atti mancati fino al modello virile dell’homo faber.

Ma non è tutto qui, Köhler non si accontenta di rappresentare l’autarchia fiera e coriacea di un bricoleur e le offre una connotazione prettamente politica. Se infatti durante la visione ci si ritrova da un lato a seguire il percorso del protagonista, restando sempre focalizzati su di lui, è anche vero che qualcosa nei dialoghi e sullo sfondo si agita tumultuoso. È la Germania contemporanea, con i suoi interessi politici ed economici, che fa capolino di quando in quando, tratteggiata ad esempio da sottili stilettate nei dialoghi, specie quelli di Armin con il padre, dove apprendiamo che il loro argomento di conversazione prediletto è sempre la cancelliera Merkel. Fa la sua comparsa poi sullo sfondo di un’inquadratura anche una manifestazione di piazza, scatenata probabilmente dai tagli alla spesa pubblica cui si accenna brevemente all’inizio. D’altronde poi l’incipit, con i comunicati – non a caso non registrati – dell’SPD, lanciava già un chiaro segnale.
Ironica parabola sull’autarchia della Germania contemporanea, In My Room prende dunque quota soprattutto nel momento in cui delinea il suo intento di satira politica e ritrae una nazione selvaggia e pioniera, isolazionista e al tempo stesso fagocitatrice di un concetto di Europa da spegnere e riaccendere a piacimento, fiera della sua abilità maieutica, con il rischio però di restare sola.

Info
La scheda di In My Room sul sito del Festival di Cannes.
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